Corriere della Sera, 29 novembre 2024
L’anno d’oro dell’Irlanda, meno cattolica e più ricca
Se di recente vi è piaciuto un libro, una canzone o un film, ci sono buone possibilità che fosse irlandese. Statisticamente è probabile che sia Intermezzo, il quarto romanzo dell’irlandese Sally Rooney uscito il 12 novembre per Einaudi: è il primo nella classifica di narrativa straniera, e l’autrice ha una fan base internazionale che per devozione (e in buona parte per anno di nascita dei lettori) ricorda quella di Harry Potter. Il New York Times ha dedicato un articolo un po’ sorpreso ai 140 party indetti in altrettante librerie americane la notte del lancio di Intermezzo: l’autrice neppure partecipava. Soprattutto negli Stati Uniti di Hollywood e dei colossi editoriali, decine di articoli e inchieste studiano il crescente soft power dell’Irlanda.
E tra questi non c’è solo Sally Rooney, nata a Castlebar, classe 1991. Restando in libreria: Claire Keegan e le sue Piccole cose da nulla (Einaudi, 2021, come i racconti appena usciti di Quando ormai era tardi); Megan Nolan, che ha fatto molto parlare con Atti di sottomissione (NN, 2021); Paul Murray, in lista per il Booker Prize nel 2023 in cui vi hanno concorso ben quattro libri irlandesi; Colm Tóibín (Brooklyn, Il mago).
Poi spopola soprattutto sulle riviste femminili una fascinazione diciamo meno intellettuale, per il tipo maschile che Elle ha ribattezzato «the Hot Irish Actor»: attori molto belli dai tratti però molto irregolari, come il 48enne Cillian Murphy, già avviato quando la serie Peaky Blinders lo ha lanciato nel 2013 e poi superstar di Oppenheimer; Paul Mescal, vent’anni meno, popolarissimo dalla serie Normal People (dal romanzo di Sally Rooney); la vecchia gloria Colin Farrell; il gigolò con l’anima di Il piacere è tutto mio Daryl McCormack; Barry Keoghan star di Saltburn; il prete sexy di Fleabag Andrew Scott. Diversi per età, generazione, caratura, ma tutti irlandesi.
Il New York Magazine ha dedicato una mini inchiesta alla loro bravura negli accenti: «Noi irlandesi siamo istrionici sin da bambini», ha detto l’attrice Saoirse Ronan, nome e famiglia irlandesi pur con natali del Bronx. E amicissima di tutti gli attori citati finora, oltre che dell’ex stella di Bridgerton e di Barbie Nicola Coughlan, in un’influente «Irish connection». Poi c’è la musica: Hozier, il revival del folk, la cosiddetta «green wave».
Non che l’Irlanda degli anni Novanta, ad esempio sotto questo profilo, fosse una morta gora. Ma era un Paese inquieto, tra l’eco dei Troubles dell’Irlanda del Nord e la relativa povertà per gli standard europei (la turbocrescita che ne fece «la Tigre celtica» sarebbe iniziata a metà decennio). E Sinéad O’ Connor e Dolores O’ Riordan, voci indimenticabili e vite brevi, avevano un’ombra più cupa delle stelle di oggi.
L’Irlanda 2024, che ha legalizzato l’aborto e il matrimonio tra persone dello stesso sesso – oltre ad avviare una presa di coscienza collettiva della violenza di molte istituzioni religiose – è anche meno cattolica di un tempo. E dalle tasse basse per i colossi tech ha mietuto sia il ritorno occupazionale e di crescita – il bilancio 2024 è in avanzo di 8,4 miliardi – sia, di recente, qualche risarcimento. La Corte di giustizia Ue ha deciso che Apple deve pagare 13 miliardi di tasse non versate in 10 anni di regime fiscale troppo agevolato. Così il giovane premier Simon Harris ha lanciato, prima di dimettersi, una legge di bilancio generosa in termini di spesa pubblica, con cui spera di essere confermato dalle elezioni che si tengono oggi. Per la sua audacia sui social lo chiamano Tiktok Taoiseach (è la carica irlandese che guida il governo) e ha possibilità di farcela: ha fatto qualche gaffe, ma stando molto online sa cos’è il soft power, risorsa nazionale più esportata della Guinness.