Corriere della Sera, 15 marzo 2025
Intervista a Emanuele Filiberto di Savoia
Oggi, nell’abbazia di Altacomba, in Francia, Emanuele Filiberto di Savoia presenzia alla messa in suffragio di re Umberto II e della regina Maria José, «sovrano» fra dame e cavalieri in manto rosso, collare bianco, placche di gran croce e medaglie varie. Quello davanti a me, però, è un cinquantenne in jeans e t-shirt nera da ragazzo. Un anno fa, il 3 febbraio, moriva suo padre Vittorio Emanuele che non fu mai re e dal quale ha ereditato il titolo di un regno d’Italia che non c’è più. Per i monarchici, è «Sua Altezza Reale», se gli chiedi se è così che bisogna chiamarlo, sorride: «Preferisco Emanuele Filiberto, non è il titolo che fa l’uomo». Sta bene, è in forma, ha smesso di fumare da un anno («con l’ipnosi: due sedute e non ho più acceso una sigaretta»). Si è separato da quattro, ha una compagna. Ed è sollevato perché sua madre Marina ha superato un momento duro: «Ha perso l’uomo che ha amato per 60 anni e ha avuto un tumore all’esofago che, grazie a Dio, ha potuto rimuovere. Ora, si è ripresa. Cerco di passare tanto tempo con lei, siamo appena stati in montagna per due mesi e mezzo. Ha 90 anni, ma ne dimostra 70».
Emanuele Filiberto spera che questa sia l’ultima commemorazione dei nonni su suolo francese e che presto possano essere sepolti al Pantheon, a Roma, coi loro avi: «Confido in un gesto di umanità, rispetto e pace storica. Sono figure incriticabili. Alla fine della guerra, re Umberto mantenne i rapporti con tutte le potenze e, dopo un referendum discusso, sebbene ci fosse chi lo esortava a fare un regno del Sud Italia per poi muovere contro il governo di Roma, preferì l’esilio, mise affetti e famiglia in secondo piano per evitare una guerra civile e altro sangue».
Non trova però che l’aggettivo «incriticabile» si addica poco alla condotta della sua famiglia in epoca mussoliniana?
«Farei una differenza tra Vittorio Emanuele III, che pure è già sepolto Vicoforte. Se lui, dopo l’8 settembre, fuggì a Brindisi, suo figlio Umberto volle restare a Roma. Quanto al resto, io stesso ho condannato le leggi razziali come atto vergognoso. Per non dire di mia nonna Maria José, antifascista e sostenitrice dei partigiani. Dalla Svizzera, faceva loro arrivare armi comprate coi suoi soldi privati, all’insaputa del mio bisnonno. Riportare lei e Umberto al Pantheon sarebbe il riconoscimento che i Savoia hanno dato tanto all’Italia, a partire dall’unità nel 1861 fino a cose come il Museo Egizio di Torino, la Sacra Sindone…».
A che punto sono le trattative? Ha parlato con la premier Giorgia Meloni?
«La presidenza del Consiglio, i vari ministri e il Vaticano hanno dato parere favorevole, manca il sì del presidente Sergio Mattarella, in cui ho fiducia: fu lui, nel 2017, a far rientrare la salma di Vittorio Emanuele III da Alessandria d’Egitto. Sarebbe una riappacificazione importante con la storia, sebbene nella Costituzione persistano norme arcaiche, bolsceviche, come la confisca dei beni di casa Savoia».
Non ha rinunciato ai gioielli reali?
«Abbiamo proposto una mediazione, è stata respinta e c’è un processo in corso. Mio nonno li affidò alla Banca d’Italia perché tutti pensavano che l’esilio sarebbe durato poco».
Un oggetto del contendere è che affidò «le gioie “in dotazione” della Corona»: «In dotazione» non vuol dire che fossero vostre.
«Lo stesso Luigi Einaudi, che era governatore della Banca d’Italia, scriverà nei suoi diari che gli sembrava spettassero alla famiglia reale e non al demanio. Io non chiedo la restituzione di tutti i gioielli. C’è differenza fra quelli acquisiti dai Savoia con soldi propri o matrimoni e altri, come la Corona Ferrea, che non ci sogniamo di chiedere. Se serve, ci rivolgeremo alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo».
Che ricordi ha dei suoi nonni?
«Avevo 11 anni quando nonno morì a Cascais. Andavo a trovarlo spesso, mi ha trasmesso amore per l’Italia, parlavamo facendo lunghe passeggiate sull’oceano. Poi, andavamo in una piccola pescheria a comprare i percebes, dei frutti di mare che ci piacevano tanto. Era di una simpatia e di una gentilezza incredibili. Lui e nonna hanno dato a noi nipoti l’amore che non hanno potuto dimostrare ai figli, in guerra. Con nonna, mancata quando 28 anni, parlavamo dei suoi incontri con Albert Einstein, Maria Montessori, Gabriele D’Annunzio, Benedetto Croce… Era un libro di storia vivente. Mi raccontava di quando il fratello re del Belgio la mandò a negoziare le razioni di pane, da sola, da Hitler a Nido dell’Aquila. Le chiedevo: che ti diceva Hitler? E lei: ripeteva solo “Nein nein”. E io: cosa ti colpì di lui? E lei: che aveva le mani terribilmente sudate».
A proposito di amore poco dimostrato ai figli, si dice che le famiglie reali educhino a nascondere i sentimenti. Quanto è stato difficile non piangere ai funerali di suo padre?
«Il pianto c’è stato prima e dopo. Ma, a queste grandi cerimonie, devi tenere sotto controllo così tante cose che non hai il tempo di piangere. Proprio l’altro giorno, a Ginevra, ho rifatto la strada che prendevo tutti i giorni per far visita a mio padre in ospedale e ho pensato: quanto ho pianto su questa strada».
Anni fa, confessò che aveva difficoltà a esprimere i suoi sentimenti e che fece scappare tre psicologi. Oggi, dunque, va meglio?
«Uno quasi si buttò dalla finestra! Non si tratta solo di non piangere ai funerali, ma di non mostrare tristezza né gioia. I miei genitori, tristi o felici, erano sempre ermetici e, se vedi questo tutti i giorni, diventi anche tu così. Io sono sensibile, ma avevo sviluppato una corazza. Ora, poco a poco, sto imparando a esprimermi. Con le figlie sono migliorato: rimanere in superficie è più comodo, scavare e aprirsi è difficile, ma se lo fai è più giusto e più bello».
Che significa raccogliere l’eredità di suo padre?
«Proseguire il lavoro che aveva intrapreso. Soprattutto per sviluppare gli ordini dinastici. Nell’83, c’erano una trentina di cavalieri e dame, oggi, sono tremila e, attraverso gli ordini, devolviamo in beneficenza un milione e mezzo all’anno. Essere capo dei Savoia in Repubblica per molti non vuol dire niente ma per me significa fare del bene, nel mio piccolo. A questo, dedico almeno la metà del mio tempo».
Nell’altra metà di cosa si occupa?
«A parte seguire il Calcio Savoia che è in serie D e che speriamo di portare presto in C, ho lanciato una carta di credito, Carta Reale, e RoyaLand un gioco online quotato alla borsa americana in cui ho coinvolto altre case reali. E ho una catena di ristoranti in America, Prince of Venice, che ha aperto anche a Montecarlo, dove vivo, e aprirà nelle Filippine e in Marocco. Negli Stati Uniti, il 5 aprile farò un evento benefico per i pompieri di Los Angeles e per chi nel recente incendio ha perso tutto. Anche la casa dove abito quando sono in America, che era di Johnny Hallyday, è stata distrutta».
Lei si candidò alle Politiche del 2005 e alle Europee del 2009, ha chiuso con la politica?
«Non ero pronto, fu uno sbaglio, ma fare campagna elettorale fu meraviglioso perché, appena arrivato dall’esilio, mi ha permesso di conoscere persone e luoghi straordinari».
È ancora sposato con Clotilde Coureau?
«Siamo separati da quattro anni».
E perché, a Natale, pubblicavate ancora cartoline con gli auguri di famiglia?
«Andiamo molto d’accordo, la stimo e le voglio bene e sarà sempre la madre delle mie figlie, che sono strepitose».
Posso definire Adriana Abascal, Miss Messico 1988, oggi imprenditrice, «la sua nuova compagna»?
«Può scrivere che sono molto felice».
L’ha ufficializzata portandola alla messa di Papa Francesco ad Ajaccio a dicembre.
«Al papa, vanno le mie preghiere. Di me che devo dire? Quando le storie finiscono, bisogna andare avanti rispettando le persone che ami. Credo che le mie bambine, oggi, sappiano che è importante che il padre sia felice e abbia trovato una persona con la quale sta bene».
Vittoria ha 21 anni, Luisa 18: le chiama ancora bambine?
«Per un papà, le figlie sono sempre bambine. Luisa studia Legge in Spagna. Vittoria studia recitazione, arte, storia e ha sua società con la quale lancia e promuove giovani artisti. È giusto che costruisca la sua vita prima di pensare a come essere l’erede al titolo, anche se già mi accompagna a vari eventi. Io immagino un tandem fra lei e sua sorella, e spero, in più, che potranno rappresentare Casa Savoia coi figli dei miei cugini Elisabetta, Elena e Aimone».
Al funerale di suo padre, Aimone di Savoia Aosta accompagnò il feretro: non rivendica più il ruolo di «erede al trono»?
«Siamo una nuova generazione e io vorrei poter lavorare con lui, vorrei che avesse un ruolo in Casa Savoia, gli voglio davvero bene. In tutte le famiglie reali c’è sempre stato un ramo cadetto che non deve sentirsi escluso».
Vivrà mai in Italia?
«Ho comprato una casa in Umbria, ma tornerò per essere residente solo quando l’Italia abrogherà la tredicesima norma transitoria e mi restituirà i miei beni personali».