Il Messaggero, 13 agosto 2022
Biografia di Salman Rushdie
Provate a immagine che cosa significhi vivere, o non vivere, da trentatré anni avendo alle costole una masnada di sicari che vogliono ucciderti, o per fanatismo religioso o per intascare una taglia che supera i 3 milioni di dollari. Killer che per almeno nove anni sono stati assassini professionisti e agenti dei servizi con licenza di uccidere presumibilmente ingaggiati dal regime iraniano; e in seguito, schegge impazzite di un Islam estremista al punto di non tollerare la letteratura e l’ironia, capaci di provare a infilarti un coltello nella carotide o una bomba sotto il letto perché hai scritto un romanzo.
SAN VALENTINO
Questa la (non) vita di Salman Rushdie da quel giorno fatidico, 14 febbraio 1989, in cui la telefonata di una giornalista della BBC lo gelò nel comunicargli quello che lui ancora non sapeva e che avrebbe definito da allora in poi «il mio personale augurio di San Valentino», da celebrare ogni volta come un altro anno guadagnato. Il giorno degli innamorati, per l’anglo-indiano vincitore del Booker Prize è il giorno di quella condanna a morte che ha sempre respinto perché «è stata emessa da una corte che non riconosco e non ha giurisdizione su di me». La Fatwa dell’Ayatollah Khomeini, editto più che sentenza. «Informo il fiero popolo musulmano del mondo che nei confronti dell’autore dei Versi satanici, che è contro l’Islam, il Profeta e il Corano, e nei confronti di tutte le persone coinvolte nella pubblicazione del libro che ne conoscevano il contenuto è proclamata la condanna a morte. Chiedo a tutti i musulmani di giustiziarli ovunque si trovino». «Come si sente?», chiese la giornalista. E Rushdie: «Per niente bene». E gli passò per la testa il pensiero: «Sono un uomo morto». Quindi sbarrò le imposte di casa e serrò la porta d’ingresso. Ma quando mise il piede fuori, per andare a una trasmissione programmata della Cbs il giorno stesso e pronunciò la frase di cui non si sarebbe mai pentito («Vorrei aver scritto un libro più critico»), non ce lo rimise più. Per mezzo mondo lui era adesso Satan Rushdy, e il suo fantoccio sfilava per le strade di Teheran «impiccato e con la rossa lingua sporgente». Il suo libro di memorie che racconta quel periodo s’intitola col nome che dovette prendere per schivare i killer, Joseph Anton, che mischiava due miti letterari: Anton Cechov e Joseph Conrad.
Gli fu assegnata una scorta (fino al 1999) che lo chiamava Joe, soprannome che detestava. E partì l’Operazione Malachite, sotto la guida di governo e polizia britannici, che all’inizio si risolse in un continuo trasferimento, per la notte, da un hotel a una casa anonima dello Stato, da un appartamento di amici a un commissariato, con due agenti, due autisti e due auto blindate. Furono quasi 3 anni di assoluto isolamento. Nell’agosto 1989, tale Mustafa Mahmoud Mazeh si fece saltare in aria per sbaglio in un albergo di Paddington, su una bomba destinata a Rushdie. Nel 2005, un giornalista di Times scoprì in un cimitero di Teheran una lapide che lo commemorava come «il primo martire morto in una missione per uccidere Salman Rushdie».
EDITORI NEL MIRINO
Il 3 luglio 1991, Ettore Capriolo, traduttore italiano dei Versi satanici, viene picchiato e ferito a coltellate da un sicario entrato in casa con la scusa di voler tradurre un libro per l’Ambasciata iraniana. In realtà, voleva da Capriolo l’indirizzo di Rushdie. Passano otto giorni e il traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, viene crivellato di colpi nel suo ufficio. Fatwa eseguita. Fallisce per un soffio l’assassinio dell’editore norvegese, per alcuni anni presidente degli editori del suo Paese, Willian Nygaard: sopravvive a tre colpi d’arma da fuoco che lo colpiscono l’11 ottobre 1993. In Pakistan esce un film, International guerrillas, in cui Rushdie viene ucciso. Nel ’98, il regime iraniano fa sapere di non tramare più per eseguire la Fatwa di Khomeini. Ma singoli e associazioni islamiste portano il premio per chi lo giustizierà dai 3 milioni di dollari promessi dagli Ayatollah a 3 e 300mila. Nel 2012, lo scrittore azzarda: «Le taglie su di me? Solo retorica, nessun pericolo concreto». Ma la scia di sangue e odio non si ferma.