25 luglio 2023
Tags : Elio Romano Erwitz
Biografia di Elio Romano Erwitz
Elio Romano Erwitz, meglio noto come Elliott Erwitt, nato a Parigi (Francia) il 26 luglio 1928 (95 anni). Fotografo statunitense. Tra i più importanti del XX secolo.
Titoli di testa «Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere è far ridere la gente».
Vita Figlio di ebrei russi. «Sua madre, Eugenia, proveniva da una famiglia di ricchi mercanti di Mosca che, “come tutte le brave ragazze di queste famiglie, fu mandata in giro per il mondo all’età di 17 o 18 anni per fare esperienza”. Durante uno dei suoi viaggi si innamorò di Boris Erwitz, uno studente di architettura originario di Odessa. Si sposarono a Trieste. Dopo la rivoluzione del 1917, Eugenia convinse un riluttante Boris, socialista convinto, a lasciare la Russia» • «Elio trascorre l’infanzia a Milano, dove il padre, architetto innamorato dell’arte e della cultura italiana, aveva voluto stabilirsi. A causa delle leggi razziali, la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti» [Silvia Pegoraro, Mess] • «A quindici anni e mezzo viveva già da solo a Los Angeles. Lì ha mutato il suo nome in Elliott Erwitt, “per venire incontro agli americani, perché dire in quella lingua Hi Elio suona quasi come un impossibile scioglilingua”. Il primo scatto? «Nel 1946, di un chihuahua, accanto alle scarpe da donna» [Valeria Arnaldi, Mess] • A 18 anni lavora come ragazzo di bottega in un negozio di fotografia. In un giorno ha lavato 25.000 stampe che ritraevano Ingrid Bergman [Giovanna Calvenzi, CdS] • «“Durante i miei giri ho incontrato Roy Stryker, ex Farm Security Administration, Steichen al Museum of Modern Art e Robert Capa”. A Capa i suoi scatti piacciono subito. “Era interessato a me e mi ha promesso che mi avrebbe preso alla fine del servizio militare”» [ibid.] • Allo scoppio della guerra di Corea, nel 1951, Elliott viene arruolato nell’esercito al settore comunicazioni e per sua fortuna resta accantonato nelle retrovie in Francia e in Germania; gira per i reparti con la sua Leica con ottica pieghevole e lì scatta la prima foto che gli fa vincere un concorso organizzato dalla rivista Life; il premio era di 1.500 dollari, cifra veramente pazzesca, per l’epoca. Congedato dall’esercito con il grado di caporale; ritorna a New York • «Nel 1953, chiamato da Robert Capa, si affilia alla mitica agenzia Magnum, per la quale realizzerà alcune delle più celebri foto del Novecento. “Non mi interessano i paesaggi ma la gente”, dice lui, anche se a volte realizza paesaggi da togliere il fiato (come il mare di Brighton 1966, o un cielo immenso in Argentina 2001). Ma è effettivamente la gente colta negli istanti delle proprie emozioni l’humus più fecondo di Erwitt: personaggi famosi come Castro, Nixon, Kruscev o Marilyn Monroe, o gente qualunque incontrata per strada. E tra la “gente”, per questo fotografo, vanno annoverati anche i cani, di cui esegue alcuni veri e propri ritratti di eccezionale intensità e delicatezza. Il tipo di fotografia che gli interessa - dice ancora Erwitt - è “quella in cui viene colto l’istante” e che “in un lampo... sembra uscire fuori dal nulla”. Uno “scatto" dell’immaginazione trasforma la realtà in un proprio prodotto: la fotografia appare come uno spazio in cui l’oggettività gioca soltanto uno dei ruoli possibili e dove il riferimento al reale riguarda un reale complesso, non solo “naturale”, ma anche concettuale e immaginativo. Erwitt tende a restituire ai personaggi e agli eventi quell’unicità, quell’“anima” che la riproducibilità tecnica dell’immagine – teorizzata con apocalittica lucidità di Walter Benjamin – tende a cancellare. Si serve spesso, a questo scopo, di un “eccesso di visibilità” che annulla l’automatizzazione della visione e instaura una polivalenza metaforica dell’immagine: ad esempio focalizzando l’attenzione su un particolare anomalo, o creando veri e propri calembour visivi di potente ironia, in cui accosta alcuni particolari in modo spiazzante, come le gambe umane e le zampe di cavallo in Brasile 1990. Avere il senso del destino significa immergersi nelle contraddizioni della vita. Il senso del destino si pone alle radici della cultura occidentale, con la tragedia greca. E infatti significa anche affrontare il volto tragico del reale, a cui Erwitt dà le sembianze della madre di Robert Capa riversa sulla lapide tombale del figlio, New York 1954» [Pegoraro, cit.] • In Pennsylvania, Pittsburgh 1950, un bambino afroamericano si punta una pistola alla tempia destra mentre ride platealmente guardando verso l’obiettivo. Il bimbo compie un gesto drammatico mentre si mette in posa e in relazione con chi gli sta puntando addosso la macchina fotografica. Ride forte e cerca di stemperare quel gesto con una ironia che però non tranquillizza fino in fondo il fruitore dell’immagine» [Mauro Zanchi, doppiozero] • «Il “povero negro” che si abbevera, in North Carolina, 1950!, ad un lavandino sgarrupato, con accanto l’elegante erogatore d’acqua, riservato ai bianchi. White, Colored: la tragica cromia dell’apartheid» [Marco Vallora, Sta] • «In Greece 1963, un sacerdote ortodosso è colto da Erwitt mentre si aggira in un museo archeologico, inquadrato al di là delle gambe - posizionate a compasso - di un’antica statua virile di bronzo posta su un basamento. La statua classica è ripresa di spalle, così che si vedano il sedere e metà schiena, appena sfocati, per dare risalto invece alla figura a fuoco del sacerdote che è in secondo piano. In Bratsk, Siberia (1967), un invitato seduto accanto agli sposi ha lo sguardo maligno e la mano destra sul mento. Forse custodisce uno scomodo segreto, e ride tra sé. La sposa sembra preoccupata. Gli volge un’occhiata intensa. Il marito pare accorgersi e rivolge anch’esso il suo sguardo verso l’altro uomo. In questa scena prende forma un’ambiguità di fondo. Lascia intendere qualcosa, non dichiarato per intero, che ogni spettatore può interpretare a suo modo [Zanchi, cit.] • «Alcune ottime cose nascono dall’ozio e dalla meditazione» • «Il cagnino dalle orecchie di vampiro, infilzato in un pullover, che trotterella accanto alle gambe d’una amazzone new look. Nixon che discute animatamente con un Kruscev stupefatto e gli punta il dito sulla giacca, quel “tocco e ritocco”, che rendeva isterico Totò» [Vallora, cit.]• «Ero a Mosca a fotografare frigoriferi per Westinghouse nel padiglione americano [...] Kruscev e Nixon gironzolavano per la fiera, nessuno sapeva dove stessero andando, non c’era un programma, perciò ragionai e poi tirai a indovinare, supponendo che andassero in un determinato posto, e come da copione arrivarono lì recitando le loro stupidaggini proprio di fronte a me. Così potei seguire la conversazione. Nixon stava parlando di quanta carne rossa mangiamo rispetto ai russi, che mangiano soltanto cavoli, e cose di questo tipo, e a un certo punto Kruscev ha detto a Nixon di andare a fanculo, lui e sua nonna. Una delle mie fotografie fu utilizzata nella campagna di Nixon per mostrare il suo atteggiamento da duro mentre punta il dito contro Kruscev e dimostrare che sapeva tener testa ai sovietici... insomma cose così. Sono soddisfatto della fotografia, credo sia una bella foto, ma non sono particolarmente fiero dell’uso che ne fu fatto. Ma cosa ci si può fare? Il fotografo fa le foto e basta» • «Jacqueline Kennedy che avanza neoclassica, disfatta di lagrime e come ipnotizzata, sotto un velo nero, nel cimitero di Arlington» [Vallora, cit.] • Quale dei personaggi che ha fotografato l’ha colpita di più? «Le persone famose sono solitamente più ricordate proprio grazie alla loro popolarità. Ho fotografato così tante persone, alcune amichevoli, altre no. Ma alla fine, senza fare nomi, quelle che mi ricordo di più sono quelle antipatiche» [Chiara Caratti, Cosmopolitan] • «Ci sono degli scatti, nella storia della fotografia, così celebri e trasformati in icone indiscutibili, che quasi ci si dimentica di chi ha premuto il clic fatale. Elliott Erwitt è un signore gentile, che scivola ovattato tra i suoi capolavori, che ti fotografa di schiena, sorridendo come un gatto al sole, e parla sommesso, ironico, per non disturbare quei celebri scatti, quasi avesse paura che possano dileguarsi, ribellandosi. [...]. Il suo carattere (anche di fotografo) è questo: si amalgama con la realtà con cui si mimetizza e vede, vede, vede, quello che altri trascurerebbero. Si fa piccolo come un bassotto, spropositatamente lungo come una baguette, morbido e flou come uno scatto sfuggente. La vita noiosa proprio non gli si confà. “Sì, io sono prevalentemente un turista, che starebbe benissimo a casa sua, però...”. Turista, ma non per caso: per devozione alla realtà che si trasforma, che è sempre imprevedibile, “val sempre portarsi dietro un apparecchietto...”. Anche alcuni scatti diventati famosi, come quello dei due che si baciano nello specchietto retrovisore, sono stati riscoperti solo anni dopo» [Vallora, cit.] • «“Tanti anni fa mi comunicò che mi avrebbe voluto regalare una sua fotografia. Mi disse di sceglierne una e io scelsi il bacio nello specchietto. Lui era disgustato e mi disse: ma perché? E io: ma Elliott, quella è il sogno dell’amore eterno! E lui: “Ma questi due probabilmente non stanno neanche più insieme”. E lì a ridere, ma la scelsi ugualmente, perché mi piaceva poter sognare. Insomma, me la regalò”» [Biba Giacchetti a Carlo Fantasia, Huffington] • «La fotografia comica del bulldog seduto in grembo al suo proprietario (Bulldogs, New York City 2000) è la prova provata del detto che “i cani assomigliano davvero ai loro proprietari”. Qui Erwitt cattura il momento preciso in cui la testa e il corpo del cane sono in perfetto allineamento con le braccia e le gambe del suo proprietario. La testa sovrapposta mette in evidenza quelle che il Maestro chiama le “contraddizioni visive che sono il sogno di un fotografo”. La genesi dell’attimo fermato è raccontato dallo stesso autore con queste parole. “Stavo passeggiando con il mio amico Hiroji Kubota dietro l’angolo del mio studio nell’Upper West Side di Manhattan, e non avevo la mia macchina fotografica. Ho visto la situazione e ho detto: ‘Posso prendere in prestito la tua macchina fotografica?’. E ho preso in prestito la sua Leica. È stato molto generoso e me l’ha lasciata usare e ci ho girato l’intero rullino”» [Alessandro Carli, Pangea] • «Dà l’impressione d’essere un fotografo molto più paziente del nervoso “cacciatore” Cartier Bresson, suo grande amico e collega della Magnum. Lui dà l’impressione di appostarsi, come in una botte in laguna, e di attendere l’emigrazione dell’immagine anatra-giusta. Più un fotografo-regista, insomma, che un fotografo-cacciatore. A differenza di tanti Maestri, poi clamorosamente smentiti (come il suo amico Capa), lui l’ammette, tranquillamente, che ci si aggiusta: “Eh, certo che ci si mette un po’ d’accordo con la realtà, ci mancherebbe, è il bello del mestiere”. Come quando al Prado, sala di Goya, tutti i maschi davanti alla Maya Desnuda, ed una donna sola, un po’ piccata, a sorbirsi la Maya vestita, “che vuole, qualche contrattazione ci vuole pure!”) [Marco Vallora, Sta] • Negli anni Sessanta è per tre mandati presidente della Magnum • A partire dagli anni Settanta si concentra maggiormente sul cinema, realizzando sia documentari che commedie. Fra le sue pellicole: Arthur Penn: the Director (1970), Beauty Knows No Pain (1971), Red, White and Bluegrass (1973). Ha interpretato sé stesso nel film documentario Elliott Erwitt: I Bark at Dogs di Douglas Sloan • «Tutti i pittori nudi, al cavalletto, e solo la modella vestita, “quello era un mio film, ne ho fatti ben diciotto, in otto anni”. Si rianima, ne parla entusiasta. Documentari? Fiction? “Diciamo finzioni che sembravano documentari. Per esempio un safari in tight, oppure una colazione da miliardari, l’antipasto a Parigi, la carne in Africa, il dessert a Tokyo, con una zuppa da 4.000 dollari, di pipì d’uno strano serpente, quella che bevono i lottatori di sumo, per rinvigorirsi”. C’è da credergli? “Lei scriva che gliel’ho assicurato io e siamo a posto”. Gonfio di ricordi, ovviamente: il padre di Odessa, che da antiquario diventa monaco buddista (anche in lui c’è qualcosa di zen, queste simmetrie che però si fanno ironiche, questo nitore quasi Bauhaus bonariamente derisorio, questi scorci inconsueti, che ritagliano il mistero, in stile vagamente surrealista: “Sì, certo, mi piacevano molto e io sono assai influenzabile”). Odessa, città di musicisti (è lui ad aver immortalato l’ultimo saluto di Toscanini dal podio, “Nessuno se l’aspettava”), no non sa suonare: “Al massimo la radio”. Un’ironia che ci accompagna fin dentro un film maledetto come Gli Spostati. “No, noi fotografi eravamo beati, erano loro un po’ nervosi. Marilyn sempre in ritardo, Montgomery Clift finito, Huston che lavorava come un mulo e poi tutta la notte al casinò. Solo Clark Gable faceva la sua vita. Aveva altro cui pensare: si era appena sposato. E devo dire che un po’ lo capisco”» [Vallora, cit.] • Ama fotografare bambini e cani: il suo primo introvabile e imperdibile Son of a Bitch, del 1974, è diventato un libro di culto per gli appassionati di cani e di fotografia • «Gli anni Ottanta vedono Elliott districarsi tra alti e bassi: viene spesso multato per eccesso di velocità e subirà, suo malgrado, un intervento alla colonna vertebrale non bene riuscito; in compenso l’ attività cinematografica è molto intensa e nel 1986 è protagonista di un documentario autobiografico di un’ ora, Elliott Erwitt By Design, realizzato da televisioni tedesca, inglese e americana. Nel 1987 torna alla fotografia» [Daniele Cardinali, Specchio] • «Quando uno si ritrova di colpo in mezzo a estranei che blaterano in una lingua che non capisci, devi usare gli occhi. E cosa vedi? Vedi esseri umani comici, tristi, felici: esseri umani più o meno come te» • Solito lavorare con due macchine fotografiche, una per il suo incarico principale e una per scattare le sue istantanee [Guardian] • Quando fa dei ritratti su commissione si porta dietro un clacson «Quando qualcuno ha la faccia acida o rigida, gli faccio suonare il clacson. Sembra che spezzi le barriere. È sciocco, ma funziona» [ibid.]. Oggi quella Trombetta è attaccata al suo bastone di vecchiaia • «Ho fatto anche un libro sul mio peggio. Nel 2009, con lo pseudonimo di André S. Solidor, ho pubblicato le mie foto peggiori: The Art of André S. Solidor. Ci sono pesci che fumano il sigaro, in copertina King Kong e una bella ragazza. Ho scelto il nome perché era proprio stupido e perché mi piace il suo acronimo ASS». Ass sta per sedere [Calvenzi, cit.] • Il suo alter ego ama tutto ciò che Elliott detesta: il digitale e il ritocco portato all’estremo, la nudità gratuita e l’eccentricità fine a sé stessa, sempre il tutto ricondotto a un invito a riflettere sull’ attuale mercato dell’arte [Cardinali, cit.] • Nel 2017, nonostante sia malfermo sulle gambe e anziano, arriva a sorpresa a Forlì, all’inaugurazione della sua ultima mostra, Personae, dove vengono esposte per la prima volta anche le sue foto a colori. Si reca anche nella vicina cittadina di Predappio, paese natale di Mussolini, colui che costrinse la sua famiglia a lasciare l’Italia nel 1938 per le leggi razziali. Pare che abbia chiesto ai suoi accompagnatori perché la casa di un dittatore possa ancora essere visitata mentre lui, per causa sua, la casa l’ha dovuta abbandonare… [Cardinali, cit.] • Un capitolo a parte va dedicato all’ opera di Elliott riguardo le sue foto a colori: lui ha spesso dichiarato che il colore funziona molto di più per i lavori su commissione, mentre la sua predilezione principale è per il bianco e nero, soprattutto per i suoi “scatti personali”, infatti dichiarerà che “il bianco e nero è ciò che permette di arrivare all’essenziale, anche se di più difficile realizzazione”; ciononostante la sua opera a colori è comunque di notevole pregio [ibid.] • Vive a New York in una casa splendida con vista su Central Park e in quello stesso palazzo ha il suo studio • Secondo lei che lo conosce così bene, cosa lascia Elliott Erwitt? «Ci lascia del benessere e quindi gliene siamo grati. Ci lascia il pensiero, la riflessione, il senso del bello, perché al di là di tutto le sue foto sono belle. Uno se le appende in casa e non si stanca mai di vederle vicino e di ammirarle fin quasi ad annoiarsi. Il problema, però, è che con dei lavori del genere, la noia non arriva mai» [Biba Giacchetti a Fantasia, cit.] • Sempre riconoscibile. «Sempre no – precisa –. Ho fatto anche food, foto di architettura e di viaggio, e riconoscere la mia mano in quelle foto diventa difficile. Però ho pubblicato circa quaranta libri, otto dei quali dedicati ai cani. Adesso sto rivedendo tutto il mio archivio. Mi piace sorprendermi con immagini che mi sono dimenticato di aver fatto. Scopro e aggiungo continuamente cose nuove» [Calvenzi, cit.] • «Mi sono accorto che le foto fatte prima e dopo la realizzazione di un servizio a volte sono meglio della foto che viene scelta. Ho trovato trentadue foto di persone che cercano invano di chiudere l’ombrello e se ne vanno con l’ombrello aperto» [Calvenzi, cit.]
Amori Erwitt, che in gioventù era piuttosto bello, ha accumulato un considerevole numero di belle mogli che gli hanno dato sei figli: la sua prima, Lucienne Van Kan, è stata l’ispirazione per una tenera serie di foto all’inizio della sua gravidanza e la nascita della loro prima figlia, Ellen. Lucienne gli darà altri tre figli. Nel 1968 sposa la sua seconda moglie, Diana Dann, una svedese-irlandese americana, la sua terza, Susan Ringo, era una texana che gli ha dato altri due figli; la sua quarta moglie, Pia Frankenberg, è una regista tedesca che si è innamorata di Erwitt quando ha realizzato il documentario su di lui Il fotografo dei cani • I suoi primi tre matrimoni non hanno superato la crisi del settimo anno dal 1953 al 1960 con Lucienne, dal 1968 al 1975 con Diana, dal 1977 al 1984 con Ringo. Da Pia sposata nel 1995 ha divorziato nel 2010. Di lui dirà: «È un tipo tosto da gestire. Mi dispiace per tutti quelli che non sanno come gestirlo. È come quando le persone pensano che i comici siano persone divertenti e non lo sono»
Titoli di coda «Sono Elliott Erwitt. Lo sono stato per un certo numero di anni».