il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2024
La nostra sanità e quella d’Africa
Sul Corriere della Sera (16.12) Sergio Harari, noto e apprezzato pneumologo, scrive: «Cosa diremmo se in una regione sperduta dell’Africa si sviluppasse una terribile malattia infettiva contro cui ci fosse un vaccino efficace ma la popolazione non lo volesse fare per una qualche stupida superstizione?».
Io sarei un po’ più cauto del positivista Harari nel demonizzare la medicina dell’africa nera, considerandola una “stupida superstizione” quando era Africa nera, con le sue tradizioni e le sue credenze, non ancora destabilizzata e distrutta, economicamente, ma anche socialmente e culturalmente, dall’intrusione del nostro modello.
Viaggiando per l’africa, una trentina di anni fa, ho avuto modo di osservare alcuni fenomeni interessanti. Quando un uomo di un clan tribale si ammala fino al punto di non essere più in grado di reggersi in piedi lo stendono a terra e intorno a lui comincia una danza tribale forsennata finché anche coloro che vi partecipano, sani, esauriscono ogni energia. Il senso di questa pratica è lo “scambio di energie” (cosa da cui avrebbero molto da imparare, in tanti sensi, anche gli uomini d’oggi). Nel senso che quei danzanti, sani, trasferiscono le loro energie in eccesso al malato. E il malato, ho avuto modo di constatarlo, guarisce. Non si tratta di una macumba che ha origini religiose, mischiando elementi pagani con altri cristiani, ma di risolvere un caso concreto. Certo, queste pratiche sono possibili solo in quel contesto, da noi sarebbero inefficaci oltreché ridicole, non le si può pensare, poniamo, in Piazza Duomo o a Trastevere. Così come le pratiche della medicina orientale che guardano all’uomo nella sua interezza, fisica e psicologica, non possono essere applicate nella medicina occidentale che è estremamente specializzata (se hai male al dito mignolo sa tutto di come curarlo ma ignora la persona nella sua interezza) cosa di cui dovette rendersi conto, amaramente, anche Tiziano Terzani che aveva cercato di immergersi nella cultura e nelle tradizioni orientali ma al momento del dunque, quando fu colpito da un tumore, andò a curarsi al Memorial Sloan-kettering Cancer Center di New York, senza risultato.
Nella mia Africa, per parafrasare Karen Blixen, si vedevano neri che avevano una profonda cicatrice sulla fronte. Gliela avevano fatta i medici, o, se preferite, gli stregoni del luogo. Erano vittime di feroci mal di testa e anche qui il concetto era lo stesso delle danze tribali: il ferro incandescente assorbiva il male dell’ammalato. Sarebbe stato interessante fare una ricerca per vedere se quegli ammalati avevano un tumore al cervello o la malattia era psicosomatica. Ma il nostro scientismo, che io sappia, si è rifiutato di fare questo tipo di ricerca.
È indubbio che la medicina occidentale, che tradizionalmente si fa risalire a Ippocrate, abbia compiuto enormi progressi anche, se non soprattutto, nel campo dei vaccini eliminando, come dice Harari, il vaiolo e la poliomielite (terrore della mia infanzia), io aggiungerei la difterite. Ma se si elimina una malattia infettiva, sia animale che umana, ne appare subito un’altra come è stato per il Covid-19, perché la Natura non tollera che siano cambiati gli equilibri da essa stessa posti in milioni di anni. E lo stesso Covid ci dice che bisogna andarci piano nel santificare non tanto la medicina ma i suoi interpreti. Sulla natura di questa patologia e sui vaccini adatti a prevenirla abbiamo assistito allo spettacolo, piuttosto miserabile, di virologi, epidemiologici, infettivologi fra cui non ce n’era uno che non avesse un’interpretazione diversa da quella di un collega, spaesando e terrorizzando così la già disorientata popolazione, paura, timore, disagio cui si aggiungevano gli spettrali bollettini serali.
I progressi della medicina hanno avuto però effetti paradossi, una sorta di “eterogenesi dei fini”. Si sono tenute in vita persone le cui esistenze avevano perso ogni senso anche per chi stava attraversando quella drammatica esperienza. In Italia non c’è il diritto all’eutanasia, cioè il diritto alla buona morte come si espresse il filosofo inglese Francesco Bacone, c’è in Svizzera, come, in Italia, c’è il diritto che un medico ti aiuti a morire. È una vexata quaestio mai risolta. Ma il problema non è nemmen questo. Non si dovrebbe mettere un individuo di fronte alla drammatica scelta di vivere un’esistenza che non ha più senso, nemmeno per lui, e la morte. Una persona dovrebbe poter morire in santa pace, senza l’aiuto di medici non sempre disinteressati, ma orientati secondo la propria ideologia (è il contrasto fra medici di osservanza cattolica e gli altri) diversamente da come accadeva nei cosiddetti “secoli bui”. Nel Medioevo il morente era il padrone assoluto della propria morte, la guidava, la conduceva, dando disposizioni che avevano un valore sacro (oggi non si può nemmeno più testare a proprio piacimento, diseredando il figlio fellone a favore di quello meno fellone, è la parabola del “figliol prodigo”).
Adesso si è affacciata in Congo una variante della malaria il vero dramma sanitario di quel popolo che invece per il Covid ebbe solo 193 vittime, senza prevenzione né tanto meno vaccini. Si saranno curati con la macumba?