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 2025  marzo 15 Sabato calendario

Serbia, i giovani ogni giorno scendono in piazza contro il governo: «Dove andiamo a protestare oggi?»

«Kuda na protest?». Dove andiamo a protestare oggi? Un basco nero a coprire la testa canuta, curvo su una sedia che gli danno per rifiatare dopo i 57 chilometri che s’è fatto a piedi da Blace a Nis, nonno Bozic si siede in mezzo alla strada 35 e mangia finalmente una chorba d’agnello. Il cucchiaio di plastica raccoglie l’ultima goccia di zuppa calda, gli studenti lo filmano e l’ammirano in silenzio. 
«Deda, nonnino, va meglio adesso?». Il basco bascula a dire sì. «Vuoi anche un panino?».
Il basco si scuote a dire no. «Ma quanti anni hai?». Novanta. «E come hai fatto a camminare fin qui?». S’alzano due occhi come il blu della bandiera serba: «Sono un contadino, non ho studiato come voi. Ma le gambe sono buone e la protesta è giusta».«Ti serve qualcosa d’altro?». «Le mie scarpe sono scomode. Ne avete un altro paio?».
Scene da una massa in scena. Ogni giorno, e da 162 giorni, c’è un sito web che invita alla più grande rivolta popolare dai tempi di Milošević e pone una domanda quotidiana: dove andiamo a protestare oggi? La risposta è la Blokada, la gigantesca manifestazione di giovani, d’operai, d’impiegati, di mamme, d’avvocati, di giornalisti, di giudici che ogni volta alle 11,52 esatte osserva “15 minuti di silenzio per le 15 vite” perdute e da quattro mesi paralizza la Serbia, migliaia di sit-in e un bel po’ di quieta rabbia. Dicendo al governo una cosa tanto semplice, quanto rivoluzionaria: «Basta!».
Con la corruzione. Con la censura. Con l’affarismo. Coi tagli alla scuola. Col saccheggio delle risorse. E col presidente Aleksandar Vučić: da giovane era portavoce del regime di Milošević e in tredici anni s’è apparecchiato un regimetto che a parole aspira all’Ue, ma nei fatti è allineato alla destra ungherese, alla fratellanza slava col Cremlino, al business con Pechino. Uno che s’è offerto d’ospitare il primo incontro Putin-Trump, suoi amici.
Nessuno sa se questa protesta sia l’inizio della fine di Vučić. Ma tutti sanno quand’è iniziata la fine del suo mini-miracolo economico, d’un Paese che raddoppiava il Pil, galleggiava nelle tangenti e ora vede gli investitori arabi e indiani in fuga, spaventati dall’instabilità politica. Il venerdì nero è stato il 1° novembre, alla stazione ferroviaria di Novi Sad: il crollo d’una tettoia e 15 morti, compresi due bimbi. La rabbia popolare che è montata quando s’è scoperto che la stazione era appena stata ristrutturata, per ben due volte e con materiali scadenti: una pensilina di cartone sulla testa dei poveri pendolari, mentre si bruciavano soldi nell’alta velocità degli uomini d’affari, o svendendo le infrastrutture ai cinesi.
«I corrotti ci uccidono!», han cominciato a gridare quel giorno gli universitari: sotto la tettoia di Novi Sad, son morti i loro amici ed è rimasta sepolta una Serbia molto nazionalista e poco libera, piena di burocrati marci e di media zittiti. Settimana dopo settimana, la contestazione studentesca è salita. Una piccola locomotiva rivoluzionaria sempre più veloce, “sibila il vapore e sembra quasi cosa viva”, che ha finito per travolgere prima il sindaco della città, poi il ministro dei Trasporti, quindi il premier.
Non hanno mollato per tutto l’inverno, i ragazzi serbi. Hanno invaso Belgrado e le autostrade, marciato nelle campagne dimenticate, raccolto il sostegno di tante Serbie stanche: gli jugonostalgici e i cetnici, gli europeisti e gl’irredentisti del Kosovo, i preti disobbedienti e i disoccupati, le minoranze croate e ungheresi, albanesi e rom, per la prima volta pure i bosgnacchi musulmani che non partecipavano alla vita pubblica dagli Anni 90.
La Primavera Serba è sopravvissuta. E si ripropone in questo marzo (tutto) fragole e (niente) sangue. Un movimento che ricorda quello di Otpor, capace nel 2000 di rovesciare Milošević. Un’epoca lontana, in comune solo qualche simbolo sulle bandiere – la mano insanguinata d’oggi simile al pugno chiuso d’allora – e una buona dose d’umorismo: «Mio papà c’era», dice Mladen Todorovic, 21 anni, addetto all’agitacija (la propaganda), «e mi racconta di quando liberarono per le vie di Belgrado decine di tacchini con in testa dei fiori bianchi. La moglie di Milošević si metteva sempre fiori bianchi tra i capelli e vedere gli sgherri del regime inseguire goffamente i tacchini, beh, era uno show senza prezzo! Ma quelli erano grandi criminali di guerra. Noi non abbiamo bisogno d’un processo all’Aja: per le mazzette di Vucic, ci basta un giudice onesto a Belgrado».
A questa generazione Z importa poco d’essere filorussi o filoeuropei, progressisti o conservatori, nota il politologo Vukan Marković: «Non sono oppressi dal passato e guardano al mondo con occhi meno ideologici, con un forte disprezzo per la politica». «A differenza di Otpor», spiega Nikola Bogavac, turno di guardia alla facoltà occupata d’Ingegneria, «noi non abbiamo leader. Gli interventi alle nostre assemblee durano come un reel su Instagram. E i ruoli sono intercambiabili per evitare gli attacchi personali, le strumentalizzazioni, la corruzione». Otpor fu accusato alla fine di ricevere i soldi dagli Usa e dal miliardario Soros? «A noi, interessano solo cose concrete: un’inchiesta sul crollo di Novi Sad, il rilascio degli arrestati nelle proteste, la punizione dei poliziotti violenti, un aumento del venti per cento dei fondi per l’università…».
Il ’25 di Belgrado ha motti da ’68 parigino: “Gli studenti cambieranno il mondo!”, “passeremo anche quest’esame!”, “ci meritiamo di meglio!”, “ogni bambino può sognare”, “né silenti né obbedienti”, “macchinisti contro le macchinazioni”, “la libertà non è un benefit”, “corruzione mani in alto, sei in arresto!”… Anche l’inno è una squilla: “Svegliati/ succede qualcosa/ non so dirti cosa/ non è bugia, non è verità/ ma sento che durerà”. Per l’ultimo, grande corteo s’è scelta Nis, l’antica Nassus. Una citazione: è la culla di Costantino, l’imperatore romano dell’Editto che pose fine alle persecuzioni cristiane. La prima città che si ribellò a Milosevic. Il luogo perfetto per pubblicare anche un Editto degli Studenti: otto punti che esigono la fine della repressione, dignità e solidarietà, soprattutto futuro. Il documento è stato presentato a Vucic, ma non ci s’aspetta granché. Quando una giornalista tv ha osato chiedere al presidente perché sapesse solo tacere, dopo quattro mesi di proteste, lui l’ha fulminata con disprezzo: “Mia cara, sei un’imbecille”.