corriere.it, 15 marzo 2025
Serie tv, romanzi e l’«effetto Bobby Fisher»: tutti pazzi per gli scacchi, «quest’anno in Italia duemila inscritti in più»
Sarà anche un «nobil gioco», come lo chiamava lo scrittore Stefan Zweig, l’unico che «sovranamente si sottrae alla tirannia del caso». Ma di certo solo in Italia alla fine dell’anno scorso quasi 24mila persone si erano iscritte alla Federscacchi, duemila in più dell’anno precedente. E questo, naturalmente, senza contare quelli che, pur senza tessera, ogni giorno siedono davanti a una scacchiera, reale o virtuale, e si abbandonano al gioco che premia l’intelletto.
La miniserie firmata Netflix che ha rilanciato alfieri e torri ha quasi cinque anni, eppure l’effetto «Regina degli Scacchi» ha un’onda molto lunga: ci sono romanzieri come Raul Montanari che infilano i pedoni (non chiamateli «pedine», mi raccomando) nelle opere letterarie, ci sono imprenditori digitali come Marco Montemagno che dedicano ore e giga al racconto degli scacchi sui social e c’è la scrittrice più «cool» del momento, Sally Rooney, che nel suo ultimo romanzo, Intermezzo (Einaudi), muove personaggi e emozioni come i classici pezzi di una mossa. Crescono anche i corsi per i ragazzi a scuola: da Verona a L’Aquila a Catanzaro, le associazioni scacchistiche, con il sostegno del Ministero della Cultura, organizzano lezioni e tornei finali.
Ma l’indizio più concreto sta altrove. «Basta guardare gli sponsor delle gare: prima trovavi brand minori, oggi il montepremi di un torneo in America arriva a 200mila dollari», dice Raul Montanari, autore di L’amore non è un arrocco. Capire la vita grazie agli scacchi (Baldini + Castoldi). Ma davvero l’effetto Beth Harmon, la protagonista della serie, dura ancora? Per lo scrittore c’è dell’altro: «Secondo me non si è mai esaurito l’effetto Bobby Fischer e della storica partita contro il russo Boris Spassky».
Nel 1972 quella competizione si concluse con la vittoria dell’americano sull’avversario russo, morto il 27 febbraio scorso, e un’eco mediatica da «guerra fredda» che ancora oggi i grandi scacchisti avvertono come una presenza sottile. Reale, tangibile. Anche dopo che la pandemia da Covid-19 ha spinto il gioco online, tanto che il sito più famoso, chess.com, oggi si ritrova con oltre 150 milioni di giocatori e una media di 16mila mosse al secondo.
Il punto, concordano i più esperti giocatori, è che questa disciplina non è consolatoria, anzi. È tanto dispotica quanto inebriante, richiede energie e dedizione. E così, come la grande letteratura, quando conquista conquista davvero. Marco Montemagno, autore di Tutto Montemagno (Mondadori Electa), annota: «Beth Harmon vive il gioco come una vera ossessione: gli scacchi diventano tutta la sua vita, occupano i pensieri, invadono le relazioni. Ma la sua vita non è insolita per qualcuno che compete ai suoi livelli. I grandi campioni vivono per la loro disciplina: negli scacchi passano giornate intere a studiare tecniche, a leggere libri su aperture e chiusure, a esercitarsi. Le partite di scacchi durano spesso ore, ed è essenziale che tutto l’organismo riesca a reggere quella pressione. È un gioco durissimo».
Ed è proprio questo rigore intrinseco la migliore risposta alla domanda «potrà l’intelligenza artificiale soppiantare l’intelletto umano davanti a una scacchiera?». Ma forse la domanda non è corretta: è vero che nel 1996 il campione del mondo Garry Kasparov venne battuto da Deep Blue, un computer della IBM, ma è anche vero che difficilmente un algoritmo potrà avere il caratteraccio, il ghigno e il fascino irresistibile del norvegese Magnus Carlsen, campione del mondo dal 2013 al 2023. Dieci anni fa, a soli 25 anni, sedette di fronte a Bill Gates e gli rifilò uno scacco matto in un minuto e undici secondi. Se il miliardario accolse sportivamente la sconfitta («Era scontato»), il campione continuò a infierire («Con un po’ di allenamento potrebbe diventare un buon giocatore»). Proprio come avrebbe fatto Beth Harmon: attacco, attacco, attacco.
Oggi il campione del mondo è un indiano di diciotto anni, Dommaraju Gukesh. E Google ha inventato AlphaZero, algoritmo che ha imparato da solo a giocare a scacchi in quattro ore, sconfiggendo il «collega» artificiale, Stockfish, senza perdere una sola volta in cento partite. Il futuro degli scacchi (ri)parte dunque dai paesi più giovani e dalla tecnologia. Eppure, se ancora oggi siamo qui a parlare della storica partita Fischer-Spassky, un motivo ci sarà. Perché passano gli anni, ma il giocatore è sempre quello di degregoriana fattura: coraggio, altruismo e fantasia.