Corriere della Sera, 15 marzo 2025
Una sera con i mangiatori compulsivi. «Mi abbuffo per non sentire il vuoto»
«Sono Agnese e sono una mangiatrice compulsiva. Mio padre era un alcolista e da lui ho appreso comportamenti di dipendenza, manipolazione, controllo. Crescendo ho iniziato a manifestarli anche io. Lui era ossessionato dall’alcol, io dal cibo. Sono stata prima anoressica, poi è arrivata la fase delle abbuffate, compensate da attività fisica sfrenata. L’abbuffata lì per lì mi sbronzava, ma poi scattavano rabbia e senso di colpa. Ora sto bene e non tocco un cucchiaio di quella cosa dolce e marrone da anni».
Seregno, provincia di Monza e della Brianza, le nove di sera. Un capannello di donne si accalca sotto la pioggia davanti all’ambulatorio Asl. Sono qui per la riunione settimanale di «Overeaters Anonymous», i mangiatori compulsivi, associazione sorella di Alcolisti Anonimi che in Italia esiste dal ’91 e oggi conta 60 gruppi. Questa sera ci sono otto donne e un ragazzo. E no, non sono tutti in forte sovrappeso. Anzi, c’è chi lo è poco e chi per niente. Altre 24 persone si collegano da remoto. Agnese – 44 anni, una cascata di capelli ricci ramati e un viso che ricorda Tilda Swinton – è la più giovane: la Nutella (la cosa dolce, marrone e innominabile) era il suo cibo «rosso», quello che innescava l’abbuffata. Anche Mariella – magra come un fuscello, più in là con gli anni (69) – è riuscita a eliminare i suoi di cibi «rossi»: tutti i dolciumi.
La formula iniziale è sempre la stessa: «Sono Mariella, sono una mangiatrice compulsiva e dipendente da alcol e altre sostanze. Mi abbuffavo e poi compensavo con lassativi e diuretici. Così facendo, io che sono alta 1,70, sono arrivata a pesare 40 chili. Qui, passo dopo passo, sono rinata». Gli altri ringraziano. Ciascuno porta la propria storia di sofferenza e rinascita. Un calvario che per alcune è durato una vita.
Così per Katia, bulimica dai 15 ai 61 anni: 46 lunghissimi anni vomitando ogni santo giorno. «Sono Katia e sono una mangiatrice compulsiva. Il 5 aprile compio sette anni di Overeaters Anonymous. Oggi non ricordo quasi più il dolore che mi ha accompagnato per una vita. A 15 anni ho desiderato morire e siccome non riuscivo a privarmi del cibo ho iniziato a vomitare. Buttavo giù chili di mollica insieme a tanta acqua. Poi il desiderio di morte si è trasformato in desiderio di magrezza. Anche da adulta. Cucinavo pietanze deliziose per i miei familiari, le mangiavo assieme a loro e poi andavo in bagno a vomitare. Pensavo non fosse una malattia: era il mio grande segreto. Quando sono arrivata qui ero ridotta un colabrodo. Eppure oggi posso raccontarlo. Mi sono salvata». Ma come?
La formula magica – per semplificare una faccenda che semplice non è affatto – sta tutta in un proverbio: l’unione fa la forza. Qui, la via della guarigione è nella condivisione, nella potenza del gruppo, nello specchiarsi nell’altro. La salvezza si trova agli antipodi della solitudine. L’umanità varia, dolente eppure coraggiosa, che si ritrova intorno a questo tavolo ogni giovedì sera, lo sa. Sa che niente può essere curativo come lo sguardo di chi ti capisce e non ti giudica perché ci è passato. Chi viene qui, in fondo, ha soprattutto bisogno di essere visto. E riconosciuto.
Certo, ci sono i rituali mutuati da Alcolisti Anonimi: i «dodici passi» (le tavole della legge di OA), i libri, il «potere superiore» (nulla a che vedere con la religione, piuttosto la rappresentazione della speranza e della motivazione a cui ciascuno dà la forma e il nome che meglio crede). Ma poi alla fine, ad ascoltare le testimonianze, si torna sempre lì: al potere, e alla suggestione, dell’esperienza collettiva.
E chi ha bisogno di ricovero in ospedale o in un centro per i disturbi alimentari? Non è questo il suo posto. OA non può e non vuole sostituirsi alla medicina. E non ha la pretesa di guarire tutti.
Infatti. Francesca: «Mi abbuffo per non sentire il vuoto». Domenico: «Per ora sono riuscito solo ad arrivare a sera senza ingerire i miei cibi rossi. Prima entravo al bar, buttavo giù un cappuccio e due cannoli, dopo cinque minuti ne volevo altri». Cappuccio e cannoli sono parole proibite, come lo è Nutella per Agnese. Domenico se ne ricorda e fa subito per scusarsi. La donna alla sua destra gli prende la mano e gli chiede di andare avanti. Funziona così. Si sbaglia, si ricade, si riparte. Purché tenendosi per mano.