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 2024  dicembre 22 Domenica calendario

Il giro del mondo con gli oggetti

In un mondo usa e getta, fatto di consumi accelerati, gli oggetti hanno assunto un valore di rappresentanza, diventando protesi simboliche di status sociali, che si rinnovano immutabili tra le nostre mani senza mai morire. Prendi gli smartphone: lunghissime file aspettano fin dalla notte l’apertura del negozio per accaparrarsi l’ultimo modello e dismettere il precedente che funziona ancora perfettamente. Così la morte è debellata perché nulla muore più davanti ai nostri occhi.
Ma gli oggetti non sono solo questi e il consumo non è solo quello occidentale. In certe culture e paradigmi di umanità le cose, gli utensili e i manufatti sono ancora inseriti dentro una costellazione di riferimenti che li rende magici, rituali, sacri… che va ben oltre il loro valore d’uso.
Siamo portati a credere che la pipa più famosa sia quella di Maigret – anche se Simenon mai ci mostra l’ispettore intento a pulirla con tutto quell’armamentario di cazzuole e scopini che gli appassionati si tirano appresso. In realtà la più diffusa è stata, almeno un tempo, la chanupa, la pipa dei Lakota, Sioux del sud Dakota, di cui si conoscono due versioni: quella personale e quella comunitaria, usate per siglare accordi. È la pipa che il famoso Alce Nero mostrò sui palcoscenici di mezza Europa quando fu scritturato da Pecos Bill a fine Ottocento per rappresentare i costumi dei nativi americani ad uso degli occidentali. Più comunemente conosciuta col termine franco-normanno di calumet, abbellita da intarsi a mano e simboli che ne indicavano le destinazioni d’uso, finì in modo del tutto immotivato a dare il nome a un lievito per dolci, la cui confezione sfoggiava un indiano con copricapo di piume, come nella “migliore” tradizione dei film americani, a evidenziare quel processo di appropriazione occidentale non sempre pacifico.
Oltre alla pipa Lakota ci sono altri settantanove oggetti selezionati da Cristina Balma Tivola che le permettono di costruire questo divertente e irriverente giro del mondo, vissuto come una sorta di museo personale, fatto si stranezze, stravaganze e curiosità, ma tutte inscritte in coordinate culturali ben precise e documentate.
Per esempio, la diffusione inglese della tassomanzia, quel metodo di divinazione che fa pronostici sul futuro interpretando i residui di tè o di caffè, induce molte aziende a produrre tazze adatte all’uso, spesso con tanto di libretto di istruzioni. O ancora: la sedia rituale degli Iatmul del fiume Sepic in Papua Nuova Guinea, immortalati da Gregory Bateson nel fondamentale Naven, e poi nel documentario Cannibal Tour di Dennis ’O Rourke, che mostra un gruppo di miliardari in cerca di emozioni e di oggetti esotici alle prese con la miseria indigena.
La prima parte del volume è dedicata “al mondo come umani” ed è riferita a quegli oggetti che costruiscono, definiscono e delineano una cultura nella loro materialità (gli astucci penici o gli occhiali da neve degli Inuit o degli Yup’ik dell’Artico e delle popolazioni di Siberia, Tibet e Nepal, ma anche la tradizione “inventata” del kilt scozzese…). Si passa poi agli oggetti di uso quotidiano (poggiatesta africani, amaca, boomerang, monete…) e a quelli che mettono “in relazione” con l’immateriale (clessidre e calendari, la tavoletta mnemonica dei Luba, Lukasa) per chiudere con quelli che forniscono un senso (culturale) alla vita: sonagli e tamburi sciamanici, pali funerari, lo Yad ebraico, fino alla sacra pipa Lakota.
Sfogliando ci si può imbattere in oggetti apparentemente incomprensibili come la gigantesca riproduzione d’un famoso cellulare oramai dismesso o un aereo in miniatura: no, non sono reperti vintage di vecchie pubblicità. I Ga del Ghana praticano numerosi culti e feste ma sono famosi per i loro rituali funebri. Dalla metà del XX secolo si è affermata la tendenza ad accontentare il caro estinto nelle sue aspirazioni o nei suoi desideri: alla nonna che avrebbe sempre voluto volare si dedicò una bara a forma di aereo. L’idea piacque e ciascuno cominciò a commissionare una propria cassa personalizzata. E oggi ci sono laboratori dedicati alle fantasy coffin, che realizzano autobus per l’ex autista, la camera da ripresa per il regista, un martello per il falegname…
Ps: tra gli oggetti illustrati qualcosa di “nostrano” però c’è, come la cucumella, la caffettiera napoletana a infusione, di cui si riportano le prime documentazioni nel Seicento, i racconti successivi, i quadri di Matisse in cui è raffigurata, e che divenne famosa anche grazie a Eduardo De Filippo per la celebre scena fuori al balcone di Questi fantasmi.