La Lettura, 22 dicembre 2024
La Chiesa si svuota, disertano i giovani
Nel poco meno che leggendario Ritorno al futuro, film di Robert Zemeckis del 1985, il diciassettenne Marty McFly si ritrova catapultato, a bordo di una DeLorean le cui porte si aprono dall’alto facendola sembrare un disco volante, nel 1955, trent’anni prima. Per quanto riguarda il tema di questo articolo, la pratica religiosa, non disponiamo di una serie trentennale di dati, dobbiamo accontentarci di risalire a venti anni da oggi, e meglio ancora dal 2023 – ultimo anno, non essendo ancora concluso il 2024, per il quale si ha, grazie all’Istat, la disponibilità dei dati. Ma anche venti anni sono tutt’altro che pochi per indagare un fenomeno, per quanto importante, e delicato, come quello della pratica religiosa.
Marty McFly ce la fa a risalire il flusso degli anni, e a tornare nel 1985 da cui è partito il suo tuffo all’indietro nel tempo. La Chiesa un tuffo all’indietro nel tempo lo farebbe pure volentieri, considerando che la pratica religiosa non ha fatto che indebolirsi negli ultimi venti anni. Per carità, niente sociologismi. Niente richiami a (e ricami su) secolarismi e relativismi. Atteniamoci ai dati. Con una avvertenza, semmai. Pensare di racchiudere la questione, la sterminata questione per dimensioni e significati, della religiosità di un popolo e dei suoi cambiamenti nel tempo in alcuni dati statistici relativi alla pratica religiosa non sarebbe una buona idea. Quella questione è troppo più articolata e complessa di quanto potranno mai esprimere quei dati. Ma ai dati statistici conviene pur sempre gettare uno sguardo, non fosse altro per avere anche una bussola quantitativa per orientarsi nel ginepraio di problemi – qual è pur sempre quello nel quale si ritrova a doversi districare la Chiesa di Roma.
Che ci sia una crisi della partecipazione religiosa che riguarda non solo l’Italia ma l’Europa e il mondo occidentale ancor più generalmente è cosa risaputa. Che questa crisi sia il portato, la conseguenza più immediata e visibile, di una più intima e profonda crisi, quella della spiritualità, anche questo è risaputo. Ma, restando al nostro Paese, davvero non possiamo ricavare qualcosa su cui riflettere dai dati che documentano l’andamento negli ultimi venti anni della pratica religiosa in Italia? Chi scrive pensa di sì, che qualcosa, più di qualcosa, se ne possa ricavare. Anche grazie al fatto che l’Istat dicotomizza la partecipazione religiosa delle singole persone riducendola a due possibilità contrapposte: quella di frequentare un luogo di culto almeno una volta alla settimana e quella di non frequentare mai alcun luogo di culto. Un modo invero drastico di separare la pratica religiosa ma che si rivela assai pratico ai fini dell’elaborazione e dell’interpretazione dei dati.
Detto che, trattandosi dell’Italia, il luogo di culto è quasi sempre la chiesa, ovviamente molte persone non si collocano né nell’una né nell’altra di queste due possibilità. Ma – primo – il tono della religiosità di una popolazione lo dà il rapporto tra quelli che vanno in chiesa con regolarità e quelli che non ci vanno mai. Poi – secondo – la somma delle due componenti arriva a comprendere circa la metà degli abitanti, ovvero una quota nient’affatto marginale della popolazione italiana. E infine – terzo – la varia umanità che si muove nel mezzo tra l’andare regolarmente e il non andare mai in chiesa sarà più orientata verso la prima possibilità piuttosto che verso la seconda quanto più ci sarà una prevalenza della prima sulla seconda – e viceversa. Per intenderci, se il 40 per cento degli italiani con più di 6 anni (è a partire da questa età che il fenomeno viene osservato) frequenta la chiesa almeno una volta alla settimana e il 10 per cento non la frequenta mai siamo in un certo senso autorizzati a pensare che il rimanente 50 per cento della popolazione italiana sarà più incline ad andare in chiesa quasi regolarmente che a non andarci mai. Tutto il contrario di quanto saremmo autorizzati a pensare se le percentuali del 40 e del 10 per cento fossero invertite. Come in effetti succede oggi rispetto a ieri.
Tutto ciò detto vogliamo attirare l’attenzione su quattro questioni particolari, fino ad arrivare a una conclusione generale. Vediamo le questioni particolari.
Prima questione: l’intensità della contrazione della pratica religiosa. Tra il 2003 e il 2023 la proporzione di quanti frequentano regolarmente la chiesa si è dimezzata, passando dal 35,4 al 17,9 per cento; mentre quella di quanti non la frequentano mai è raddoppiata, passando dal 15,2 al 31,5 per cento. Cosicché se nel 2003 per ogni persona che non andava mai in chiesa ce n’erano più di 2,3 persone che ci andavano regolarmente oggi per ogni persona che non va in chiesa meno di 0,6 persone ci vanno regolarmente.
Seconda questione: le età della partecipazione religiosa. Il crollo è soprattutto dai 14 ai 34 anni. Non soltanto perché va in chiesa regolarmente appena il 7 per cento di quanti hanno questa età, mentre poco meno del 50 per cento non ci va mai, ma anche perché è decisamente questa la fascia d’età che ha subito un’autentica falcidia della partecipazione religiosa. E basti dire, al riguardo, che a 18-19 anni per ogni giovane che va in chiesa regolarmente 9 non ci mettono mai piede. Piccola domanda da un milione di euro: che ne è delle sterminate folle giovanili che agitano bandiere, cantano e suonano alle Giornate della Gioventù? Dove vanno a finire, dopo? Tutte disperse già a fine giornata?
Terza questione: il forte divario nella pratica religiosa tra nord e sud si è consolidato. Il rapporto tra quanti frequentano regolarmente la chiesa e quanti non ci mettono mai piede è infatti negli ultimi venti anni peggiorato più nelle regioni del Nord (di quasi cinque volte) che in quelle del Mezzogiorno (poco meno di quattro volte). Nella crisi della pratica religiosa, dunque, questo elemento geografico-territoriale resta ben saldo – per quanto non ci sia regione o provincia, anche del Mezzogiorno, dove non si assista a un forte indebolimento della pratica religiosa sia per quanto riguarda il ridimensionamento di quanti frequentano la chiesa almeno una volta alla settimana sia per quanto riguarda il sensibile incremento di quanti non vanno mai in chiesa.
Quarta questione: alla grande crisi hanno reagito meglio i centri metropolitani dei piccoli comuni. E qui siamo, ammettiamolo pure, in piena contro-intuitività. Ma come, non si conserva forse la partecipazione religiosa nei piccoli comuni e nelle minuscole, periferiche cittadine, mentre nelle città, specialmente se grandi, specialmente se metropoli, se ne perdono addirittura le tracce? Non è così vero. Il rapporto tra quanti vanno in chiesa regolarmente e quanti non ci vanno mai è peggiorato negli ultimi venti anni, come abbiamo già detto, di quattro volte a livello nazionale, ma è peggiorato di cinque-sei volte nei comuni fino a 10 mila abitanti, e invece di sole – si fa per dire – tre volte nei centri delle città metropolitane i cui valori si sono avvicinati, in virtù di questo più contenuto peggioramento, ai valori medi nazionali, dopo esserne stati molto distanti.
Per riepilogare: dimezzandosi la quota di quanti vanno in chiesa almeno una volta alla settimana e raddoppiandosi quella di quanti non vanno mai in chiesa, la pratica religiosa negli ultimi venti anni si è indebolita di quattro volte. Indebolimento ch’è stato addirittura il doppio nella fascia d’età di 14-34 anni; ch’è stato, ma non di molto, superiore al nord che al sud d’Italia; e del quale hanno inaspettatamente risentito meno i centri metropolitani dei piccoli comuni. Si può trarre una conclusione più generale, da tutto questo? Eccola, magari azzardata. Dalla crisi della pratica religiosa non si salva nessuno, ma se la Chiesa vuole fare qualcosa per uscirne dovrebbe, con un occhio ai dati, partire dalla città, meglio se grande, meglio ancora se metropoli. Le periferie, se del caso, seguiranno.