repubblica.it, 15 marzo 2025
C’è l’allerta rossa ma i rider non si fermano: “Centinaia di chiamate e se cadiamo è colpa nostra”
Quamar, quasi cinquant’anni, alle 20 di ieri e sotto una pioggia a tratti battente, si stava preparando a volare in bici a Castel Maggiore. Obiettivo, la consegna in poco tempo di una poké: una ciotola di riso con verdure e salmone, dal centro alla periferia. E nel frattempo, incellofanato in due impermeabili pagati a sue spese, pensava a voce alta a «che strada fare con il cattivo tempo, ma anche con i cantieri», che hanno ristretto il tratto carrabile per la sua due ruote, costringendolo in certi punti a uno slalom. «Regola numero uno, stasera se corri cadi di sicuro», dice. La raccomandazione di Palazzo d’Accursio a non chiamare i ciclofattorini nella sera dell’allerta rossa, qui all’incrocio tra via Indipendenza e via Ugo Bassi, dove spesso i rider si ritrovano come un crocevia davanti ai fast food principali della città, sembra non essere arrivata o non aver sortito alcun effetto. E nemmeno l’esperienza dell’ottobre scorso, quando le foto dei rider in mezzo a fiumi d’acqua per l’alluvione, portarono all’idea di una legge per tutelarli, idea nata grazie al grande lavoro giornalistico di Paolo Griseri, editorialista della Stampa e prima per tanti anni a Repubblica, poi scomparso improvvisamente il 24 ottobre 2024.
«È un venerdì’ qualsiasi», confida un dipendente del McDonald’s, dallo sportellino da cui passano a batteria i sacchetti con hamburger e patatine. Loro sfrecciano all’arrivo, posteggiano tutti bagnati agli angoli del portico o direttamente su strada, e aspettano di essere chiamati con il codice alfanumerico che cambia e riconoscono più volte a sera. «L-46?», «Sono io». Lanciando sempre un occhio all’app per gli ordini in arrivo e le zone più dense di richieste – con il centro e la Bolognina in pole position- e un altro alle previsioni meteo, che dicono che continuerà a piovere.
Giovanni, anche lui 50 anni, è al suo undicesimo ordine soltanto in due ore, tra le 18 e le 20 e chiuderà il suo slot intorno alle 22, con il prossimo big menù da portare in via Ernesto Masi. Tre mesi fa, racconta, si è licenziato da Just Eat perché si era lamentato dell’«ampliamento chilometrico della zona di lavoro. Dieci chilometri in più, su cui potevi accettare una consegna. Ho visto gente farsi male, stancarsi troppo», racconta. Al momento, lavora a prestazione occasionale sia per la catena di Deliveroo che per quella Glovo, in maniera non esclusiva. Questa sera ha scelto di salire in sella perché è il suo unico impiego, ma non senza timori e perplessità anche rispetto alle nuove aziende con cui collabora. «Ci hanno avvisato dell’allerta sull’app. Ma allo stesso modo, ci danno solo il 10% in più per lavorare e poi sempre sul telefono ci ricordano di ‘guidare prudenti’. Mi viene da ridere».
Mentre Paolo, 21 anni, studente di ingegneria civile, ieri sera dopo un’ora aspettava ancora il primo ordine in piedi e fradicio in Piazza Maggiore, ancora una volta con caschetto e cappotto gialli acquistati, dice, a sue spese. «Non ho iniziato il giro e anche questo è sintomo che stasera lavoriamo in tanti. Come capita ogni fine settimana». Lui qui per necessità, per far quadrare i costi della vita di un fuorisede d’Abruzzo, si trova in uno strano mix di sentimenti. Da un lato spera nella notifica di una prima consegna per arrivare a 7, 8 euro lordi almeno, dall’altro la teme per le sue conseguenze. «Se succede qualcosa, se cado stasera sarà difficile provare che non è stata colpa mia. Quando la ditta di delivery apre il sinistro, bisogna dimostrare di non avere responsabilità. Se scoprono che non avevi le luci della bici, per esempio, è colpa tua. Ma nel mio caso, capita che me le rubino spesso. Anche stasera non le ho, proprio per un furto. Eppure, devo lavorare».