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 2024  dicembre 22 Domenica calendario

E Majorana morì due volte

Ottantasei anni dopo la scomparsa di Ettore Majorana il suo mistero sembra ancora irrisolto, vittima di una serie di circostanze e di coincidenze incredibili, di depistaggi familiari, civili e religiosi e intromissioni di ogni tipo e delle iniziative dello stesso fuggiasco. Di Ettore si dice che non si sia saputo più nulla e che non sia mai stato ritrovato. Ma non è proprio così che è andata perché la morte di Ettore era già nota alla sua famiglia dal settembre 1939 ma, per motivi da indagare, aveva tenuto tutta per se quella ferale notizia. Nel 1964 mi era stata comunicata casualmente dalla famiglia ma vincolandomi al silenzio per vari anni, scaduti i quali è stata da me pubblicata nel 2013. Ma nessuno degli interessati al Caso ha voluto prendere in considerazione i documenti relativi e, di conseguenza, la stampa e la pubblica opinione hanno continuato a scorrazzare per i prati della fantasia e dell’inverosimile fino ad oggi. Da qui la necessità di ritornare sulla questione.Il segretoEttore Majorana scompare dal mondo dei viventi, soprattutto i familiari e i compagni di lavoro, tra il 25 e il 27 marzo 1938; viene ricercato ma inutilmente per diciotto mesi. Il 22 settembre 1939 suo fratello Salvatore riceve, a nome di tutta la Famiglia, una lettera del padre gesuita S.J. Ettore Caselli con la notizia che suo fratello Ettore è morto. Con parole di religione, ma più precise di quelle del linguaggio comune, Ettore Majorana è chiamato compianto e caro estinto. La famiglia reagisce alla notizia non comunicando a nessuno la morte del congiunto. Non ha mai manifestato molto interesse a comunicare notizie atte al ritrovamento, sin dalla scomparsa, e continua così sulla sua strada. La morte del congiunto e quindi il suo silenzio e il suo non ritorno sulla scena appagano il loro dolore. Almeno così sembra. Ma qualcosa, come vedremo, viene intuito o conosciuto dalle Istituzioni laiche e religiose che sono state interessate nelle ricerche. Però, nessuno di quanti hanno saputo si sente in dovere di comunicare alla pubblica opinione, pesantemente coinvolta, attraverso la stampa e i mezzi e i modi della comunicazione dell’epoca, la ferale notizia.
l silenzio della guerraIntanto comincia la dura parentesi della guerra che provoca un lungo periodo di silenzio e di disinteresse per il caso Majorana che durò ben oltre il conflitto. Non se ne parlò più e sembrava essere stato dimenticato per sempre a causa dei terribili anni passati. Finché sabato 29 luglio 1950 su La Nuova Stampa comparve un breve ma informato articolo che come un fiammifero riattivò, e questa volta non si spense più, l’interesse al caso. In mancanza della notizia della morte dello scomparso, la fantasia dilagò a briglie sciolte e la modernità reclamò i suoi diritti di affermare qualunque versione di quella vicenda nei contenuti più appetibili e remuneranti.
La famiglia, invece, si trincerò dietro un silenzio ostinato dichiarando di non avere mai più avuto contatti con il congiunto dopo la sua scomparsa, e di non essere al corrente di cosa gli fosse successo. Tutto questo fino al 1964 quando, imprevedibilmente, successe qualcosa di nuovo. Lo zio Salvatore, volendo ringraziarmi per alcuni servizi che avevo svolto anche per loro conto, sapendo del mio interesse per la vicenda di zio Ettore, volle omaggiarmi di varie carte e documenti. Mi disse che, potevano privarsene e darmeli perché erano delle copie o seconde battiture di lettere e di articoli di giornale. Ebbene fu in quell’occasione che lo zio Salvatore mi diede, forse incautamente, copia della lettera del padre Caselli, quella del 22 settembre 1939; il documento più importante, quello chiave, definitivo tra quei pochi che ci sono finora pervenuti. Ero il primo estraneo alla famiglia ad avere questo documento, che esisteva dal 1939. Ne compresi l’importanza perché il suo ritrovamento prevedeva tutta un’altra divisione dei ruoli in seno alla scomparsa e alla famiglia.Fermiamoci e riflettiamo su questa consegna e su quello che è successo dopo che, a mio parere, serve a confermare la veridicità della lettera. Perché i fatti in casa Majorana non sono mai semplici e non accadono mai casualmente. Comunque era assai strana l’epifania, improvvisa e inaspettata, di quella lettera con cui padre Caselli risponde a quella di Salvatore Majorana del giorno precedente, il 21 settembre 1939. Lettera della quale non sapevamo nulla e che non ci è pervenuta da parte dell’interessato, sicuramente perché ci avrebbe detto qualcosa di nuovo e molto importante che non voleva far sapere per chissà quale motivo.La borsa di studio«Le Missioni della C. D. Gesù Venezia 22/9/1939 Sig. Salvatore Majorana, Roma. A graditissima Vs. d’ieri. Ammiriamo sinceramente il Vs atto generoso per il compianto Ettore Majorana. Il Signore premi la Vs grande fede ed il Vostro santo affetto per il caro estinto. Possiamo assicurarvi che non vi è nessuna difficoltà per l’intestazione della Borsa di Studio al nome di Ettore Majorana, considerandolo come il fondatore e rendendolo partecipe di tutti i vantaggi spirituali connessi alla stessa fondazione. Con distinti ossequi, p. Le Missioni D.C.D.G. p. Ettore Caselli».Le lettera certifica che Ettore, in qualche modo, ha agganciato la Compagnia di Gesù e che la famiglia ne era al corrente. Padre Caselli scrive che la rivistaMissioniè d’accordo con quanto richiesto (da Ettore o da Salvatore?) e acconsente a intitolare una borsa di studio in nome del compianto e caro estinto Ettore Majorana. Sul significato di queste due espressioni si basa la mia ricostruzione della vicenda con l’aiuto sostanziale di undeus ex machinanella figura di un padre gesuita che parla come in occasione di un’omelia per un trigesimo, la cerimonia che si può celebrare nel trentesimo giorno dopo la morte di qualcuno. Allorché, in genere, tutti i religiosi non usano parole dure, crude, realistiche come lo sono “morto” o “defunto”. Dunque, padre Caselli qualifica Ettore come uno che deve essere compianto e che è caro estinto, ossia che è morto, defunto, da qualche tempo. Sicuramente questa lettera non doveva essere tra quelle altre carte e non mi doveva essere assolutamente fatta conoscere. Un vero colpo di fortuna per raggiungere la verità. Quando arrivai a leggerla, mi dovetti riprendere dallo stupore di quanto avevo sotto gli occhi. Casualmente e inspiegabilmente ero venuto in possesso di un documento fondamentale per risolvere la vicenda di Ettore.Quando tornai da Salvatore lo trovai del solito umore, non si era accorto di avermi dato un documento che non doveva assolutamente circolare. All’inizio, mi chiese solo di non tenere conto di quella lettera, cercando di minimizzare il significato di quel testo e negando, lui uomo di lettere, filosofo e religioso praticante, che quelle due parole “compianto” e “caro estinto” fossero sinonimi di morto, defunto e trapassato. Dalla foga in crescendo che lo zio Salvatore metteva in quella perorazione ho capito che era conscio di aver fatto una mossa sbagliata che non riusciva a perdonarsi. Mi chiese di tenere per me quella verità sulla morte di Ettore; voleva che gli promettessi di non dire a nessuno che ero venuto a conoscenza di quella lettera, perché lui ne avrebbe avuto molti guai e dolori con i suoi: non dovevo assolutamente parlarne, anzi dovevo dimenticarla. Per calmarlo gli risposi di stare tranquillo. Gli chiesi soltanto: «Quanto vuoi che duri questo silenzio?». Salvatore mi rispose senza tentennare: «Finché noi saremo vivi». E con quel “noi” sono sicuro pensasse alla madre, a lui, ai suoi fratelli e a nessun altro. Ma neanche così rassicurato lo zio Salvatore riusciva a calmarsi perché il segreto della morte del fratello, perforato parzialmente da lui stesso, lo tormentava; in famiglia avevano tutti bisogno di stare in pace senza che si riaccendesse il ricordo di quella tragedia e di quella scelta. Questo avveniva nel 1964 ed erano passati ben 25 anni da quando la famiglia Majorana era venuta al corrente di quel triste evento, ma non capii mai se il dolore e losconforto che provavano e manifestavano fosse dovuto alla morte del congiunto o alla scelta del silenzio e della negazione della realtà dei fatti. E di conseguenza se quella inaspettata consegna della lettera fosse casuale o voluta per porre termine a una scelta sbagliata.Tra me e lo zio Salvatore c’erano 37 anni di differenza. Dorina morì nel 1966, Luciano nel 1967, Salvatore nel 1971, Rosina nel 1972, Maria nel 1997. Nel 2013, quindi, ben oltre l’impegno di riservatezza preso con Salvatore, nel mio libro Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile, pubblicavo tutto questo: dell’esistenza della lettera di Salvatore al padre Caselli, la risposta, l’annuncio sulla rivistadella borsa di studio e la discussione sul significato e il valore di quelle due parole “compianto” e “caro estinto”, proponendo per la data della morte di Ettore Majorana quella del 22 settembre. Ma, se si dovesse ragionare secondo la logica del trigesimo, dovrebbe essere fissata ancora più indietro: intorno alla seconda decade dell’agosto 1939. È indubbio che con questo documento avviene un cambio di passo. Riassumendo, risulta che dal settembre 1939 circa la famiglia Majorana viene informata della morte di Ettore non si sa da chi e come, con chi ne parla e chi comunica la notizia, con chi si consiglia sul da farsi e su come comportarsi. Tutti eravamo caduti nella buca, pensavamo a scenari elevati, scientifici, di scelte problematiche, vitali, se eravamo pro o contro la costruzione di un’arma atomica, facevamo ipotesi sulla scelta di campo che Ettore aveva seguito, sulle decisioni che aveva preso. Eravamo su una pista sbagliata, credendo che la famiglia Majorana nel suo insieme fosse un paradiso idilliaco, un insieme di professionisti di primo livello, tutti riusciti nel raggiungere le loro mete, ma incapaci, quando casualmente e inaspettatamente un altro vero genio fosse arrivato tra loro, di conviverci e di lasciarlo vivere. Un giovane Majorana di Catania con cui facevo delle ricerche su Ettore mi lasciò all’improvviso facendomi sapere da un intermediario il perché: mettevo troppa luce sulla famiglia. Mai critica così asciutta mi fu più gradita perché voleva dire che non ero sulla strada sbagliata.A sostegno del documento Caselli, voglio registrare i sommovimenti da questo provocati. Prima e dopo la data del 22 settembre 1939, con le lentezze delle burocrazie religiose e civili, a cascata succedono vari cambiamenti che confermano e corroborano la veridicità di quanto Salvatore mi aveva detto sull’avvenuta morte del fratello. Siccome ritengo la lettera del padre Caselli la pietra fondante di questa versione, realistica e seria, di come sia andata la vicenda di Ettore, ho pensato anche che fosse opportuno accompagnare il suo cammino con documenti e azioni autonomamente validi. Ecco i risultati e i controlli delle ricerche eseguite da me e da altri storici.Dal 23 marzo 1939 Ettore Majorana non sarà più segnalato sulBollettino delle ricerche, giornale interforze tra le questure, icomandi dei carabinieri e la Direzione centrale della polizia. Dal 22 aprile 1939 la polizia emette l’ordine di cancellare il nome di Ettore Majorana dalla Rubrica di Frontiera. Dal 22 settembre 1939 la supplica della famiglia Majorana a Pio XII verrà scritta non con la richiesta di ricercare il fuggiasco, ma tutta a favore delle richieste della madre dolorosa, senza mai nominare Ettore e la sua esistenza in vita, come se non facesse più parte di quella famiglia e di questo mondo. La supplica sarà consegnata in Vaticano il 26 febbraio 1940. Il 24 settembre 1939, il ministero dell’Educazione nazionale pubblica sul suo Bollettino l’avvenuta decadenza del professor Ettore Majorana dalla cattedra di Fisica Teorica a Napoli. Decadenza già frettolosamente deliberata con decreto del 6 dicembre 1938, ma annullata per l’opposizione della Corte dei Conti.Sono state molte e importanti le testimonianze orali da me raccolte negli anni dalle più diverse famiglie che hanno avuto in comune la lettura della rivistacon i Majorana. Il numero 21 del 3 novembre 1939 scrive: «È stata fondata una borsa di studio per l’educazione di un missionario al nome dello scomparso, Ettore Majorana, che sarà partecipe di tutti i vantaggi spirituali inerenti a tale fondazione». La notizia è stata da tutti interpretata come un insolito annuncio mortuario dovuto all’originalità della famiglia Majorana a causa delle sue paranoie e della sua proverbiale riservatezza che rendeva spesso indecifrabile il suo comportamento.Alla fine di settembre del 1939, mia nonna materna Elvira Majorana organizzò una messa in suffragio del compianto e caro estinto Ettore, tra molti contrasti e disagi, per i soli parenti adulti dei Majorana romani. La famiglia di Ettore non partecipò. Non si sa il motivo.Lo zio Giuseppe Majorana, capofamiglia dell’epoca, che di dovere doveva scrivere il necrologio per suo fratello Fabio lo inizia a scrivere il giorno stesso della sua morte avvenuta l’11 luglio 1934. Mentre, invece, il necrologio per il nipote Ettore scomparso il 27 marzo 1938, che di dovere toccava sempre a lui scrivere, lo inizia solo a fine estate 1939, più di un anno e mezzo dopo la scomparsa quando saprà, anche lui, che Ettore è morto. In adiacenza, guarda caso, alle lettere di Salvatore e del padre Caselli, e lo licenzierà a ottobre 1940, in concomitanza con la chiusura del dossier Majorana in Vaticano.Non bisogna più superare questo limite temporale del 1939 riguardo alla vita di Ettore Majorana, ma facciamo un’eccezione per le due suppliche scritte dalla famiglia Majorana di Ettore ai papi Pio XI e Pio XII che finalmente si sono riunite e sono un autorevole sostegno della prova della morte di Ettore nel 1939, confermando come anche il Vaticano fosse al corrente del triste esito della vita di Ettore.In realtà le suppliche scritte da Dorina Majorana sono tre: la prima è una supplica, laica, scritta al duce del fascismo il 27 luglio 1938; la seconda è quella scritta a Pio XI entro la fine del 1938, ma mai consegnata a causa della malattia del pontefice epoi della sua morte. Ambedue sono centrate sulla richiesta di intensificare le ricerche del “reprobo”, che si sa ancora vivo e attivo in bassa Italia, restituendolo alla famiglia e agli studi. Nella terza, quella scritta a Pio XII, e consegnatagli il 26 febbraio 1940, quindi dopo l’arrivo della lettera del padre Caselli, non c’è più la richiesta di ricerca come logica conseguenza della morte del compianto e caro estinto Ettore. La famiglia di Ettore ha sempre negato di averla scritta, poiché questa supplica sarebbe stata un’altra importante indicazione per individuare il tempo della morte di Ettore.Se Dorina chiede un colloquio privato con il Santo Padre non per chiedere un aiuto per il figlio o per averne notizie, ma per parlargli di cose personali, private, di sfogo, per essere calmata e tranquillizzata senza far trapelare le origini delle sue angosce e del suo dolore, tutto ciò significa che è al corrente della morte del figlio. Significa anche che è angosciata dalla desolazione in cui tale accadimento l’ha gettata, in un groviglio inestricabile di ragioni e sensi di colpa, di dubbi e certezze che lacerano il suo animo, attanagliato da domande cui non sa dare risposta, anzitutto sulla correttezza cristiana del suo comportamento verso il figlio per via della sua omosessualità o per via dei suoi comportamenti così fuori dagli schemi familiari. Valeva la pena, si domandava Dorina, essere stati così rigidi tanto da aver contribuito all’allontanamento di un figlio e forse alla sua morte in solitudine, solo per le sue diverse attitudini caratteriali? Una mamma fa di tutto per salvarlo, un figlio, ma non per farlo morire! Ma è stato veramente così? C’è speranza di vita eterna per lui e per lei dopo i loro comportamenti terreni?Tutto questo leggo e traggo dalla supplica, perché la supplica è stata fatta scrivere alla sorella piccola di Ettore, Maria, e per questo la sento animata da un profondo distacco della madre. Con il duce Dorina è stata audace e spavalda, ma con Pio XII si confessa, si sente in colpa e, quindi, è timida e si sottrae. Perciò la supplica è squinternata e fuori norma, scritta senza cura e diplomazia.La missiva alla segreteria del PapaIncomprensibile come si possa chiedere con insistenza un colloquio al Santo Padre dopo che quella madre, che si nasconde, si è scaricata dei suoi problemi familiari e dei suoi dolori parlandone prima con un altro, alto prelato, della segreteria del Papa, S. E. Mons. Alberto Arborio Mella di Sant’Elia. La lettera è del 26 febbraio 1940: «Beatissimo padre, poiché in questo giorno mi è concessa la grazia grandissima di prostrarmi ai Vostri piedi Vi prego di voler ascoltare la mia preghiera e accogliere benignamente la supplica pietosissima che Vi rivolge mia madre, la quale da diversi mesi implora la possibilità del Vostro paterno interessamento al suo caso doloroso. Essa spera di esporlo nei suoi dettagli a S. E. Mons. Arborio Mella, in questi prossimi giorni, ma supplica di essere accolta dalla Santità Vostra per riceverne un’ultima parola di assicurazione e di conforto che valga ad alimentare la sua speranza e a darle la certezza di cui abbisogna. Baciando umilmente il Vostro piede imploro dalla Santità Vostra la Paterna benedizione, su me e su tutti i miei cari. Maria Majorana figlia di Maria ex alunna della Trinità de’ Monti».Fa riflettere il risultato della supplica che non sfocerà in un’udienza personale con il Santo Padre, ma solo in una tempestiva lettera di risposta e di chiusura del dossier Majorana nell’Archivio Segreto (allora si chiamava così) ora Archivio Apostolico Vaticano. In essa non c’è nessun accenno e la madre viene ricordata solo indirettamente con un pensiero delicato e confortevole. Ricordiamo che la supplica di Maria Majorana a papa Pio XII è del 26 febbraio 1940; la risposta del Santo padre è del 6 marzo 1940, solo otto giorni dopo. Secondo la valutazione di esperti degli affari di curia che hanno analizzato questi documenti, emerge che il tempo dedicato all’analisi del caso Majorana e alla sua chiusura non abbia superato i 20 minuti.La risposta di Pio XII«Preg.ma Sig.ra, l’augusto Pontefice ha preso conoscenza del doloroso caso della scomparsa del Prof. Ettore Majorana. La Santità Sua prende viva parte alla afflizione da cui Ella e la sua famiglia sono state duramente colpite, e fa voti, perché le indagini siano coronate quanto prima di buon esito. Quanto a ciò che si è suggerito per ulteriori ricerche nel settore ecclesiastico, il Santo Padre non vede la cosa di pratica utilità dopo il già fatto, anche perché l’esecuzione del progetto sarebbe di insolita e difficile attuazione».Non è vero, dunque, come ha affermato la famiglia Majorana, che Pio XII non abbia risposto alla supplica. La risposta c’è stata ed è speculare alla supplica nei concetti e nella forma. Questa versione è una copia della bozza custodita nell’Archivio Apostolico Vaticano. La famiglia Majorana non ha mai fatto conoscere l’originale. La risposta di Pio XII è a largo raggio, spazia, risponde, a tutti i documenti rimasti nel dossier di sua pertinenza. Colpiscono due lampi di scrittura. Il primo, in apertura, citando Ettore che nella supplica non era stato citato. Con un incipit geniale e spiazzante espone il corpo del compianto in primo piano. Affermando quali saranno le regole del gioco: «Io so cos’è quello che la affligge». E, per essere più esplicito, cita dalla supplica le parole chiave di quello scritto: «Doloroso caso». Il secondo è quando nel corso della lettera deve ricordarlo e non lo chiama lo “scomparso”, bensì con una parola molto più pertinente al caso e più densa di storia e di significati religiosi e laici, lo “smarrito”. E lo fa, secondo me, non solo per non ricadere nelle ambiguità di “compianto”, “caro estinto” e “scomparso”, ma per spostare l’attenzione dal momento puntiforme della morte al momento di lunga durata, che è la vita, in cui ci si può smarrire. Il riferimento alla parabola evangelica della “pecorella smarrita” di Luca (15, 3-7) è chiaro e preciso, ma non nella versione per i fanciulli, bensì per gli adulti che hanno esperienza di vita, come sono gli attuali corrispondenti: il Santo Padre e una mamma, cui è morto un figlio, e che non riesce a darsene ragione. Il Santo Padre, senza dire dice, entra nel merito, personalizza con una sola parola, e fa voti perché le indagini per rintracciare lo smarrito siano coronate quanto prima dal buon esito. Sottintendendo, però, che non dipende dai suoi voti il risultato delle indagini che, nel linguaggio della chiesa, sono laiche, dello Stato, della polizia. Pio XII con questa risposta mascherata e aggirante dice alla mamma che anche lui, come lei, sa che suo figlio è morto e le sarà vicino con «una parola di consolazione» (suggerita, in fase di scrittura della bozza, dal Vescovo Montini, il futuro papa Paolo VI ). Per quanto riguarda la seconda parte, quella sulle ricerche da fare nel settore ecclesiastico, la replica del Papa è più dura: il Santo Padre fa sapere che non vede la cosa di pratica utilità.Le indagini in ambito ecclesiasticoCosa vuol dire il già fatto? Cosa aveva fatto il Vaticano che rendeva inutili ulteriori ricerche? Forse che i Majorana erano stati messi al corrente di quanto era stato fatto e che doveva rimanere un segreto tra la famiglia e la Santa Sede? Queste risposte secche e negative della Santa Sede sono, per me, la causa delle affermazioni della famiglia Majorana di non aver ricevuto una risposta alla supplica. Lo spirito che anima la bozza parla chiaro e sancisce la fine dell’interesse del Vaticano per la vicenda della scomparsa di Ettore perché sa che si è conclusa con la morte dello “smarrito”.A questo punto, considero il caso Majorana sulla giusta strada nella sostanza, anche se non nei dettagli. Ora posso affermare, dopo quello che ho scritto, che Ettore Majorana è morto nel settembre 1939. Questo raggiungimento non è da poco e senza conseguenze perché tutti gli avvistamenti di Ettore Majorana vivo oltre quel limite di tempo sono frutto di una illusione o appartengono tutti alla categoria delle false notizie. Quello invece che non si riesce a capire è perché la famiglia Majorana, all’epoca, abbia fatto quella scelta suicida e rovinosa; erano così forti le tradizioni, così duri i contrasti all’interno della famiglia di Ettore e le altre?Poteva Ettore avere una personalità così difficile da controllare e un carattere così insopportabile da preferirne il suo allontanamento? Invero di questa realtà non si sa molto: cosa ha spinto la famiglia Majorana a scegliere la soluzione del silenzio e a sostenerla per più di ottantasei lunghi anni senza alcuna resipiscenza?