repubblica.it, 15 marzo 2025
La linea dura di Trump: arrestata un’altra studentessa per le proteste pro-Pal alla Columbia
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva promesso che l’arresto di Mahmoud Khalil sarebbe stato solo il primo di molti altri. Alla sua amministrazione è bastata meno di una settimana per dimostrare che non stava scherzando, e gettare nel caos una delle università più prestigiose degli Stati Uniti. Dopo Khalil, la polizia anti-migranti ha arrestato Leqaa Kordia per aver partecipato alle proteste pro-palestina della Columbia University lo scorso anno. Mentre è stato revocato il visto a un’altra studentessa, Ranjani Srinivasan, cittadina indiana, che secondo il Dipartimento di Sicurezza Nazionale, ha deciso di “auto-deportarsi” l’11 marzo.
Gli agenti hanno arrestato Leqaa Kordia a Newark, nello Stato del New Jersey, perché secondo il Dipartimento di Sicurezza Nazionale (Dhs) il suo visto da studentessa è stato revocato a gennaio 2022 “per mancanza di presenza”. Nella comunicazione ufficiale del suo arresto si legge che Kordia era stata fermata nell’aprile 2024 per il suo coinvolgimento nelle manifestazioni all’interno del campus, che portarono all’occupazione di un palazzo dell’università e conseguente arresto degli studenti da parte della polizia.
“È un privilegio ricevere un visto per vivere e studiare negli Stati Uniti d’America. Quando si sostiene la violenza e il terrorismo, questo privilegio dovrebbe essere revocato e non si dovrebbe stare in questo Paese. Sono felice di vedere che uno dei simpatizzanti del terrorismo della Columbia University abbia usato l’applicazione Home del CBP per auto-deportarsi”, ha annunciato la Segretaria della Sicurezza Kristi Noem.
Ranjani Srinivasan, dottoranda alla Columbia Univeristy in Urban Planning, attraversa i controlli di sicurezza di un aeroporto con passo svelto in un video pubblicato da Noem. “Era coinvolta in attività di sostegno ad Hamas, un’organizzazione terroristica. Il 5 marzo 2025, il Dipartimento di Stato ha revocato il suo visto. Il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha ottenuto un video in cui la Srinivasan utilizza l’App CBP Home per auto-deportarsi l’11 marzo”, si legge nel comunicato del Dhs. L’applicazione, nata per consentire ai migranti di presentare domanda di asilo, è stata trasformata dall’amministrazione Trump in un sistema che consente alle persone che vivono illegalmente negli Stati Uniti di dichiarare di voler lasciare il Paese volontariamente.
La linea dura contro la Columbia University
L’università nel cuore di New York è ormai al centro delle mire dell’amministrazione Trump contro gli attivisti studenteschi filo-palestinesi e le politiche universitarie che, a suo dire, permettono all’antisemitismo di prosperare nei campus. La Columbia University è il capro espiatorio perfetto per dimostrare che sta facendo sul serio. Il movimento studentesco che si è diffuso in tutto il Paese lo scorso anno è nato in questa università quando un centinaio di ragazzi hanno innalzato un accampamento “di solidarietà con Gaza” all’interno del campus.
Tra chi negoziava con l’università per la fine delle proteste c’era Mahmoud Khalil, il 30enne algerino di origini palestinese arrestato lo scorso sabato nel suo appartamento universitario nonostante fosse in possesso di un permesso da residente permanente. Sua moglie, incinta di 8 mesi, ha rilasciato un video ieri in cui si vedono gli agenti entrare in borghese e non rispondere alle continue domande della donna. I deputati democratici hanno condannato l’arresto che viola il primo emendamento della Costituzione e hanno criticato l’uso di una parte dell’Immigration and Nationality Act risalente alla Guerra Fredda per l’arresto di Khalil. In una lettera all’imministrazione Trump hanno chiesto al dipartimento di Stato di fornire entro il 27 marzo le “prove” che hanno portato a concludere che la presenza dell’attivista negli Stati Uniti sia “una minaccia”.
La rettrice a interim della Columbia Univeristy ha annunciato in una email agli studenti che gli agenti erano entrati di nuovo negli appartamenti e dormitori dell’università per perquisire le stanze di due studenti. Ma non ci sarebbero stati arresti per ora. Mentre l’università ha annunciato che decine di studenti che hanno partecipato alle proteste sono stati espulsi o sospesi, inclusi quelli che hanno occupato un palazzo sede dell’amministrazione al culmine delle manifestazioni. A molti di loro è stato revocato il titolo di studio.
Il vice procuratore generale Todd Blanche ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia sta indagando se l’università abbia nascosto studenti ricercati dagli Stati Uniti per il loro coinvolgimento nelle proteste. Mentre l’amministrazione Trump ha inviato una lettera alla Columbia chiedendo di vietare l’uso di mascherine nel campus, adottare una nuova definizione di antisemitismo, riformare le procedure disciplinari e modificare il processo di ammissione degli studenti internazionali. Inoltre, l’università avrebbe dovuto sottoporre il dipartimento di studi mediorientali, sud asiatici e africani a un controllo accademico per almeno cinque anni. Condizioni per ritornare a ottenere i finanziamenti federali, tra cui 400 milioni di dollari già ritirati “per antisemitismo”. La vicenda è stata percepita nel mondo accademico come un’ingerenza senza precedenti, che si unisce alla limitazione di diritti fondamentali, come quello di espressione, nei campus americani.
La paura degli studenti internazionali
La polizia che circonda il campus, gli agenti anti-clandestini e le continue minacce hanno portato un nuovo clima di tensione all’interno dell’università americana, soprattutto per gli studenti internazionali che temono ora per la loro incolumità. “Molti dei nostri studenti internazionali hanno avuto paura di frequentare le lezioni e gli eventi nel campus”, si legge in una dichiarazione pubblicata ieri dalla Scuola di Giornalismo della Columbia Univeristy”.
“Hanno ragione a preoccuparsi. Alcuni dei nostri docenti e studenti che hanno seguito le proteste per la guerra di Gaza sono stati oggetto di campagne diffamatorie e presi di mira negli stessi siti che sono stati usati per portare Khalil all’attenzione della Homeland Security”, continua la dichiarazione riferendosi a una caccia alle streghe partita sui social che sta prendendo di mira attivisti, studenti e giornalisti che lo scorso anno hanno pubblicato articoli o foto sulle proteste.