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 2025  marzo 15 Sabato calendario

Inervista a Luigi Fontana

È bastato unire i titoli di due canzoni di successo, Il Mondo e Che Sarà, ed ecco il libro «Il mondo che sarà». Autore Luigi Fontana, figlio di Jimmy, quello degli occhialoni, una delle voci più note della musica leggera italiana. «Sono partito dai giorni in cui papà e mamma si conobbero e io ancora non c’ero. Almeno 250 di 478 pagine sono però senza Jimmy: quindi è la mia autobiografia, nella quale racconto anche tanto di lui». Ecco lo spunto per iniziare un viaggio in una storia intrigante.
Enrico Sbriccoli, alias Jimmy Fontana. Che tipo era?
«Un entusiasta proiettato nel futuro, incuriosito dalle tecnologie; e poi un grande sportivo e un instancabile lavoratore, concreto ma tutt’altro che metodico nonostante gli studi di ragioneria. Quando ero piccolo, alla mattina diceva a mia madre: “Leda, vado alla RCA”. Io lo imitavo: mi dirigevo alla porta e annunciavo “vado alla CA”».
Forse precorreva i tempi...
«Anch’io volevo diventare cantante. Però papà mi frenava: “Luigi, pensi a troppe cose, stai poco sul pezzo”».
Gli occhialoni erano un simbolo?
«Aveva il cheratocono, una malattia che crea forte astigmatismo. Gli occhialoni a stecche larghe, che il suo amico Gino Paoli gli copiò, li mutuò dagli americani.
Era patito del jazz e delle suggestioni del mondo Usa: iniziò a usarli, oltre ai calzini bianchi sotto pantaloni scuri».
Trent’anni a fianco: è stato la calamita della sua vita?
«Trenta solo sul piano artistico, quando è mancato ne avevo cinquanta. Ero il primogenito e il suo riferimento, anche se pure mio fratello Andrea si esibiva con noi. Con papà condividevo lo studio di registrazione: la nostra Fabbrica dei Sogni. Lo ha lasciato a me: lì dentro sono nati i sogni suoi, spesso riusciti, e pure i miei, spesso rimasti tali».
Come si vedeva nell’universo dei cantanti?
«Era umile, però era consapevole della sua qualità canora, riconosciuta da molti colleghi. Lucio Dalla e Claudio Baglioni mi dissero: “È il miglior cantante che abbiamo mai avuto”».
Di chi era amico e chi invece gli stava sull’anima?
«Come amici dico Gianni Meccia e Lilli Greco, grande direttore artistico della RCA. Ma era legato pure a Lucio Dalla e con Renato Zero, che ha radici marchigiane, parlava in dialetto. A inizio carriera, a Milano, frequentò Gino Paoli e Mina. Nemici? Non credo ne avesse: papà preferiva dileguarsi se avvertiva situazioni di disagio».
Perché lo pseudonimo Jimmy Fontana?
«Sbriccoli è di difficile pronuncia.
All’epoca era di moda darsi nomi d’arte: ecco Bobby Solo, Little Tony, Tony Renis, Teddy Reno. Papà adorava il sassofonista Jimmy Giuffre. Poi con mamma cercò a caso nell’elenco telefonico e trovò Fontana: funzionava pure in francese e, pensando a “fountain”, in inglese. Io sul palco divento Luigi Fontana: dopo la morte di papà mi sembrava offensivo cambiare».
La storia de Il Mondo.
«Intricata, anche se è una canzone di una semplicità che assurge a capolavoro. Nasce da uno spunto musicale privo di una parte. La faccio breve: Greco era entusiasta, ma secondo lui mancava un pezzo, tra la strofa e il ritornello. Dopo litigate di mesi papà cedette e aggiunse il motivo di collegamento».
Serviva però un testo.
«Lo spunto lo diede Gianni Boncompagni, che mio padre e Meccia avevano fatto entrare alla RCA come fotografo, perché era in difficoltà dopo la separazione dalla moglie svedese. Gianni in Svezia aveva sentito una trasmissione radiofonica aperta da una poesia dedicata al mondo. Propose: perché, anziché sull’amore, non puntiamo sul mondo?».
Chi scrisse le parole?
«Gianni Meccia. Disse “Vado a Ferrara dai genitori, sto una settimana, scrivo e torno”. Partì una sera in auto da Roma, arrivò a Ferrara alle 5 del mattino, alle 7 fece colazione con i suoi e li salutò: “Ciao, io rientro”. Di notte, durante il viaggio, aveva scritto tutto
: un testo ai tempi rivoluzionario».
Ennio Melis impedì a Jimmy di cantare Che Sarà a Sanremo.
«Fu una tragedia. Ma prima c’è un antefatto».
Prego, racconti.
«Nell’estate del 1970 a papà venne il tifo. Temeva di morire. Durante l’isolamento scrisse una musica e le parole “che sarà, che sarà della mia vita chi lo sa?”. Per creare un testo fu coinvolto Franco Migliacci, che rifiutò. Ma nel giro di una settimana ci ripensò. Compose le strofe, partendo da “Paese mio che stai sulla collina...”. Era diventata la storia di un emigrante: “Enrico, credo di aver scritto un capolavoro”, disse a mio padre al telefono».
Come si arrivò al veto?
«Essendo all’epoca obbligatorio che al Festival cantasse una coppia, Melis chiese a papà di coinvolgere il suo amico José Feliciano. Mio padre andò a Los Angeles e convinse Feliciano, ma al rientro scoprì che José sarebbe stato abbinato ai Ricchi e Poveri».
E perché mai?
«Perché Melis, che aveva arruolato i Ricchi e Poveri con l’acquisto dell’Apollo Records di Edoardo Vianello, riteneva che loro avessero maggior bisogno di un’ulteriore consacrazione, dopo la prima partecipazione al Festival. Melis, all’insaputa di papà, fece fare ai Ricchi e Poveri un provino di Che Sarà: andò bene e decise di affiancarli a José».
Papà non poteva opporsi?
«Provò a ribellarsi, ma in qualche modo fu ricattato: “Se vuoi cantarla tu, va bene; ma non accadrà a Sanremo”. Fu l’inizio di una crisi decennale: alla RCA non lo videro più per lungo tempo».
Melis non fece mai ammenda?
«Lilli Greco ci raccontò che, in punto di morte, gli confidò: “Rimpianti pochi, certamente uno per Fontana”. Papà commentò: “Si è redento, alla fine...”. Lilli rise: “Enrico, non ne faceva una questione umana, ma commerciale: quante altre grandi canzoni avrebbe potuto avere da te?».
Giravate per piazze e paesotti.
«In inverno, studio di registrazione e tournée internazionali; da maggio a ottobre, feste di piazza: processioni, bancarelle, zucchero filato, croccanti e, in piazza, il palco con l’artista».
Lei ha fatto il pianista sull’oceano: il mondo l’ha cantato, ma l’ha anche girato.
«Ho trascorso un periodo terribile. Nel 2012 muore Lilli Greco, nel 2013 manca papà. Non ho più un lavoro e a metà 2014 mi ritrovo a dover vendere la casa. Poco dopo mi lascio con la fidanzata e, ultima mazzata, in tre mesi perdo uno dei miei amici più cari».
Però è riuscito a pubblicare il suo primo album, L’illusionista e altre storie.
«Sì, ma ero provato dalle disgrazie. Non trovai le forze per promuoverlo come avrebbe meritato».
Il mare, allora, come fuga.
«All’inizio del 2016 ero un’ameba. Ma mi ricordai di aver fatto spettacoli con papà sulle navi. Mandai un curriculum a un management americano e dopo 25 giorni mi ritrovai a Zara, ad imbarcarmi per un viaggio durato... 5 anni».
Quell’esperienza fu anche una terapia, giusto?
«Sull’oceano e sulle navi di lusso americane sono rinato. Ma ero in incognito: non avevo detto delle mie origini. Una sera alcuni messicani mi chiesero di cantare una canzone che ritenevano un simbolo del loro Paese: Che Sarà. Spiegai che non era messicana perché era una “cosa di famiglia”: il giorno dopo tutta la nave sapeva la mia storia».
Addio tranquillità, immaginiamo.
«La Compagnia iniziò a chiedermi spettacoli su spettacoli. Fu impegnativo, ma gratificante. Da quei giorni iniziai a cantare anche le canzoni di mio padre: fino a quel momento non avevo mai osato interpretarle».