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 2025  marzo 15 Sabato calendario

Intervista a Tommaso Paradiso

Tommaso Paradiso scrive canzoni. Spesso di notte. Poi cerca il pianoforte come l’assetato cerca l’acqua. È profondo e leggero. Porta gli stessi vestiti dal 1983, ama il calcio, una ragazza dai capelli neri, la compagnia degli amici e cucina, con un certo talento, perché non solo di melodie vive l’uomo. Quando non è in tournée la casa in cui abita è il suo palco, il suo camerino e il suo mare: «Da ragazzino somigliavo a un pesce e con i miei cugini facevo a pugni con le onde. Ci arrivavano contro e noi ci sentivamo onnipotenti. Figli dei film sulle arti marziali, tra un calcio e una capriola, a pochi passi dalla riva avevamo una dimostrazione concreta di cosa significasse la parola libertà».
Lei ama la nostalgia?
«È un sentimento vivo e mi fa pensare alla purezza delle prime volte. La prima volta che ti innamori, che dai un bacio, che guardi un film, che leggi un libro o ascolti una canzone che ti spezza il cuore e ti rivela qualcosa di te. Le emozioni tornano a farti visita nelle forme più diverse e inaspettate, ma quelle che provi quando non le conosci non si ripetono più. Rispetto ai miei coetanei, da ragazzino, ero meno incosciente. Ero sempre l’ultimo a rischiare, quello più prudente o se preferisce impaurito dalla vita e dalle conseguenze delle mie azioni. Nello stabilimento di Fregene, con la coda dell’occhio, osservavo dal basso il trampolino della piscina come fosse l’Everest».
Decise di scalarlo?
«Per due giorni salii in cima e al momento di saltare giù, guardando in basso, tornai indietro. Sentivo il terrore della caduta e del vuoto e mi domandavo: “Che mi succede quando arrivo sotto?”. Al terzo giorno finalmente mi tuffai ed entrando in acqua mi attraversò una sensazione che non ho avvertito nello stesso modo in nessun’altra occasione. Credo valga per ogni aspetto della vita. Come si fa a non provare nostalgia per ciò che siamo stati e non saremo mai più?».
Lei è cresciuto negli anni ’80.
«Con la televisione che guardavo senza sosta in un’epoca in cui l’unico telefono era quello di casa e le immagini, se non andavi al cinema, arrivavano quasi solo da quello schermo. Esagerai e per contenermi mia madre dovette escogitare un trucco: in salotto, attorno al Brionvega, con un infernale sistema di chiavi e combinazioni, mise una catena simile a quella che usavamo per non farci rubare i motorini».
Radicale.
«Severa, ma giusta. Proprio come Lucio Dalla potevo passare davanti alla tv anche ventiquattro ore al giorno. L’estate non aveva regole. Iniziava a giugno e ne intuivi la fine, come in un film dei fratelli Vanzina, con i primi temporali al tramonto di agosto. Oziare era meraviglioso, ma non meno bello e consolante era tornare a Roma con la sensazione che la città ancora semivuota provasse a riprendere faticosamente in mano la sua quotidianità».
Lei ha detto che avrebbe sempre sognato un’estate come quella trascorsa dal personaggio interpretato da Verdone nel suo primo film, “Un sacco bello”.
«Non l’ho mai vissuta, ma questo non mi ha impedito di amare Carlo Verdone e di continuare ad amarlo in ogni sua singola manifestazione e di immaginarla comunque e più di una volta, quell’estate, con i militari accaldati a presidiare il nulla, le strade vuote e le bancarelle dei venditori di anguria sul lungotevere. Spesso non realizzare le proprie aspettative è meglio che viverle. Io lavoro con l’immaginazione che nel mio caso è sempre più vivida della realtà. Un po’ come ne Lo sceicco bianco ho sempre pensato che l’unica dimensione che valga la pena frequentare davvero sia quella del sogno».
Era un bambino fantasioso?
«Molto fantasioso con una spiccata passione per la grafomania. Scrivevo trattati in cui tentavo di spiegare dio, inventavo ricette o mi improvvisavo dottore e somministravo cure.
Non mi ricordo la noia, ma se c’è stata, deve essere stata piacevole anche quella».
Neanche quando studiava pianoforte?
«Solfeggio, tecnica e didattica pura più che frammenti di noia erano momenti di fatica. Ho spesso pensato di smettere, ma mia madre, a cui l’idea di un figlio artista non dispiaceva, me lo impedì. A un certo punto comunque passai alla chitarra e cominciai a suonare davvero».
Cosa ricorda degli inizi con il suo primo gruppo, i Thegiornalisti?
«L’energia. Suovavamo a Sondrio e il giorno dopo a Terracina. Facevamo centinaia di chilometri per cantare davanti a tre persone nelle pizzerie, ero felicissimo di farlo e quei chilometri non li sentivo. Non rimpiango le serate spese per inseguire il mio sogno anche se quelle esibizioni andavano spesso a puttane perché chi mangiava pretendeva di non essere disturbato, a nessuno importava nulla di noi e al ritorno a stento ci bastavano i soldi per la benzina».
Non ha mai pensato: “Chi me lo fa fare?”.
«A volte avevi la tentazione di chiudere gli strumenti nelle custodie, lasciare il palco all’improvviso e salutare tutti per sempre. Una sera ad Ascoli Piceno ci chiesero addirittura di abbassare il volume perché c’era una festa di compleanno».

Cosa la tratteneva?
«Una forma di rispetto per me stesso. Magari per non riflettere troppo ci versavamo un bicchiere in più perché quando ti trovi di fronte a queste zone nere della musica o abbracci il buio, o bevi e provi a riderci su».
Si chiama gavetta?
«Non so come si chiami, ma è la mia storia, è piena di passione e parte da lontano. Vedere che quella storia ha dato qualche frutto, se mi passa il termine, mi fa godere. Quando ci ripenso la riscriverei esattamente nello stesso modo e sono contento sia andata così».
Il primo disco dei Thegiornalisti esce nel 2011.
«E accende una luce nell’estrema periferia della musica indipendente. Escono i primi articoli nelle riviste di settore e questa attenzione ci permette anche di fare un piccolo tour in cui molte delle date sono o pagate malissimo, o più spesso non pagate. Però siamo entusiasti, ci sembra di esistere e visto che all’epoca per accendere gli animi ci bastava pochissimo andiamo subito a registrare il secondo disco».
Con quali esiti?
«Tragici. Il disco è un flop memorabile. Lo regaliamo a parenti e amici e lì finisce perché le vendite si rivelano disastrose e il disco, che oggi è praticamente introvabile, non piace alla critica, non piace al pubblico e forse alla fine non piace neanche a noi».
Reazione?
«Uno spaesamento fisico e mentale che come prima conseguenza mi induce a chiudermi a casa e come seconda, per miracolo, a reagire. Scrivo una dopo l’altra tutte le canzoni che mi hanno fatto riemergere da quel fallimento terribile e lo faccio senza un piano, una direzione o un progetto apparente. Quelle canzoni, semplicemente, arrivano».
E con le canzoni arriva il successo.
«Sa cosa dice Victor Hugo? Che il successo è una cosa piuttosto lurida perché la sua falsa somiglianza con il merito inganna gli uomini. Come fai a dargli torto? Io non penso di aver avuto successo perché se discuti seriamente di quello devi evocare Beethoven, Picasso, Fellini o Morricone. Sono stato riconosciuto, che è un’altra cosa, bellissima, che però non fa parte dello stesso campionato».
Lei in che campionato sente di giocare?
«In quello di chi si sbatte tutti i giorni per far sì che le cose vadano sempre meglio e non mi sento mai arrivato neanche per un secondo. Bacio per terra, ringrazio dio, vivo nella costante apprensione di dover fare sempre qualcosa in più per meritarmi ciò che ho e ho intenzione di tatuarmi presto la massima di Verdone: “Avere un exploit è facile e capita a tanta gente, la cosa veramente difficile, l’impresa eccezionale, è resistere sulle scene per quarant’anni”».
Quando suona però, come in una sua vecchia canzone, non manca mai il sold-out.
«Sono numeri che nella mia testa non esistono. E non lo dico per posa, ma perché non esistono davvero. Se mi chiedono una foto per strada sono contento, se mi pagano per suonare o fare un disco lo sono ancora di più. Ma la strada è lunga e i dischi d’oro, può verificarlo con i suoi occhi, non sono attaccati alla parete, ma accanto alla cuccia del cane».
È vero, ma perché sono accanto alla cuccia del cane?
«Perché penso sempre al domani, a quello che devo fare, alle canzoni che devo ancora scrivere, ai nuovi dischi, alla traiettoria che sto provando a tracciare».
La porta in un luogo lontano da quello in cui era ieri?
«Rispetto al passato, dove ogni avvenimento, nessuno escluso, accadeva quasi per casualità, curo meglio le cose e delego molto di meno. Il 99 per cento di quello che mi succede artisticamente passa direttamente da me».
Che cosa significa davvero?
«Che per fortuna si cambia. Guardarmi allo specchio e dirmi compiaciuto “cazzo, sono proprio quello di vent’anni fa” mi intristirebbe. Per certi versi sono migliorato e per altri peggiorato e di ciò che ero ieri resta un’identità legata a quello che sono e che nessuno potrà mai cambiare. Ma di sicuro sono un uomo diverso e sono contento di esserlo».
A giugno compirà 42 anni.
«Da almeno cinque dico che ne ho compiuti 40 e quindi all’età mi sono abituato. A trent’anni mi sentivo vecchio: non ne hai più 20 e non c’è uno che non te lo faccia notare. Ma a 40 no, a 40 si inizia a fare sul serio e ad aver fretta di non perdere più tempo».
Quanta autobiografia c’è nelle sue canzoni?
«Tantissima. Dentro i miei pezzi c’è praticamente tutta la mia vita». Cosa sogna di cambiare di sé?
«Allo svolazzo poetico preferisco da sempre la prosa che è netta, chiara, onesta e senza ghirigori. Sono più dalla parte di Hemingway che di Borges, per intenderci. Però da domani sogno di essere meno prosaico e più poetico un po’ perché desideriamo essere soprattutto chi non siamo, un po’ perché quando indulgo alla poesia così male poi non mi sento e un po’ perché come dice Sorrentino “essere bravi è triste, si rischia di diventare abili”. Ora se sono bravo non lo so, ma il manierismo mi spaventa».
Come lo allontana?
«Mi azzardo a scrivere soltanto quando sono attraversato da una botta emotiva. Ho provato a farlo anche in altri momenti, mettendomi metodicamente a tavolino, dandomi degli orari, facendo del mio lavoro un mestiere con delle regole. Ma mi sono reso conto che non aveva tanto senso e che le canzoni che scrivevo in quei momenti valevano poco».
L’istinto è importante per lei?
«È fondamentale, ma non è un mio pregio. Ce l’ho solo per quanto riguarda le canzoni, per il resto invece, con i rapporti umani, faccio un sacco di cazzate e a volte mi fido di chi non dovrei. Tendo a credere all’altro, tendo a non vederne la parte oscura e a volte resto deluso. Però mi reputo fortunato: preferisco essere fregato che avere il pregiudizio come stella polare. Preferisco essere fiducioso piuttosto che incontrare l’altro con l’elmetto calato. Sono un ottimista e l’idea di stare costantemente all’erta mi opprime, perché dovrei cambiare?».
Che cos’è la sensibilità per chi scrive canzoni?
«La parte bella e quella deteriore della mia vita. La sensibilità ti porta a soffrire, a perderti, a vedere le cose in una prospettiva diversa, a esagerarne i contorni, a non trovare con facilità la misura, a emozionarti in solitudine. Un evento che per un altro rappresenta la normalità, se capita a me, quasi sicuramente mi turba».
Riconosce i momenti in cui soffre?
«Anche quelli in cui magari mi diverto anche quando non si diverte nessuno. Dipende dalle circostanze, ma io so che per quanto mi possa vestire come Totò a Milano, lo spiffero di vento passa comunque, mi colpisce e può trasformarsi in una grandissima gioia o in un grandissimo danno».
Qual è la cosa che la disturba di più in assoluto?
«Guardi, sono di una tolleranza gandhiana, sopporto tutti, anche quelli che non mi vanno a genio e amo i difetti degli uomini perché senza quelli saremmo di fronte a delle bestie. Però con gli avari, con i tirchi e chi calcola ogni passo proprio non ce la faccio. È una categoria di persone con la quale non riesco ad avere a che fare».
Come mai?
«Forse perché l’avarizia coincide con l’avarizia interiore e ne è la sintesi o forse perché non sono mai stato un calcolatore e la materialità non mi entusiasma».
Lei lavora spesso di notte.
«Di giorno do spazio alla razionalità, di notte alla mia parte dionisiaca o se vuole spirituale. Nella notte nuotano i sentimenti, le impressioni, le paure, le angosce, la gioia e la felicità».
E di notte, quando dorme, sogna?
«I sogni sono dei grandissimi figli di puttana perché incidono persino più della realtà e nella mia vita hanno un peso veramente rilevante.
A volte sono belli, altre tristi, altre tanto profondi che rimangono sulla pelle per giorni e giorni».
Le capita mai di sognare il padre che non ha mai conosciuto?
«Non recentemente, ma certo, mi è capitato. E anche se non l’ho conosciuto e con me e con mia madre, prima di eclissarsi, è stato soltanto per pochi mesi, nei sogni mi è sempre apparso come una figura positiva. Era bello, accogliente e gli volevo bene».
Quando ha cercato di contattarla attraverso i social, non ha voluto fare un passo e conoscerlo. Perché, se posso chiederglielo?
«Ho voluto proteggere e non offendere i sacrifici di mia madre che mi ha cresciuto da solo e mi sono voluto proteggere anche io perché mi sono detto: “Conosco questa storia, è andata così e non ho bisogno di andare a vederla ancora in profondità”. Ho voluto preservare una leggerezza che possiedo, che insieme a Carolina, la ragazza con cui sto da anni, considero la mia più grande fortuna e che nella vita mi ha aiutato tantissime volte. L’ho conquistata piano piano quella leggerezza, non è che sia arrivata così, senza sforzi».
A cosa non rinuncerebbe mai?
«All’ironia e all’autoironia. Al non prendermi sul serio. Ridere spaventa. E l’umorismo, nella storia, ha subito censure violente perché ridere, come ci spiega Umberto Eco in uno dei suoi capolavori, è l’arma più potente che esista. Ridendo non avremmo più paura di nulla: di un dio, del diavolo o di una catastrofe. Devo poter continuare a farlo, anche tra quarant’anni. Devo poter continuare fino all’ultimo dei miei giorni».