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 2022  agosto 13 Sabato calendario

Perché le donne non votano

Perché sempre più cittadini nel nostro Paese non votano alle elezioni politiche? Nel 2018 si è raggiunto il massimo, 27 per cento. E un segnale chiaro lo mandano sopratutto le donne. Il loro tasso di astensionismo è 5 punti più alto di quello degli uomini.
Che in altri Paesi democratici il tasso di partecipazione sia generalmente più basso del nostro non è, di per sé, un sintomo di “normalità”. Ma il segnale di una flessione nella fiducia nella democrazia.
L’astensionismo è aumentato costantemente in Italia, a partire dalle elezioni politiche del 1976, quando era basso, 6,6%. E così si è trasformato da fenomeno assolutamente marginale, a fenomeno politicamente rilevante, che va ricondotto, innanzitutto, al diverso ruolo assunto dal sistema dei partiti nella nostra società.
Il rapporto tra cittadini e partiti era molto stretto nel primo trentennio della Repubblica e si esprimeva, nel momento delle elezioni, non solo con un’alta partecipazione al voto, ma anche con l’espressione dell’adesione ad un partito come affermazione di una appartenenza ad un gruppo sociale e ad un progetto politico ben preciso.
La crescita della non partecipazione al voto è andata di pari passo con una maggiore mobilità e fluidità dell’elettorato italiano. Nel 1976 il 73,1% dei voti era assorbito dai primi due partiti, Dc e Pci, nel 2001 la percentuale di consensi verso le due maggiori formazioni in competizione — Democratici di sinistra e Forza Italia — era scesa al 46%, come nel 1996 e nel 2018 al 50,3%, con tutt’altre forze politiche, Movimento 5 stelle e Lega. Nel 2022 a soli quattro anni di distanza la situazione cambierà ancora.
Il voto è percepito sempre più come una facoltà di cui avvalersi, il non voto non è più solo fisiologico, o dettato da motivazioni demografiche o tecnicoelettorali. È sempre più espressione di disagio e distacco dovuto a sfiducia nella possibilità di cambiare la situazione.
In questo contesto non c’è da meravigliarsi se alcuni segmenti di popolazione, come le donne, partecipino di meno al voto. Nei primi trent’anni della storia della Repubblica, le differenze di genere non emergevano.
La forbice tra i due sessi, è cresciuta dopo e ha raggiunto il massimo proprio nel 2018, all’apice della crescita dell’astensionismo.
E qui una domanda è d’obbligo. Avviene perché le donne sono lontane dalla politica o perché la politica è lontana dalle donne? Se dovessimo ragionare in base ai risultati che le donne hanno raggiunto per gli investimenti messi in atto nel tempo dalla politica non ci dovremmo meravigliare del loro crescente disincanto. La loro vita non è stata particolarmente facilitata, le leggi che potevano essere di supporto spesso non sono state applicate, basta pensare alla legge sulla istituzione dei nidi pubblici del 1971, e a quella sull’assistenza del 2000. Troppe parole, pochi fatti.
La metà non ha un lavoro, se ce l’ha è precario, a part time involontario e spesso sottopagato. A più di 70 anni dal varo dell’articolo 3 della Costituzione, metà delle donne non ha un’autonomia economica in un Paese del G7. Il nodo dei nodi dell’equità non è sciolto.
Come possiamo sorprenderci del più alto tasso d’astensionismo femminile? Non può che farsi strada il disincanto, la sfiducia, o peggio la convinzione che la politica non possa, non sappia o non voglia, risolvere i problemi concreti della vita quotidiana e che l’unica soluzione resti quella individuale.
Il segnale lanciato dagli astenuti, e in particolare dalle donne, alla politica non può più essere ignorato da nessuno. Serva da scossa e monito per tutti.