Robinson, 22 dicembre 2024
Autoritratto di Vasco Rossi da giovane
Quando si pensa ai grandi miti, si pensa a persone eccezionali, fuori dall’ordinario. Almeno per me era così. Io invece non sono eccezionale, sono una persona proprio normale. Sono sempre vissuto così, nel senso che magari ho anche un talento che sono riuscito ad affinare nel tempo che è quello di scrivere, di cantare delle canzoni, però non sono un fenomeno. Sono la rivincita dell’uomo comune. L’uomo comune nei confronti dei fenomeni. Oggi molti fanno i fenomeni, ma sono solo quello. Dei fenomeni appunto. Io invece ho sempre cercato di dissociare il fenomeno da quello che uno è veramente. Ma quello che sei veramente lo sai solo tu.Un’infanzia feliceIo ho vissuto un’infanzia piena d’amore. Da piccolo ero un bel bambino biondo e, senza che me ne potessirendere conto, sono subito diventato una vittima del matriarcato: a casa mia c’erano tutte queste donne che mi facevano fare le cose anche più strane tipo il paggetto o il valletto ai matrimoni. Ero il loro giocattolo e facevo tutto quello che mi dicevano. Fino a dieci anni non è che stai lì a pensare, accetti tutto. Queste cose che mi facevano fare mi incuriosivano. Quando si è piccoli non si giudica niente e tutto quello che ti dicono tu lo fai. I bambini sono al tempo stesso serissimi nel loro comportamento, se gli dici di fare una cosa la fanno con il massimo impegno.Il problema di pensare «questo forse non mi piace, non lo voglio fare» nasce dopo, quando cominci ad avere dodici, tredici anni. E a quel punto, scatta invece la ribellione. Mi piace raccontare questa storia perché io da piccolo in casa mi annoiavo moltissimo poiché essendo figlio unico mi sentivo solo. Già da lì forse arriva la mia esigenza di andare fuori, di andar via. Io in casa ci sono anche nato: allora si usava così, non si andava neanche all’ospedale.Una delle cose che mi attraeva era la televisione, in particolar modo quando c’era il festival di Sanremo: è proprio uno dei primi ricordi che ho. Mi colpiva quello strano mondo e mi piacevano le canzoni. In casa non ce l’aveva ancora nessuno, andavamo al bar. Mi ricordo ancora la sensazione di una volta che ero in cucina seduto su un tavolo di formica verde e mi annoiavo in modo spaventoso. Chiedevo alla mamma di avere un fratello. Volevo un fratello, una sorella, perché avevo bisogno di qualcuno con cui far qualcosa. Mi ricordo che avevo del pongo e continuavo a tenerlo in mano ma non mi divertivo senza qualcuno che giocasse con me, non sapevo che cosa farci. Era proprio una sensazione di noia profonda, per questo quando finalmente ho cominciato a uscire per me è esploso tutto.Io sono andato a scuola un anno prima, ho fatto, come si chiamava allora la “primina” perché sono nato in febbraio e per non perdere l’anno sono andato a scuola subito. Ero un po’ il favorito della madre superiora perché ero piccolino. Mi ricordo di quando dormivamo lì all’asilo. Si dormiva sui banchi, non nei letti e qualche volta capitava che ci mettevamo sotto la cattedra io e Moreno, un mio amico, con cui ci siamo visti fino a quando si è sposato, e davamo dei bacetti alla stessa bambina, perché piaceva a tutti e due. Si chiamava Egle. Ma non era una cosa di sesso ovviamente, eravamo troppo piccoli. Però ci piaceva. So che Freud fa risalire certe cose all’infanzia: mi divertirebbe qualche volta cercare di capire con uno psicoanalista se e come certe cose hanno influito in quello che ho fatto dopo. Sono cose che mi sono rimaste impresse nella mente anche a distanza di tanto tempo: un’altra era la sensazione della prima volta che ho visto queste cose che volavano nel cielo e mi hanno detto che si chiamavano “aerei”. Che emozione!Per fortuna si va a scuola e così comincio a conoscere altri bambini. Uno è Marco Gherardi, un ragazzo molto curioso che stava sempre dietro alle cose nuove e che però, appena le cominciava, poi le lasciava lì, non era interessato a continuarle, al contrario di me che quando mi fissavo su una cosa andavo avanti. E così ho cominciato ad avere i miei rapporti di amicizia profonda che poi sono durati sempre. Con Moreno invece il rapporto è finito prima perché a 18 anni la sua fidanzata è rimasta incinta, si sono sposati ed è partito per un viaggio diverso, così l’ho perduto come amico.Il primo amoreA un certo punto, quando avevo sette, otto anni c’era anche una ragazzina che abitava in un appartamento sotto casa mia, si chiamava Annamaria. Ci incontravamo sulle scale perché abitavamo lì entrambi, lei era la figlia di quelli che avevano un bar proprio sotto casa. A quei tempi tra bambini non ci si diceva «ti amo» ma «mi piaci» e, se lei diceva il sì, a quel punto eri fidanzato. Così ogni volta che la incontravo le chiedevo conferma e quando lei diceva «sì» era una sensazione fantastica. Adesso penso: «Ma come facevo a sette, otto anni?». E invece si vede che a me le donne interessavano già. Era questa la nostra unione e, dato che abitavamo nella stessa scala, tutte le volte che la incontravo, le dicevo: «Ma è ancora così?», e lei sempre «sì» e io provavo delle emozioni fortissime, ero tutto contento. Poi un giorno invece mi ha risposto: «No». E io: «Ma perché?», «adesso mi piace un altro». Era uno che veniva su a Zocca in villeggiatura come si diceva ai tempi: mi è crollato il mondo addosso. È stata la mia prima delusione d’amore. Poi lei è andata ad abitare da un’altra parte.La mamma e il papàMia mamma poi ha sempre avuto quel carattere per cui sono sempre gli altri i migliori, mi diceva tutte le volte: «Guarda quello lì, guarda quello là». Mio padre invece il contrario esatto. Carattere forte, testone, testardo, duro, sicuro. Al tempo stesso buono, profondamente buono e… coglione perché quando uno è troppo buono è anche coglione. E quindi quando tornavo a casa non ho mai avuto la sensazione che mancasse mio padre, perché comunque era il punto di riferimento. Mia mamma invece mi faceva sentire un po’ in difetto.Erano tempi diversi da oggi e a casa nostra tenevano la chiave sopra la porta, chiunque arrivava poteva entrare. Non si chiudevano mai le porte. È andata avanti così per anni finché successe un casino con mio padre che aveva avuto forse una storia, non l’ho mai saputo bene. Mia mamma era molto gelosa di lui per cui mi ricordo solo delle grandi scenate che naturalmente io poi chiaramente tenevo sempre per la mamma ed ero incazzato con lui e glielo dicevo: lui mi ascoltava zitto. Gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro: è sempre stato uno con cui non si discuteva. Lui ti ascoltava, non ti contraddiceva mai e poi… faceva quello che voleva. Ricordo il giorno che feci una discussione con lui perché dopo tanto tempo era arrivato finalmente il telefono in casa. Lo montano chiaramente nell’ingresso perché c’era una spina sola. Poi a un certo punto salta fuori che si potevano montare altre spine nelle varie camere e io dico: «Dai facciamo venire l’elettricista, così ne mettiamo una in cucina, una in camera mia e una in camera vostra». E lui: «No, una deve stare all’ingresso». Io: «Un tempo dovevi per forza averla lì, ma adesso mettiamole dove servono di più». In camera mia l’ha messa perché guai a chi gli toccava il figlio ma l’altra niente da fare, all’ingresso. Qualche tempo dopo aveva cominciato a prendere una prolunga che faceva arrivare fino al comodino perché chiaramente serviva lì. Ma niente da fare. Era un testone. Infatti era del Leone, uno di quei segni che ti danno una bella tranquillità: l’ideale per un Acquario come me che sono sempre agitato.I primi incontri con il sessoMia mamma Novella non me l’ha mai raccontato come nascono i bambini, non erano cose che si dicevano allora. Queste prime esperienze che avevo erano proprio di un amore platonico, innocente. Il sesso invece l’ho scoperto verso gli undici, dodici anni ma non con le donne: l’ho scoperto così per caso, con la masturbazione.Non, appunto, con le ragazze, ma con i miei amici. Non pensavo di farlo fisicamente con una compagna della mia età, forse perché non vedevo la possibilità, però non ho mai pensato a farlo davvero fino a quando non ho avuto quindici, sedici anni. Il sesso è la cosa più importante che c’è ma non se ne parla mai, si lascia così a caso, e se ci pensiamo è ben strano. E siccome nessuno ci spiegava mai niente, ci sembrava incredibile che i nostri genitori avessero fatto certe cose.Non mi ricordo bene come è stato che ho realizzato davvero come si faceva, cosa succedeva. Forse con qualche giornale abbandonato nei cantieri dai muratori, ma era una cosa che mi aveva abbastanza colpito. Tanto che, per un periodo di tempo, ho avuto proprio un tale rifiuto che ogni volta che vedevo le donne incinte pensavo: ma allora questa ha fatto quelle cose lì? Avevo quest’idea qua che mi spaventava un po’. O meglio non proprio spavento ma mi sembrava strano. Noi ragazzi invece, da parte nostra, facevamo dei gruppetti che andavano a farsi le seghe. Era così che scoprivamo la nostra sessualità: ce lo guardavamo, ce lo misuravamo e poi c’era una macchina abbandonata e noi si andava dentro e ci facevamo le seghe in compagnia. Era come un’iniziazione, una cosa che condividevi con gli amici. Ci dicevamo: «L’hai scoperto anche te?», e via che andavamo. Quella scoperta era un tale sballo che bisognava condividerla! Ma lo scoprivi per caso, sfregando finché sentivi una certa sensazione e poi restavi lì allibito per quella sensazione. Che era una bella sensazione… Comunque la mia era un’infanzia molto positiva, serena, direi proprio felice, anche se la mia era una famiglia che non arrivava alla fine del mese. Mia mamma mi mandava gli ultimi giorni nei negozi a comprare le cose e poi a dire «segni» perché lei si vergognava e quindi se andavo io che ero bambino era più facile. Ma, nonostante questo, non mi è mai mancato niente perché evidentemente l’amore della madre e del padre ti riempie anche se i soldi non ci sono.Il mio amico Gherardo, invece, che era il figlio del benestante del paese aveva sempre tutti i giocattoli piùnuovi, così andavo tutti i giorni a casa sua e mi divertivo come un pazzo. Ma non ero invidioso, anche se può sembrare strano, non ho mai desiderato averli anch’io quei giocattoli: per me andava bene così. Non c’era né invidia né gelosia. Solo il fatto che io provavo affetto nei suoi confronti perché mi faceva giocare. Il primo registratore l’ho visto a casa sua: era il Geloso e quando Gherardo mi ha fatto vedere questa cosa che registrava e poi potevi sentire la tua voce e poi tornavi all’inizio e riascoltavi, io sono impazzito!E così la macchina fotografica: io usavo la sua ma non pensavo di portarmela a casa. Una volta invece mi aveva prestato il proiettore e l’ho portato a casa mia, in una camera che aveva anche la porta d’ingresso perché nel mio appartamento c’erano due entrate, una che non si usava mai, che entrava direttamente nella camera e c’era venuta l’idea di farci un cinema privato per gli amici. E sempre a casa mia dove c’era un terrazzino, una volta, sempre con Gherardo, invece abbiamo organizzato il circo! Facevamo pagare dieci lire alla gente per entrare e poi io facevo quello che cantava, e lui non mi ricordo cosa facesse ma insomma ci inventavamo questa specie di spettacolini.Le bandePoi dopo c’erano le battaglie naturalmente. Noi le chiamavamo proprio “le guerre” tra due bande del paese: se eri nato sopra alla strada del bar più importante del paese, il bar Cimone, eri del Battello, se eri nato sotto eri della Fondazza. Quando ci si incontrava ci si menava ma per modo di dire: l’importante era che non ti trovassi da solo. Poi ogni tanto facevamo queste guerre, nel senso che ci incontravamo in un posto e poi ci tiravamo i sassi. La regola però era quella di cercare di mirare basso e questo anche con le fionde. Magari sembra incredibile ma non ci siamo mai fatti male veramente. Non so come abbiamo fatto perché ci tiravano delle sassate della Madonna. Io una volta beccai per sbaglio il mio amico Marietto su una gamba. Quel giorno la guerra finì subito perché si incazzò come una bestia e iniziò a insultarmi. Erano guerre così, iniziavano e finivano lì.Però si vede che questa cosa della battaglia e dei due schieramenti è proprio connaturata alla natura umana perché quando ero ragazzo c’erano sempre queste lotte tra due fazioni. Dopo i sassi passammo alle cerbottane ma senza gli spilli. Con gli spilli invece c’erano dei ragazzi che facevano scherzi da una siepe, ma io non ho mai partecipato anche perché era una cosa veramente da idioti: credevano che non li vedesse nessuno e invece si vedeva benissimo che c’era gente nascosta dietro la siepe così se beccavano davvero qualcuno quello si incazzava di brutto e andava lì a prenderli a calci nel culo.Era un mondo così, completamente diverso da quello di oggi. D’inverno c’era la neve e si andava a slittare. Non a sciare ma proprio a slittare. Pestavamo tutta la neve con i piedi, e poi scivolavamo con dei sacchi della spazzatura, con i pantaloni corti che poi ricordo che avevo le gambe tutte a quadrettini e, quando andavo a casa, mia mamma mi metteva sempre con i piedi dietro la stufa a legna perché ero tutto bagnato e mi ero congelato completamente.Quando cadeva la neve era una cosa fantastica a Zocca. Avevamo un cinema in paese dove non è che si guardassero i film e basta: era un modo per stare insieme e tutti commentavano. C’erano battute, applausi oppure fischi se c’era il cattivo che faceva lo stronzo e poi invece, se per caso cadeva la neve, tutti uscivano dal cinema a guardare. Proprio come succedeva in quella scena diAmarcorddi Fellini. A me è piaciuto moltissimo quel film perché ci ho visto proprio Zocca, non solo Rimini. Il cinema era una cosa viva allora fatta anche della gente, non c’era solo lo spettacolo.E anche da noi poi a un certo punto è iniziata la grande rivoluzione delle vacanze: erano gli anni ’60 e cominciavano ad arrivare i villeggianti. Si affittavano le seconde case oppure, come nel mio caso, affittavamo la mia camera e io andavo a dormire in cantina o dai nonni. Ricordo delle estati bellissime dai nonni con i miei cugini in cuidormivamo in sette nello stesso letto, quattro da una parte e tre dall’altra con le teste degli uni vicine ai piedi degli altri. Poi c’era mia cugina, la Graziella, che per me era come una sorella perché per un periodo era stata a casa mia quando veniva a scuola a Zocca perché al suo paese non c’era. A un certo punto fecero le scuole medie in un paese vicino a noi che si chiamava Monte Umbraro dove c’era già anche un collegio e quindi si andava lì. Era molto divertente perché ci portava giù uno del paese che faceva l’autista e guidava una 1005 di quelle grosse nere dove ci stavamo dentro in quindici. Però tutte le volte bisognava combattere per cercare di stare sopra perché se invece ti trovavi sotto avevi di sicuro uno o due ragazzi sopra di te. Oggi sembra incredibile eppure era così.I bulliE poi c’erano i bulli del paese che ci assaltavano perché c’era un giorno in cui si usciva alle 12 e ci toccava aspettare che la macchina venisse a prenderci. Il capo di questi che era molto più grande di me, una volta mi stava proprio menando, per fortuna arrivò mia cugina, la Graziella appunto, che aveva due anni in più e faceva la terza che mi difese, lo prese, lo buttò per terra e gli disse: «Non toccare mai più mio cugino!». E per quell’anno mi lasciò in pace. Poi però quando lei andò via lui ricominciò subito. Io ero un soggetto facile perché, essendo andato a scuola un anno prima, ero più piccolo rispetto agli altri. E anche a scuola mi sentivo sempre quello che non capiva, e allora ho fatto le elementari copiando un po’ da tutti quelli che avevo vicino e non riuscendo veramente ad appassionarmi allo studio. Andavo a scuola e ascoltavo tutto quello che diceva la maestra perché così non mi annoiavo e dopo, quando mi interrogavano, gli ripetevo quello che avevo capito ma allora non mi scattava ancora l’idea di leggere delle cose per conto mio. Questo fatto che ero andato a scuola prima era successo perché c’erauna madre superiora che aveva raccontato a mia madre che io ero particolarmente intelligente. Il punto è che non era affatto vero o comunque l’intelligenza e la maturità sono due cose diverse, senza contare che tutti i miei amici erano un anno indietro rispetto a me. Così io andavo per primo dappertutto, anche quando c’è stato il grande salto dopo le medie e sono andato a studiare in città, sono stato il primo ad andare in collegio e a quell’età un anno in più o un anno in meno vogliono dire tutto. Quindi ero disperato.Il concorso “Voci nuove”Tornando a Zocca, la mamma e l’Ivana, la mia tata che era anche lei molto importante per me, non è neanche parente, però siamo più parenti dei parenti veri, e poi le mie zie, le sorelle di mia mamma che sono state sempre particolarmente vicine a noi, si erano accorte che mi piaceva molto cantare.E così, quando a un certo punto è arrivato in paese il carrozzone che promuoveva il concorso “Voci nuove”, hanno deciso subito di iscrivermi. Chi non è vissuto in un paese non può capire l’agitazione che prendeva un po’ tutti perché, in un posto dove non succedeva mai niente, queste erano grandi novità e naturalmente tutte le mamme si divertivano a iscrivere i propri figli al concorso per vederli cantare la domenica.Non è che pensassero di fare una cosa seria per avviarli alla carriera artistica, lo spirito era quello di divertirsi un po’ e basta. Per cui naturalmente ecco che iscrivono anche me. C’era anche la figlia di un’amica di mia mamma e dell’Ivana che partecipava e che a un certo punto, proprio nel mezzo della canzone, ha piantato una stonata esagerata e la gente è rimasta raggelata. Quando io poi ho vinto, sua madre non ha più rivolto la parola alla mia, le ha tolto proprio il saluto, perché diceva che il giorno prima per farmi allenare mi aveva portato a Vignola da uno che si chiamava Piero, famosissimo, per imparare la canzone e arrivare quindi già preparato. Insomma di fatto accusa mia mamma e l’Ivana, che era lei che mi aveva accompagnato in macchina, di aver truccato la gara. Questo per dire come nei paesi c’è questo fatto che ci si conosce tutti nel bene e nel male: ci sono le amicizie ma anche le invidie.E comunque l’Ivana è davvero un’altra figura importantissima per me perché era veramente in gamba: era una ragazza giovane del dopoguerra che è stata la prima a diciott’anni ad avere già la patente. Era carina, era figlia di benestanti, era insomma la figura più all’avanguardia del paese. Infatti, altra cosa per me fondamentale, lei e mia mamma quando parlavano con me parlavano solo in italiano. Tanti in paese invece parlavano solo in dialetto. La nostra era la generazione nuova, aveva delle madri che volevano che i loro figli fossero già degli uomini nuovi che imparavano l’italiano. Infatti io capisco benissimo il dialetto ma non riesco a parlarlo. Sono stato fortunato perché ho vissuto un periodo di rivoluzione che ha portato molte cose nuove, compresa la musica. Eravamo la generazione rock’n’roll.Comunque, tornando al concorso, questo delle “Vocinuove” veniva organizzato a Modena mentre a Bologna c’era lo Zecchino d’oro che era molto più conosciuto perché c’era il famoso Mago Zurlì e veniva trasmesso in televisione. A Modena c’era una cosa uguale ma non si vedeva in televisione e quindi non era così noto, però anche in quel caso facevano il giro dei paesi, sia di montagna che di pianura. Poi chi vinceva dei vari paesi andava alle finali a Modena. Però lì poi bisognava imparare una canzone nuova originale che veniva scritta per te dal maestro di canto. Quindi io in pratica la città l’ho vista per la prima volta quando mia mamma mi ha portato alla lezione di canto del maestro Bononcini. E così ho cominciato ad andare a Modena una volta la settimana con la corriera. Ci andavo da solo: sapevo dove dovevo scendere e la strada che dovevo fare che passava vicino al parco di Modena. Per me, che non ero mai uscito dal paese, Modena era come New York. Passavo per le strade che mi avevano spiegato e poi arrivavo a casa del maestro dove c’era un cavalcavia maestoso che a me che non avevo mai visto una cosa del genere sembrava veramente enorme. E poi, una volta arrivato dal maestro ecco che iniziava questa ora di lezione che si svolgeva così: c’erano 45 minuti di vocalizzi tipo aaaaaaaaa insieme agli altri, eravamo sette o otto, poi alla fine gli ultimi quindici minuti ognuno cantava una canzone e quello era il momento più bello perché finalmente avevi la soddisfazione di poter cantare. Si cantavano le canzoni di Morandi, di Bobby Solo, di Little Tony. Io ho conosciuto Little Tony molto prima di conoscere Elvis Presley: per me era lui quello originale.La chitarraLa canzone che avevo cantato al concorso di Zocca eraViolino tziganodi Luciano Taioli e invece quella che mi avevano scritto apposta perché per le finali dovevano essere tutte canzoni originali, si intitolava Come nelle fiabe.La serata finale si teneva il 26 dicembre, il giorno dopo Natale al Teatro comunale di Modena. A quel punto mi ero fatto un anno su a scuola del maestro e intanto avevo anche imparato a suonare la chitarra che avevo scoperto nella soffitta del mio amico Marietto, che era un po’ più piccolo, aveva due anni meno di me. Si chiamava Marietto Giusti e con Gherardo e Moreno Diamanti eravamo i tre amici stretti di allora.Marietto Giusti era un po’ come un mio fratello più piccolo. Aveva dei parenti che suonavano, che avevano l’orchestra, si chiamavano “I giusti” e lì nella soffitta oltre alla chitarra trovammo anche dei vestiti e delle cose per dipingere ma, soprattutto, c’era questa chitarra. Era la prima volta che vedevo una chitarra. La prendo in mano, tocco le corde e viene fuori un suono, tocco in un alto punto e suona in un modo diverso e così via. A quel punto mi sono innamorato. La chitarra è stato il mio colpo di fulmine. E così quando sono andato a scuola di canto, ho voluto anche imparare a suonare la chitarra. Prima avevo cominciato a prendere lezioni di pianoforte, ma il pianoforte mi ha stancato subito perché era troppo difficile. Poi mi faceva star lì tutto dritto: non era cosa per me. Io volevo sentire suonare subito lo strumento e la chitarra era perfetta. Ho preso le prime lezioni e poi ho continuato da solo, vedendo gli accordi come erano fatti e strimpellando sempre senza la musica. Comunque ci voleva una bella determinazione perché da Zocca a Modena ogni volta ci volevano un paio d’ore per arrivare a destinazione. Ripensandoci, già allora avevo questa testardaggine per cui io alle cose volevo arrivare in fondo, non le facevo tanto per fare. Chissà, forse, pensandoci adesso, quella testardaggine lì l’ho presa proprio da mio padre.L’usignolo d’oroI premi per me erano una cosa mai vista prima: c’era addirittura una bicicletta. Io andavo giù di testa! Non mi aspettavo di vincere: quando è successo sono rimasto allibito anche perché c’era stata una ragazzina, prima di me, molto brava, che aveva preso 95 voti su 100, quasi il massimo. La giuria era fatta di bambini che con le palette davano i voti da 0 a 10. A quel punto per me era fatta: era chiaro che ormai aveva vinto lei. Ho cantato la mia canzone e mentre uscivo di scena, però, sentivo i voti che arrivavano: «10, 10, 10, 10!». Alla fine ho preso 100 su 100!Il maestro Bononcini, come ho raccontato, aveva fatto la canzone mentre il testo l’aveva scritto un modello di Modena che si chiamava Mario Marengo, che poi è diventato uno dei miei primi e più sinceri fan che all’inizio veniva sempre ai miei concerti. Era un bellissimo ragazzo di Modena che aveva un negozio in centro di cose eleganti, insomma un bel tipo. Quella canzone che si intitolava Come nelle fiabe, io poi l’ho reinterpretata anni dopo. Ho fatto un pezzo intitolandolo Come nelle favole in occasione di Modena Park. Per me era un po’ come chiudere un cerchio: è stata una grande soddisfazione anche quella.A quel punto ero il vincitore e pensavo già di essere un cantante, non capivo neanche perché mi mandavano ancora a scuola! Così l’anno dopo sono andato alle selezioni dei vari paesi intorno a Modena perché ero la star. Mi sentivo come Gianni Morandi o Little Tony! Invece poi c’è stata la doccia fredda. Un giorno non me la sentivo proprio di cantare: a quei tempi bisognava arrivare all’acuto ma io non stavo bene, non avevo la voce e così l’ho detto a mio padre che mi doveva accompagnare. Lui, come al solito, non mi ha neanche ascoltato. Mi ha detto solo: «Adesso te lo dice il maestro se puoi cantare o no». I bambini però non scherzano quando dicono certe cose, sono serissimi. Ero convinto che il maestro avrebbe capito e avrebbe detto: «No, oggi non puoi cantare». Invece arrivo e lui mi dice: «Ma no, non ti preoccupare». Mi ricordo ancora la sensazione che ho provato: ero rimasto profondamente deluso da quelle parole perché mi sembrava che non avesse dato l’importanza adeguata a quello che dicevo, al mio stato fisico ma non solo. E se non ti puoi fidare del maestro di canto di chi ti puoi fidare? Così cantai la canzone, e ovviamente non ci arrivai... In realtà non se ne accorse nessuno. Ma me ne accorsi io: ero così amareggiato che da quel momento decisi di smettere di cantare. Però ho continuato ad andare a lezione di chitarra ma basta, non cantai più. Qualche tempo dopo mi sono messo con un gruppetto che faceva anche liscio e cantavo le canzoni italiane, ma solo per hobby, tanto che quando avevo ancora 22, 23 anni, se mi avessero detto che avrei fatto il cantante non ci avrei mai creduto.Questo è stato un fatto molto importante per me e credo che riveli molto del mio carattere perché sono così anche adesso. Non importa se per gli altri va bene: io non posso deludere me stesso. Sono talmente autocritico che o le cose vanno come dico io o ci resto malissimo. Sono così di carattere ma probabilmente anche perché sono cresciuto negli anni Settanta con il mito dell’autocritica, della spontaneità, della sincerità. Infatti quando qualcuno critica le mie canzoni mi viene da ridere perché tanto i difetti li ho già pensati tutti io: se decido di cantarle è perché a quel punto sono perfette. Almeno per me. Non è facile che passino indenni il mio esame: sono io il primo fan e quindi sono anche quello più critico, tanto che a volte non mi sopporto. Quando scrivo un pezzo però so benissimo dove arrivo e cosa può dare a chi lo ascolta.