Corriere della Sera, 15 marzo 2025
Intervista a Carlos Diaz Gandia
C’è chi ha messo quel «tiki-ta, tiki-ta, tiki-ta, ka-ka» come sveglia. Perché poche immagini sono capaci di dare carica e, insieme, allegria come quella del coreografo Carlos Diaz Gandia che si muove al ritmo di questo strano mantra, dando indicazioni fuori campo a Gaia, mentre sta girando il video di «Chiamo io chiami tu». Non a caso, quel breve filmato girato senza che Diaz nemmeno se ne accorgesse è diventato fonte inesauribile di meme e anche viralissimo, rendendo il coreografo – che nel settore era già un riferimento – un personaggio ma anche un esempio. Per il suo talento, per la gioia che mette nel ballo e per il suo corpo, diverso dai canoni.
La sua vita è cambiata nel tempo di un video. È così?
«Sì, è cambiato tutto in pochissimo tempo. Ormai ovunque vada c’è chi mi riconosce, mi chiede foto. È pazzesco. Prima vedevo le persone fermare gli artisti con cui lavoro, ma finora nessuno aveva mai fermato il coreografo. Adesso conoscono la mia faccia».
Quando ha capito che era successo qualcosa di diverso?
«Ho iniziato a vedere che il mio Instagram stava bruciando, crescevano tantissimo i follower, ma non capivo bene. Tutto è successo quando la truccatrice di Gaia ha deciso di fare questo video in cui ballavo, ma io nemmeno me ne ero accorto: ero concentrato su Gaia, per darle la mia energia. Lei mi ha scritto: Carlos ma sei cosciente che questo video sta volando? In poche ore aveva fatto 7 milioni di visualizzazioni».
Numeri incredibili.
«In passato mi era successo che dei miei lavori diventassero virali: Tuta gold, di Mahmood, è stata una coreografia che ha creato il panico nei social network, ma io al massimo venivo taggato. Ora credevo che tutto si sarebbe esaurito nel giro di qualche giorno, invece non sta succedendo. Ricevo molti messaggi molto belli».
Cosa le dicono?
«La gente mi dice cose bellissime, persone con fisici diversi pensano che io sia una fonte di ispirazione, mi dicono che li spingo a raggiungere i loro sogni. C’è chi mi chiama il suo motivatore personale, chi si dice innamorato della mia allegria. Io sono così, sono quello del video».
Quindi non le dispiacciono tutti i meme buffi?
«No, perché tutto quello che porta gioia alla gente è bello. La sola cosa che un po’ mi spiace è che, nonostante la mia carriera di coreografo, a volte il discorso si esaurisce attorno al mio corpo. Non mi spiace per me: io sono molto orgoglioso della persona che sono. Mi spiace vedere l’odio in un paio di persone che preferiscono solo commentare il mio fisico. Mi sento triste per loro, non per me. Comunque nessuno mi ha detto niente di nuovo. Io preferisco parlare del mio lavoro, perché sto spaccando».
Quando ha capito che la danza sarebbe stata la sua vita?
«Ho avuto un percorso molto graduale anche se avevo un istinto, nel mio dna, che credo sia comune a tutti i ballerini quando sentono la musica. La danza è il risultato fisico di quello che la musica fa al corpo. Io ballavo tutto il giorno da quando ero bambino, era una passione gigantissima».
È stato facile portarla avanti?
«Sono del 1994, sono nato a Valencia: c’era ancora la sensazione della stranezza del ballerino uomo. Ho vissuto questo periodo di trasformazione culturale e sociale, ma non è stato sempre facile. Suonavo il pianoforte, poi, a 13 anni, ho deciso di fare danza e mi è sembrato che fosse da sempre dentro di me. È la mia identità. Mi dicevano che ero portato, ho continuato a studiare, poi ho iniziato a insegnare, a fare delle lezioni. La prima lezione che ho fatto all’estero è stata in Italia. Da dieci anni a Valencia ho il mio studio di danza».
Lei sostiene che tutti possono ballare.
«Assolutamente sì. Anche io ho iniziato senza aspettative, l’ho fatto solo per gioia. Non sapevo che sarebbe stato il mio lavoro, ma ero certo che il ballo mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. E non sono più ballerino di una persona che si gode la musica a casa: io faccio la stessa cosa, mi muovo sulla musica. Il fatto che sia anche il mio lavoro non mi fa essere migliore: ballerini siamo tutti, il ballerino è la persona che balla. È un istinto. Fine».
La danza, in particolare la danza classica, insegna invece il contrario: non tutti possono essere ballerini.
«La filosofia è diversa perché anche lo stile è diverso. La danza classica è la disciplina più dura. Mi piace tantissimo anche se non la sento adatta a me. Anche il flamenco mi piace eppure non fa per me. La mia scelta è il pop: sono un ex bambino fan di Britney Spears, Will Smith, Beyoncée. Sono cresciuto con questa musica ed era questo che mi emozionava. Al pianoforte suonavo Mozart e Beethoven, ma non volevo ballare Mozart, volevo ascoltando Beyoncée».
Che ne pensa dei video social, spesso controversi, di Britney Spears che balla da sola nel suo salotto?
«Io la amo. Noi non siamo nessuno per giudicare gli altri, non sappiamo cosa c’è dietro. Lei è libera di fare quello che vuole, è autentica, e se ballare in quei video le porta gioia io la supporto al cento per cento. Se mi chiamasse per lavorare con lei impazzirei, farei tutto quello che vuole: giri, salti. È un suo modo di esprimere i sentimenti che ha dentro, senza parlare».
Come sono arrivate le prime collaborazioni?
«La prima a chiamarmi è stata con Nathy Peluso, voleva un coreografo urban e ha trovato il mio profilo sui social. Poi è arrivato Mahmood, che mi ha visto nel video di Nathy, e ho iniziato a lavorare con lui: è un fuoriclasse».
Ha ideato le mosse di «Tuta gold». Si aspettava che tutti l’avrebbero ballato?
«Non penso a viralizzare un movimento, solo voglio essere il migliore amico del brano. Io lavoro per il brano e poi quello che succede succede. La genuinità si capisce. Vedere poi che tanti provano le mosse che ho ideato è un bel regalo, vuol dire che la gente comprende quello che fai».
Cosa le dice sua mamma?
«Mia mamma è impazzita, non capisce più niente, vede solo che stanno succedendo tantissime cose, anche perché il massimo del successo è in Italia, ancora più che in Spagna. Lei è la mia fan numero uno».
Proseguendo con le collaborazioni, c’è Gaia.
«L’ho conosciuta attraverso il team di Tony Effe, che mi aveva chiamato per “Sesso e samba”. Con lei siamo amici, ci capiamo molto».
E Will Smith?
«Sono stato contattato quando era ospite di un grosso evento in Spagna. Ci siamo trovati benissimo e da allora abbiamo fatto tanti progetti assieme. Lui è gentilissimo, rispetta tutti, saluta tutti, è una ispirazione molto grande oltre al fatto che lui è, senza dubbio, una delle ragioni per cui io ballo. Ballavo sulle sue canzoni e ora le ho coreografate. L’ho ringraziato e gli ho detto che è stato il mio motore, mi sento molto grato».
In Italia abbiamo Luca Tommasini.
«Non lo conosco personalmente ma so tutto di lui, è un gigante: ha fatto la storia mondiale della coreografia. In questi giorni ho visto che ha fatto un post su di me, dicendo cose bellissime. Lo ringrazio tanto e spero di incontrarlo».
C’è mai stato qualcuno che l’ha demoralizzata, negli anni?
«La gente ha sempre delle opinioni su di te, ma vanno ascoltate fino a un certo punto. È ovvio che le cose cattive sono cattive e basta, non vanno normalizzate. Sono contro l’odio gratuito. Poi è capitato anche, sul lavoro, che arrivassi in certi contesti e non essendo un ballerino standard, con un fisico nella norma, le persone ci mettessero un po’ per capire che sono il coreografo. Ci sono stati dei momenti di imbarazzo, magari su qualche set, con la gente che mi chiedeva: ma tu sei della produzione? E io rispondevo: no, no, io sono il coreografo. E dentro di me aggiungevo: aspetta cinque minuti che adesso te lo faccio vedere. Non giudicare un libro dalla copertina: è il mio slogan».
Da coreografo, come vedrebbe un ballerino con un fisico non standard?
«Io voglio vedere persone che mi fanno emozionare, senza guardare corpo, colore di pelle, ideologia di genere. Quando guardo una persona ballare io voglio emozionarmi e non me ne frega niente se sei più basso, se sei più alto. Credo che andando avanti tutte queste cose verranno meno e la differenza si vedrà sempre di più. Se questo video, che ha fatto ridere la gente, servirà anche ad andare oltre gli stereotipi, allora tutto questo è un regalo ancora più bello».