la Repubblica, 12 marzo 2023
Le Rsa sono piene. Impossibile trovare un posto
Un enorme divario tra la sofferenza delle famiglie e l’aiuto che ricevono. Il servizio pubblico è in grave difficoltà nell’assistenza agli anziani non autosufficienti e da anni discute di riforme senza successo. Anzi, l’offerta pubblica va sempre peggio e quella privata rimane un lusso per pochi, visti i costi. Il centro del problema sono le Rsa. Hanno vissuto una crisi durissima durante la pandemia, quando sono stati migliaia i morti nelle strutture per anziani, soprattutto al Nord, ma non solo. Ancora non si sono riprese, hanno problemi economici ma anche di personale, che non si trova. Così lavorano con organici ridotti. Il tutto fa aumentare le liste d’attesa per chi cerca aiuto.I conti che non tornanoGli italiani over 65 sono 14 milioni. Di questi, 4 milioni hanno “problemi funzionali”, cioè sono non autosufficienti. Il dato, indicato da Istat, nel 2013 era molto più basso, 2,7 milioni, e fa comprendere il ritmo dirompente dell’invecchiamento della popolazione. I posti nelle Residenze per anziani sono 270mila, dei quali 50 mila privati, del tutto a carico degli ospiti. Per i 220mila convenzionati la retta, superiore a tremila euro al mese, viene pagata per metà dalla Regione di residenza dell’anziano. Chi resta a casa si affida alle badanti, che sono 1 milione e 130 mila considerando anche quelle irregolari (oltre metà del totale). Poi c’è l’Adi, l’assistenza domiciliare integrata delle Asl, che riguarda circa 850 mila persone. Come si vede, solo metà degli anziani non autosufficienti ha qualche tipo di assistenza.La crisi delle RsaL’Osservatorio long term care del Cergas di Bocconi ha da poco reso noti i dati sul personale delle Rsa. Le strutture hanno seri problemi di organico visto che manca il 21,7% degli infermieri, il 13% dei medici e il 10% degli Oss, operatori sociosanitari. Va un po’ meglio rispetto al 2020 ma quello era l’anno del Covid, quando il numero degli ospiti era calato drasticamente. Cergas fa notare che il sistema regge grazie ai lavoratori immigrati, che arrivano anche da fuori Europa. I letti sono 270mila, troppo pochi. Per Paolo Moneti, vicepresidente di Anaste, una delle più grandi organizzazioni di titolari di Rsa, «dovrebbero essere almeno il 50% in più, circa 400 mila. Così avremmo un numero di letti per mille anziani simile alla media degli altri Paesi europei». A breve, le Rsa porteranno al ministro alla Salute Orazio Schillaci le loro proposte sulla legge per la non autosufficienza, che ha appena iniziato il suo percorso parlamentare in Senato.“Liste d’attesa infinite”«Il pubblico non riesce a coprire il bisogno, non mette abbastanza risorse nelle quote sanitarie». La voce dei pazienti la porta avanti Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale di Torino, che da anni segue gli anziani e le loro famiglie. «Ci sono liste d’attesa lunghissime – spiega Breda – Tanti restano fuori, ma è difficile calcolare quanti siano. Solo nella nostra regione almeno 11 mila». Uno dei temi è la qualità dell’assistenza. «I problemi delle Rsa sono strutturali, il Covid ha fatto capire che in queste strutture non ci finiscono gli anziani chehanno problemi a fare alcune cose da soli, ma prevalentemente chi ha demenza o Alzheimer. Cioè casi gravi, che hanno necessità di medici e personale di tutti i tipi. Ma trovarlo è difficilissimo». Per questo, sempre secondo Breda, il problema non è trovare i letti, che ci sarebbero, ma investire per renderli capaci di accogliere persone con gravi difficoltà. E anche chi entra, spiegano dall’associazione Compal, si trova con servizi che non funzionano. «Si fa fisioterapia con due professionisti per 60 ospiti, e in tante strutture dopo il Covid non è ancora tornata la terapia occupazionale».Le falle dell’assistenzaSe per le Rsa non ci sono soldi, i servizi domiciliari hanno ricevuto stanziamenti dal Pnrr. Uno degli obiettivi è assicurare l’assistenza domiciliare al 10% degli over 65, cioè a 1,4 milioni di persone invece degli attuali 850 mila. «È una cosa esplosiva, perché la presa in carico domiciliare è costosissima – dice Elisabetta Notarnicola, dell’Osservatorio long term care di Cergas – Oggi l’assistenza domiciliare integrata fa in media 15 accessi all’anno per paziente»: molto pochi, come sa bene chi ha un parente non autosufficiente. «Bisognerebbe arrivare a 50. Ma solo per questo ci vorrebbe un aumento di spesa pubblica che non è quantificato».“Cambiare il modello”Da tempo si parla di rivoluzionare l’assistenza agli anziani, puntando meno su quella residenziale. «Andrebbero creati modelli di presa in carico più articolati – dice Notarnicola – Ad esempio con residenze meno costose per chi ha bisogni più leggeri, o pensando a piccoli gruppi di anziani nello stesso stabile seguiti da un solo assistente familiare dotato di strumenti tecnologici per il monitoraggio, anche da remoto. Tutto questo deve essere sostenuto dai privati, ma con un ruolo forte di regia e coordinamento del pubblico».