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 2025  febbraio 18 Martedì calendario

La pratica bellica degli scudi umani

La prima volta che gli «scudi umani» comparvero in un documento fu – secondo Neve Gordon e Nicola Perugini in Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco di imminente pubblicazione da Laterza – circa un secolo e mezzo fa. Il 13 giugno del 1864 (nel terzo anno della Guerra civile americana) il maggior generale dell’esercito confederato Samuel Jones mandò una breve lettera a John G. Foster, l’ufficiale comandante delle truppe nordiste dislocate a Hilton Head alle porte di Charleston, Carolina del Sud. La città era sotto assedio da trecento giorni e i bombardamenti nemici l’avevano ormai piegata. Ma c’era forse un modo per far cessare quella pioggia devastatrice. «Generale», scriveva Jones, «cinque ufficiali generali e quarantacinque ufficiali superiori dell’Esercito degli Stati Uniti, tutti prigionieri di guerra, sono stati mandati qui e consegnati al brigadiere generale Ripley, comandante del Primo distretto Militare di questo dipartimento, che si assicurerà vengano alloggiati comodamente in una parte della città occupata da civili, la maggioranza dei quali sono donne e bambini». Jones proseguiva dicendosi in dovere di informare il suo interlocutore che da molti mesi quel distretto veniva «bombardato dai vostri cannoni». E si firmava, come imponeva la forma, «con ogni stima, suo devotissimo servo».
Il giorno successivo, il Charleston Mercury, giornale che apparteneva a una nota famiglia secessionista, rendeva più esplicito il tutto. «Era noto già da un po’», scriveva, «che presto alcuni prigionieri yankee, compresi quelli di grado più alto, sarebbero stati portati qui per condividere le gioie dei bombardamenti». A costoro, proseguiva, «sarà assegnato un alloggiamento confortevole nella parte della città più esposta al fuoco nemico». Poi ne elencava i nomi e aggiungeva che l’ufficiale comandante di Morris Island, sotto il controllo dell’Unione, sarebbe stato «debitamente informato della loro presenza nel distretto». Avvertendo che, nel caso in cui l’artiglieria nordista avesse continuato «la sua opera barbara e insensata», ciò sarebbe stato «a rischio e pericolo degli ufficiali prigionieri». Foster gli rispose ricordandogli che molti mesi prima il generale nordista Gillmore aveva informato il sudista Beauregard degli imminenti bombardamenti su Charleston, così da poter mettere al riparo la popolazione civile. Anche in conseguenza di ciò, la decisione di trasferire prigionieri inermi in zone destinate a essere bombardate era da considerarsi un «atto di crudeltà indifendibile». E lo accusava di ostacolare gli sforzi bellici dell’esercito statunitense non «con i mezzi propri di una guerra onorevole», ma «esponendo al fuoco dei nostri cannoni prigionieri disarmati e indifesi». Un misfatto che nel tempo si sarebbe ripetuto infinite volte.
L’espressione «scudi umani», fu codificata esplicitamente dal diritto dei conflitti armati solo un secolo dopo, a seguito della Seconda guerra mondiale. Certamente il maggiore generale Jones non era stato il primo, nella storia della guerra, a impiegare scudi umani. Ma quella fu la prima volta che ne rimase traccia in un archivio. Il maggior generale Jones, nel tentativo di fermare gli attacchi dell’esercito nordista, molto più potente e determinato di quello nemico, fece ricorso a quest’uso cinico ed estremo dei prigionieri. Lo «scudo umano», scrivono Gordon e Perugini, fece dunque «il suo ingresso sul campo di battaglia come arma dei deboli». Solo in seguito «è diventato una delle categorie giuridiche più discusse del diritto internazionale». Anche come «arma dei forti».
Quel conflitto (1861-1865) fu uno dei più sanguinosi dell’Ottocento come documentano ampiamente Reid Mitchell in La guerra civile americana (il Mulino), Bruce Levine in La guerra civile americana. Una nuova storia (Einaudi) e l’ottima Storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi (Bur). La guerra tra nordisti e sudisti partorì anche il primo codice che prese in seria considerazione il tema degli «scudi umani». A redigerlo nel 1863 (un anno prima della citata lettera del maggior generale Jones) fu Francis Lieber, docente al Columbia College di New York, su richiesta del presidente Abraham Lincoln, preoccupato delle implicazioni etiche del conflitto. I «tremendi effetti della guerra», scrivono Gordon e Perugini, «spinsero entrambe le fazioni a rivendicare la propria civiltà e superiorità morale». Del resto, «la guerra stava attirando grande attenzione anche all’estero – soprattutto da parte di potenze europee come Francia e Gran Bretagna, che si consideravano i baluardi dell’idea di umanità liberale – per cui ciascuna parte in conflitto ambiva a conquistarsi la legittimità internazionale». Il documento scritto da Lieber finì per influenzare il dibattito che avrebbe portato alle prime due convenzioni dell’Aja (1899 e 1907) e da alcuni ne è considerato il «modello». È con la comparsa del codice Lieber che «la figura dello scudo umano ha iniziato ad acquistare il peso giuridico, politico e concettuale che non aveva avuto nei secoli precedenti».
Lieber riconosceva l’esigenza, anzi il «dovere», di trattare in maniera umana la popolazione civile. Ma, ad un tempo, definiva i civili anche un possibile «obiettivo strategico». E sosteneva che «in alcune circostanze i civili nemici potevano diventare obiettivi legittimi». Nel caso degli scudi umani, poi, le cose apparivano già allora ancor più complicate. I civili che fanno da scudo, volontariamente o involontariamente, «generano un’incertezza sul piano etico e un’ambiguità su quello giuridico proprio perché a volte possono essere uccisi legittimamente». In particolare, nel caso siano scudi in qualche modo «volontari». La «difficoltà di inquadrarli all’interno delle norme giuridiche apre a interrogativi morali sulle circostanze in cui possono essere uccisi e su chi debba ritenersi responsabile della loro vita o della loro morte». Talvolta, non necessariamente chi ha premuto il grilletto.
Gordon e Perugini fanno notare che, a distanza di non molto tempo dalla stesura del Codice Lieber, con la guerra franco-prussiana, «gli scudi umani avrebbero iniziato a generare accese discussioni». Che, fino ad oggi, non sono mai giunte a un punto definito. Nel 1871, nel corso dell’occupazione della Francia, l’esercito tedesco prese a legare i dignitari francesi sui treni che trasportavano verso il fronte soldati e rifornimenti, «nella speranza che questo servisse a scongiurare gli attacchi nemici». Anche se non fu sempre così.
L’uso degli «ostaggi sui treni» si ripropose ai tempi della Seconda guerra anglo-boera (1899-1902) combattuta, nell’Africa meridionale, dall’impero britannico contro la Repubblica del Transvaal e lo Stato libero dell’Orange. Tra i più fieri oppositori dell’uso di scudi umani ci fu il visconte James Bryce, un politico scozzese cosmopolita e pacifista che quindici anni dopo avrebbe redatto uno dei primi resoconti sulle violazioni del diritto internazionale da parte dei tedeschi nella Prima guerra mondiale. Bryce si opponeva ai crimini commessi dai britannici contro i boeri «animato», scrivono Gordon e Perugini, «dalla convinzione che i due popoli appartenessero alla stessa razza civilizzata e alla stessa religione». Quindi non aveva niente in comune con le «tribù dei selvaggi» del Sudafrica. L’evidente sottinteso era che, invece, contro i neri, anche se inermi, fosse consentito ogni genere di brutalità. Gli africani di colore «erano quasi completamente rimossi dal dibattito». Persino «fra i pensatori più progressisti».
Dopo la Prima guerra mondiale furono prese in esame pressoché esclusivamente le atrocità perpetrate dagli sconfitti, i tedeschi. In particolare, agli occhi dei vincitori l’occupazione del Belgio rappresentava «una svolta etica cruciale nella storia della guerra». L’intera popolazione belga era stata usata come «scudo». Dopo aver letto vari rapporti, il grande giurista internazionale Antoine Pillet (che già si era occupato di scudi umani nel conflitto franco-prussiano) definì quella combattuta dai tedeschi una «guerra di selvaggi». Secondo Pillet, l’uso di scudi umani era un crimine che favoriva «una politica di pulizia etnica». Le prove raccolte nei rapporti governativi decretavano, a detta di Pillet, «la morte del diritto internazionale».
Ma gli effetti di queste denunce furono scarsi. Quando il Giappone, nel 1931, invase la Cina, il caso si ripropose. Nel febbraio del ’32, l’attivista pacifista Agnes Maude Royden – insieme al ministro scozzese Herbert Gray e al riformatore anglicano Richard Sheppard – scrisse una lettera al «Daily Express» in cui esortava i civili a trasformarsi in scudi umani assegnandosi il compito di frapporsi ai belligeranti. Questi volontari avrebbero dovuto dar vita a una «barriera vivente» contro la guerra. Si rivolse poi alla Società delle Nazioni perché allestisse (e portasse in loco) questo esercito di «scudi volontari»: «Saremo coloro che credono nel potere spirituale contro chi è votato alla forza materiale», sostenne. In mille diedero la loro disponibilità ma Royden li considerò pochi. Non fu però per questo motivo che il «contingente disarmato di soldati della pace» non venne trasferito a Shangai. Il segretario generale della Società delle Nazioni, Eric Drummond, pur difendendosi da una possibile accusa di cinismo («lungi da me bollare come fantasiosa un’offerta simile», mise le mani avanti) spiegò che, a termini di statuto, non avrebbe potuto dare luce verde all’iniziativa. Temo, scrisse in risposta alla Royden, «che non mi sia costituzionalmente possibile presentarla al consiglio della Società delle Nazioni, se non dietro formale richiesta di uno degli Stati membri». E, dal momento che nessuno degli Stati membri si impegnò in tal senso, non se ne fece niente.
Venne poi la guerra d’Etiopia (1935). Un figlio di Benito Mussolini, Vittorio, diede alle stampe un libro con molte fotografie, Voli sulle Ambe (Sansoni), nel quale venivano immortalate le devastazioni causate dai bombardamenti italiani. Lo Stato africano – come sottolinea Nicola Labanca in La guerra d’Etiopia 1935-1941 (il Mulino) – faceva parte della Società delle Nazioni. Perciò stavolta le obiezioni mosse da Drummond a Royden non stavano in piedi. Ma Giorgio Rochat – in Militari e politici nella preparazione della campagna d’Etiopia (Franco Angeli) – ha messo in evidenza come i vertici del regime fascista avessero ideato un argomento da usare a proprio favore. In una lettera inviata a Mussolini nel 1932, il ministro italiano delle Colonie Emilio De Bono aveva scritto: «Nonostante l’appartenenza alla Società delle Nazioni e i tentativi di atteggiarsi a popolo civilizzato, l’Etiopia non è altro che uno Stato semi-barbaro». Così anche stavolta non ci fu nessun «esercito della pace» a recarsi in loco. Fu mandata la Croce Rossa. Ma è lo stesso Vittorio Mussolini a raccontare come gli italiani bombardarono senza esitazione edifici non militari e strutture sanitarie. E anzi accusarono gli abissini di «abuso dell’emblema della Croce Rossa» (accusa che nel gennaio del ’36 finì, con un disegno, sulla copertina de La Tribuna illustrata).
Neanche la Seconda guerra mondiale fu utile a far chiarezza definitiva sull’uso degli scudi umani. Al processo di Norimberga venne incriminato il generale tedesco Kurt Student che, a Creta, aveva impiegato come scudi alcuni prigionieri britannici. Le prove erano schiaccianti. Ma fu assolto. Un altro generale nazista, Hermann Hoth, fu accusato di aver usato come scudi prigionieri sovietici e condannato (per questo e altri reati) a quindici anni. Ma nel 1954, meno di dieci anni dopo la fine della guerra, venne rilasciato e messo in libertà vigilata.
Dopo il 1945 la questione si ripropose più volte in infiniti conflitti, se ne discusse, si stilarono documenti. La questione, però, è ancor oggi, più o meno, come si pose in quel carteggio tra i generali Jones e Foster del 1864. È rimasta, cioè, al punto di partenza.