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 2025  gennaio 03 Venerdì calendario

Biografia di Aldo Agroppi

Aldo Agroppi (1944-2025). Calciatore. Allenatore. Commentatore sportivo. «Anticonformista, ironico, fumantino, Agroppi tira i primi calci nelle giovanili del Piombino, poi Torino e Genoa, gioca con Ternana e Potenza in Serie C prima del ritorno in granata dove diventa una bandiera: otto stagioni, 212 presenze e 15 gol con la doppia ciliegina delle Coppe Italia vinte nel 1967-68 e 1970-71. Ha esordito in Serie A il 15 ottobre 1967, giorno della morte di Gigi Meroni dopo Torino-Sampdoria. Da calciatore chiude nel 1977, dopo due stagioni a Perugia, avendo indossato anche la maglia della Nazionale in cinque occasioni, la prima il 17 giugno 1972 in amichevole a Bucarest contro la Romania. Poi il passaggio alla panchina, e la seconda vita calcistica da allenatore: inizia col Pescara in Serie B nel 1980-81, la stagione successiva guida il Pisa alla promozione in A. Una breve parentesi al Padova, dal quale si dimette per quel male, la depressione, che come lui stesso ha più volte raccontato lo ha accompagnato fino alla fine. Ma nonostante tutto al calcio non ha rinunciato, sfiorando la Serie A col Perugia nel 1984-85 quando perde un solo match in campionato, che resta un record per il torneo cadetto. Poi la grande chiamata della Fiorentina, sempre in B, che però è segnata da un forte contrasto con gli ultrà viola che gli contestano la gestione della bandiera Antognoni. Il primo marzo 1986, fuori dallo stadio Franchi, viene sfiorata la rissa con i tifosi ma Agroppi viene soccorso da Daniel Passarella. Le liti: altro marchio di fabbrica di Agroppi. Da Antognoni a Gentile, passando per Lippi, il tecnico di Piombino non ha risparmiato nessuno senza mai – raccontava poi – portare rancore. Nella sua parabola calcistica c’è stato spazio anche per una squalifica per quattro mesi per omessa denuncia nel caso del Totonerobis. Prima di chiudere, senza grosse fortune, sulle panchine di Como, Ascoli e ancora Fiorentina. Con i viola l’ultima panchina datata 1993. “Allenare è bello quando vinci, se perdi tutto è complicato” diceva Agroppi quando raccontava del male che lo logorava dentro. Della sua depressione non aveva, infatti, fatto mistero, come dell’infanzia complicata, vissuta con i nonni, i genitori separati e un fratello morto giovanissimo. Dopo l’uscita dal calcio giocato apre un’altra parentesi, diventa opinionista televisivo – uno dei primi -segnalandosi per il suo modo di commentare diretto, per il suo modo di vedere il calcio e le sue posizioni anticonformiste» [Marchi, Avvenire]. «Difficile non amare nel profondo uno come Aldo Agroppi, l’incarnazione di quella saggezza tragica che da sempre accompagna il destino del Toro. Esordisce in serie A con la maglia granata (era arrivato a Torino accolto da Lido Vieri, di Piombino come lui) la domenica in cui morirà Gigi Meroni; dopo aver sfiorato per due anni lo scudetto, se ne va con Giorgio Ferrini, il suo meraviglioso e sfortunato capitano, l’estate prima dello scudetto del 1976. A Perugia vede morire sul campo il suo compagno Renato Curi. Si capisce perché il male oscuro, la depressione, lo ha accompagnato per tutta la vita. Per questo Agroppi è sempre parso un figlio di Superga, non solo del Filadelfia. Lasciato il calcio giocato, con alterne fortune ha intrapreso la carriera di allenatore (altro dramma con la Fiorentina) e di commentatore sportivo. Il suo momento d’oro è coinciso con la partecipazione alla Domenica sportiva dopo i Mondiali del ’90: ironico, caustico, sferzante, specie contro la Juventus di Moggi, Agroppi non le mandava a dire, facendo irritare colleghi, presidenti e soloni della carta stampata. Per questo le sue collaborazioni non duravano mai troppo a lungo. Ma radio e tv non lo hanno mai dimenticato e ricorrevano a lui nei momenti in cui avevano bisogno di un commento severo ma sincero, quando non avevano necessità di ipocrisia. Alla moviola della Rai aveva visto e rivisto la sequenza che sarebbe diventata l’ossessione della sua vita: il gol annullato nell’incontro Sampdoria-Torino del marzo 1972. Con lui c’erano Castellini, Cereser, Fossati, Claudio Sala, Rampanti, Pulici… Ne parlava spesso al telefono, chiedendo aiuto perché il suo “nemico” storico, Marcello Lippi, ammettesse finalmente in pubblico la verità: “Oggi come oggi, vorrei solo che Lippi dicesse che quel mio colpo di testa, con cui avremmo pareggiato contro la Samp e, di conseguenza, vinto lo scudetto del 1971/72, lo ha respinto, solo dopo aver varcato la linea bianca. Dopo tanti anni, persino l’arbitro Enzo Barbaresco (da Cormons) ha ammesso d’aver sbagliato”. È morto senza aver avuto questo piccolo risarcimento morale» [Grasso, Cds]. Malato da tempo, da qualche giorno era ricoverato per una polmonite bilaterale in ospedale a Piombino. Aveva 80 anni.
Scrive il Foglio: «È morto Aldo Agroppi, ex calciatore, allenatore e commentatore. Mai banale, a volta sopra le righe, sempre pungente. In ogni caso, per decenni un protagonista del calcio italiano. Tant’è che la Federazione ha immediatamente disposto un minuto di raccoglimento su tutti i campi, anticipi e posticipi compresi, per onorarne la memoria. Con un’eccezione, e neppure troppo piccola: le gare di Supercoppa previste in Arabia Saudita. Ieri, la semifinale Inter-Atalanta è iniziata senza ricordare Agroppi. Come mai? Semplice: la Figc ha deciso di esonerare Riad dal minuto di silenzio. Il tutto per evitare quanto accadde un anno fa sempre nella capitale saudita: il pubblico lì presente fischiò rumorosamente il momento di raccoglimento in onore di Gigi Riva, scomparso poco prima della partita. Il fatto – si disse – è che i costumi sauditi non contemplano il ricordo silenzioso dei defunti e pazienza se gli altri (quelli che esportano lì il proprio modello di calcio) hanno altre usanze. La Figc ha quindi deciso di derogare alla propria disposizione per Agroppi, evitandogli i fischi ed evitando che in mondovisione passasse uno spettacolo penoso. Ci sarebbe da chiedersi, però, se tutto ciò abbia un senso […]».