Libero, 22 dicembre 2024
Guareschi presenta la sua Favola di Natale
Natale del 1944, di 80 anni fa: Oflag XB di Sandbostel, Germania. Nel campo di prigionia l’Internato militare italiano n° 6865, Giovannino Guareschi, scrive e mette in scena La favola di Natale, spettacolo che, con le musiche di Arturo Coppola (suo vicino di letto a castello dal cui piano superiore faceva calare a Giovannino le musiche) verrà rappresentato proprio la vigilia del Natale 1944. Dopo quella rappresentazione, Giovannino presenterà al pubblico la sua Favola e lo farà a Natale del 1945, appena rientrato dalla prigionia, a Milano, al teatro Angelicum. Pubbichiamo qui di seguito le parole con cui Guareschi presentò la sua commovente opera.
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Ecco uno spettacolo che ha bisogno di istruzioni per l’uso. Anzi: ecco uno spettacolo che non è uno spettacolo. Questa favola è nata come una nostalgia e tale è ancor oggi: ma allora – quando nacque – era tanta la miseria che la circondava, che anche la nostalgia poteva essere considerata uno spettacolo interessante e così ebbe l’onore di presentarsi da un palcoscenico a un folto pubblico. Questa sera noi vi rifaremo lo spettacolo tale e quale come nacque: dei poveracci originali solo due sono presenti: Coppola e io: tutti gli altri sono signore e signori rispettabilissimi i quali non hanno niente a che vedere con gli improvvisati musici, cantanti e coristi d’allora. Ad ogni modo è stata rispettata la primitiva stesura delle musiche e, tutt’al più, invece dell’ocarina e della chitarra, avremo un flauto e un pianoforte.
Orbene, signore e signori, dovendo io parlarvi di internamento lo farò con estrema discrezione. E mi limiterò a spiegarvi che la nostra favola è nata in un lager, nell’imminenza del secondo Natale di prigionia, come disperato tentativo di popolare quella gelida solitudine coi fantasmi dei nostri sogni. Di dar loro corpo e voce. Rannicchiato nella mia cuccia, io vedevo attraverso una finestrina un vicino bosco di abeti e questo era lo scenario del sogno. Coppola alloggiava al piano superiore e, mentre io scrivevo, componeva le musiche che dovevano commentare la fiaba. Poi le concertò, organizzò un coro, istruì dei cantanti, inventò un’orchestra. Come abbia fatto lo sa soltanto il buon Dio. I suonatori avevano le mani intirizzite dal gelo, i violini si spaccavano per l’umidità, le voci uscivano a stento da quei mucchietti di stracci. Così nacque lo spettacolo della Vigilia di Natale, il quale spettacolo risultò alla fine la completa mancanza di uno spettacolo.
Un poveraccio pieno di freddo, di fame e di malinconia leggeva qualcosa su un suo quadernetto e, ogni tanto, altri poveracci pieni di freddo, di fame e di malinconia intervenivano nel racconto con canti e suoni. Questa dunque non è una manifestazione artistica, ma un trattenimento a carattere rievocativo: il mio amico Coppola non si presenta a lorsignori come compositore: semplicemente come il prigioniero d’allora che, essendo per caso musicista, ha fermato sopra alcuni fogliettini malconci, con un mozzicone di matita, quelle poche note che la fame e la malinconia gli permettevano. Io poi non presento neppure come dicitore: io sono una voce qualsiasi, un’anonima voce che viene di laggiù, carica di gelo e di nostalgia. Vi faccio grazia del simbolismo della fiaba. Non voglio dar l’idea di voler trasformare questo umilissimo racconto nella Divina Commedia. Tutt’al più, a semplice titolo di curiosità, vi dirò che il racconto aveva un contenuto polemico.
Ogni figura un fatto: ogni personaggio, ogni azione un preciso riferimento con la realtà. Una favola che faceva il doppiogioco, insomma: sotto la specie del racconto nostalgico e fantastico, una subdola azione di sabotaggio rivolta contro il nemico il quale tentava con ogni mezzo di attirarci nelle sue file. Ma ciò non ha più nessuna importanza: questo dunque non è uno spettacolo: lo è stato. E io temo che si risolverà, stavolta, in un piccolo fallimento letterario-musicale. Un anno fa, nel campo di concentramento, questa favola aveva per coloro che l’ascoltavano un contenuto, un significato, una funzione: ma tutte queste ottime cose, lo temo, sono rimaste laggiù, né io desidero andarle a ritrovare. I miei nanetti, i miei passerotti, i miei funghi coi baffoni, camminavano laggiù per deserte distese nevose, e i fantasmi giravano per boschi silenziosi e spopolati, e noi, condannati all’immobilità, alla noia e alla malinconia, potevamo prestare attenzione al loro peregrino andare. Oggi no. Per le strade d’Italia i nanetti, i passerotti, e i funghi coi baffoni impicciano. Qui c’è altro da pensare che ai fantasmi. E allora questa sera li congederemo, li rimanderemo nelle deserte lande dove son nati. Così ogni Natale andranno a zampettare attorno alle tombe dei nostri compagni rimasti laggiù a far la guardia ai nostri sogni, e racconteranno loro la mia peregrina favola. Cominciamo con un ampio riassunto musicale della vicenda.
Lo scenario musicale è disteso: ecco i tristi campi nevosi, i cupi boschi pieni di silenzio, il cielo nero e minaccioso del nord. Occorre soltanto creare un po’ d’ atmosfera natalizia e poi potremo cominciare la nostra fiaba. Ed ecco un breve preambolo che è, nello stesso tempo, natalizio, fiabesco e rievocativo. In esso infatti si parla di un orco il quale attentava alla vita di una stella con la coda. Un orco che tentava di far Kaput del mondo intero, un orco che, per fortuna, non c’è più. C’era una volta…
Una fiaba che, come tutte le fiabe della nostra fanciullezza, finisce con la solita filastrocca: “Stretta la foglia – larga la via. Dite la vostra – che ho detto la mia. E se non v’è piaciuta – non vogliatemi male: ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale, e che sarà una favola – senza malinconia: “C’era una volta la prigionia…”».
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Ps. La Favola di Natale è pubblicata da Rizzoli Superbur (112 pp, 10 euro).