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 2024  dicembre 22 Domenica calendario

Angelo Rizzoli raccontato da Nicola Carraro

Angelo Rizzoli e Maria Callas, Angelo Rizzoli e Sofia Loren, Angelo Rizzoli e Anna Magnani… La casa milanese di Nicola Carraro è piena di foto di suo nonno Angelo. «Ma noi nipoti non lo chiamavamo nonno».
E come lo chiamavate?
«Commenda. Non cumenda; commenda».
Qual è il suo primo ricordo del nonno?
«Durante la guerra sfollammo nella sua villa di Canzo. Ma lui non era affettuoso, neppure quando eravamo bambini. Non era tipo da smancerie. Niente baci, abbracci, vizi».
Non giocava con voi?
«Ci faceva fare dei disegni, così, per toglierci dalle balle, poi sceglieva il migliore e lo pagava due o tremila lire. Ma il suo interesse principale non erano i nipoti; era il lavoro. Era un uomo dell’Ottocento: uno che metteva in soggezione. Ed era cresciuto in orfanotrofio».
Martinitt.
«Il padre, tipografo, era morto suicida quando lui aveva due anni. Andava a scuola in via della Spiga, con i ricchi, e si sentiva fuori posto. Era a suo agio solo tra i poveri, tra i Martinitt. Il padre non gli aveva lasciato una lira, aveva due sorelle di cui una malata».
Cosa votava?
«Socialista. Dai Martinitt aveva conosciuto Pietro Nenni, c’è una bella foto in cui giocano a bocce a Ischia. Credo l’abbia sempre finanziato».
C’è una sola foto, in questa casa, dove suo nonno non c’è. È il 1963, Cesare Maldini alza a Wembley la prima Coppa dei Campioni del Milan.
«Questo è Rivera, qui ci sono Andrea Rizzoli, il figlio, e mio padre Gian Gerolamo, il genero, che aveva sposato la figlia del commenda, mia madre Pinuccia».
Ma il commenda non c’è. Perché?
«Perché del calcio non gliene importava nulla. Certo, prima di comprare il Milan zio Andrea e papà gli avevano chiesto il permesso. Ma lui allo stadio non andava mai».
Neppure con lei?
«Un volta mi dissero: Nicola, accompagna il commenda a San Siro. Avevo sedici anni, ricordo il brusio quando entrammo in tribuna d’onore: c’è Rizzoli…».
Che partita era?
«Milan-Torino. Segnò il Milan, e il nonno si alzò a esultare, per la gioia dei tifosi. Nel secondo tempo pareggiò il Toro, e il nonno si alzò di nuovo a esultare, nello sconcerto generale. Non aveva mai visto una partita in vita sua, e non sapeva che nell’intervallo si cambia campo. Pensava che avesse raddoppiato il Milan».
Rizzoli è il produttore della Dolce Vita.
«Ma non ci credeva sino in fondo. Durante la lavorazione del film continuava a cedere quote al suo socio, Peppino Amato».
Chi era Peppino Amato?
«Un personaggione. Viveva all’Excelsior, riceveva in vestaglia di seta, ma non aveva mai una lira perché quando arrivavano i proventi dei film correva a giocarseli al casinò con Vittorio De Sica, e perdeva tutto».
Anche suo nonno frequentava i casinò.
«Ma spesso vinceva. Giocava su tre o quattro tavoli, però delle vincite non gli importava nulla; lo faceva per sfidare la fortuna. Ci ammoniva: ricordatevi che il treno della fortuna passa una o due volte della vita; vi conviene stare svegli, perché se passa alle 4 del mattino e stai dormendo, non lo prendi. E per dimostrarcelo ci sfidava alle carte».
Chi vinceva?
«Sempre lui. E si faceva pagare. Anche se eravamo i suoi nipoti. Lo accompagnavo all’ippodromo, anche lì accolto dal brusio: c’è Rizzoli… puntava sui cavalli, e di rado si sbagliava».
Perché non credeva nella Dolce Vita?
«Non capiva il film e lo modificò anche, ad esempio ottenne un finale diverso: la ragazza che alla fine corre libera e felice sulla spiaggia avrebbe dovuto essere morta. Fellini aveva in mente Wilma Montesi; ma il nonno voleva chiudere con un segnale di speranza. Il film fu accolto da contestazioni, alla prima milanese un generale sputò in faccia a Fellini. Eppure il successo fu immenso, anche in America».
E Rizzoli produsse Otto e mezzo.
«Altro trionfo. Premio Oscar. Incoraggiato, finanziò Giulietta degli spiriti. Disastro. Perdite milionarie. Per fortuna c’erano Don Camillo e Peppone».
Un successo infinito.
«Il nonno era amico di Guareschi dai tempi del Candido. Aveva un fiuto straordinario per i talenti. Sapeva riconoscere i giornalisti di valore, e li adorava».
Chi stimava di più?
«Spesso avevamo ospite Indro Montanelli, meraviglioso affabulatore. Sapeva che Rizzoli stava preparando un quotidiano, Oggi. Il giornale di domani, e gli chiese perché non finanziasse piuttosto il suo. Ma il nonno disse no».
Perché?
«Ce lo spiegò: “Non entrate mai in un’azienda di cui non avete il controllo”. Sarebbe stato il giornale di Montanelli; non di Rizzoli».
E Oriana Fallaci?
«La stimava moltissimo, a volte andavano al casinò insieme. Ma con i grandi giornalisti era lui a essere in soggezione. Non ricordava i nomi, a volte li storpiava, quasi per vezzo: “Quel Tolstoj di un Dostojevski…”. Si raccontava che, dovendosi rivolgere alla regina Elisabetta, avesse detto “Your troyal Highness”. Non aveva studiato, aveva frequentato l’università della rotativa, e in fondo era rimasto un tipografo. Non leggeva i libri che pubblicava e a volte neppure i giornali; ma li capiva, li sentiva, e li faceva fruttare. Seguendo tutto il ciclo: stampa, pubblicità, distribuzione».
Cominciò comprando Novella e altre tre riviste da Arnoldo Mondadori.
«Mondadori puntava sui libri, credeva che i rotocalchi non avessero futuro. Nonno li rilanciò, e fu un grande successo».
Quando lo incontravate?
«Tutte le domeniche riuniva la famiglia a cena. C’erano sempre i miei cugini, Alberto, Annina e Angelo, detto Angelone. Sempre le stesse cose: riso con i fegatini e nervetti, con nonna Anna che tentava di ridurgli le porzioni, “piano Angelo che ti fa male…” Una sera gli portai la mia fidanzata e futura prima moglie, Adonella».
Come andò?
«Lei aveva la minigonna, tipo Mary Quant. Entrò in casa e mi disse: “Ho dimenticato delle medicine, torno subito, tu resta”. Tornò, in pantaloni. Il commenda l’aveva incenerita con lo sguardo. Gli piacevano le belle donne; ma le minigonne, in famiglia, no».
Patriarcale.
«Il giorno dopo Adonella ricevette un anello di rubini con un biglietto, scritto con il suo inconfondibile inchiostro verde: “Grazie per avermi sopportato in cose che non dovrebbero riguardarmi. Con affetto. Angelo Rizzoli”».
Lavoravate tutti con lui, lei e i suoi cugini.
«Un giorno ci convocò: “Siete davvero bravi. Tu Nicola capisci l’editoria, tu Alberto sei un vero tipografo”, che per lui era il massimo complimento, “tu Angelo sei coltissimo. Ma siete nati con la camicia di seta. Vi manca una sola cosa: la fame”».
Lei come cominciò?
«A 19 anni volevo andare a fare l’università in America. Il nonno mi disse: domattina in tipografia. Dopo qualche tempo, mi invitò a colazione e mi comunicò: da domani lavori con Enzo Biagi».
Com’era?
«Fantastico. Per prima cosa mi diede un elenco di dieci libri da leggere, quasi tutti di storia. Biagi era direttore editoriale, quindi non era particolarmente amato dai direttori delle sette testate che dipendevano da lui. Aveva due idee al giorno, non riusciva a stare fermo. Voleva rilanciare Novella, che pativa la concorrenza di Stop, ma non sapeva come. Era il gennaio 1963. Avevo 24 anni. Andai al festival di Sanremo, per tentare di indovinare il vincitore e impostare la copertina di Sorrisi&Canzoni».
C’era anche suo nonno?
«Non perdeva un festival, ma quell’anno era dovuto andare a New York, a inaugurare la libreria Rizzoli. Alle 4 del mattino arriva la notizia della morte di Luigi Tenco, suicida. Biagi mi chiama: “Abbiamo un’occasione unica. Partiamo subito con la nuova testata, questa notte stessa. La chiamiamo Novella 2000”».
E lei?
«Cercai di rinviare la scelta: “Enzo, come faccio a decidere io, il commenda è in America e Novella è la sua creatura, dobbiamo avvertirlo…”. Ma Biagi fu irremovibile: non c’era tempo. Decidemmo di partire subito. Novella 2000 triplicò la tiratura».
La famosa fortuna di Rizzoli.
«Ogni volta si cita un aneddoto di Afeltra. Time chiede al nonno una cover story sulla sua vita, e lui la affida ad Afeltra, dicendogli: “Faccia lei, io le do solo l’attacco: se Rizzoli piscia all’angolo di una strada, in quell’angolo cresce una rosa, perché Rizzoli ha culo”. Ebbene, quell’aneddoto è sicuramente falso».
Perché?
«Perché mio nonno non era una persona volgare, e non avrebbe mai usato quelle parole. Tanto meno con un suo giornalista, tanto meno su Time».
Come fu accolta in famiglia Liuba, la seconda moglie di suo zio Andrea?
«Con qualche difficoltà: era rimasta incinta, per un anno rimase nascosta in campagna, nacque questa bambina, Isabella, per cui lo zio impazzì… Non era facile, nell’Italia di quegli anni, avere una figlia fuori dal matrimonio. Ma il nonno capì. Non era insensibile al fascino di Liuba, e vide che Andrea con lei era felice».
Andrea comprò il Corriere, e fu la fine della dinastia.
«Il nonno era già morto, nel 1970. Ma tutte le sue testate storiche, da Annabella all’Europeo, non esistono più. Resiste soltanto Oggi. E, ovviamente, il Corriere. Con il senno di poi, l’intuizione di Andrea era giusta».
Ma in mezzo c’è la P2.
«Ero già uscito dall’azienda, per fortuna».
Angelo Rizzoli era molto corteggiato dalle donne.
«A Ischia, un’isola che è stata reinventata da lui, dalle terme agli hotel di lusso all’ospedale, era sempre circondato da attrici. Ma i suoi veri amori sono stati soltanto due. Graziella Granata, per cui non a caso una particina nei film si trovava sempre. E Myriam Bru».
Splendida attrice francese.
«La ricordo una sera, da O Pignatiello, c’erano anche mia madre, ringhianti. Imbarazzo. Il nonno disse: “Fai ballare Myriam”. Lei aveva un vestito rosso pervinca, io ero un pessimo ballerino, temo di averle pestato i piedi. La mamma quella volta affrontò il commenda: “Tu fai quello che vuoi, ma quando c’è la famiglia, Myriam non c’è”. Non l’ho più rivista».
Nelle foto Rizzoli ha quasi sempre la sigaretta.
«Ma non fumava; le lasciava spegnere, con la cenere che gli cadeva addosso. Ma posso dire ancora una cosa?»
Prego.
«Non vorrei essere sembrato irriconoscente».
E perché mai? Dobbiamo fare un ritratto, non un santino. Tutti i ritratti sono in chiaroscuro.
«Certo. Scriva però che tutto quello che abbiamo e che siamo, lo dobbiamo a lui».