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 2022  agosto 13 Sabato calendario

Il solito circo dei simboli elettorali

«Per mia moglie, per il mio partito, per la mia idea di Centro e per il mio Paese faccio questo e altro». E’ freschissimo Clemente Mastella dopo una notte insonne davanti al Viminale, per essere il primo a depositare il simbolo elettorale nell’apposito ufficio. Occhi pesti e sbadigli? Macché, Clemente pimpa come un ragazzino alla prima prova ed è tutto convinto di riuscire a mandare la moglie Sandra alla Camera, come candidata nel collegio di Benevento. E c’è il logo mastellato di Noi di Centro tra quelli depositati, ma l’alba davanti al ministero dell’Interno ha anche visto lo show dell’ex generale Antonio Pappalardo («Noi ci candidiamo alla guida di Palazzo Chigi») con in mano il simbolo dei suoi Gilet arancioni, quelli che protestavano contro la dittatura sanitaria durante il Covid. C’è il folklore pappalardesco (del Partito Viva la Fisica, dei Free Flights to Italy, del Popolo delle partite Iva, dei Poeti d’azione, del Partito della follia, di un Pci e di un Msi ma non sono quelli veri e di svariati Scudi crociati qua e là) e la serietà della politica dei partiti tradizionali (fogliolina d’ulivo sempre più piccola nel simbolo del Pd, anzi di Italia Democratica e Progressista ridisegnato dai creativi pugliesi dell’agenzia Proforma che hanno incluso il disegnino di Più Europa e dei Socialisti) e dei nuovi listoni come quello del tandem Calenda-Renzi (ma il nome del primo è nel cerchietto e quello del secondo no perché Matteo non è front-runner ma assist-man) che cerca il 25 settembre la fiducia dei cittadini e sta espletando le ultime formalità burocratiche per presentarsi al giudizio degli elettori che potrebbe essere severo verso tutti (astensionismo al 40 per cento o magari anche di più?).
Finora sono stati depositati 55 simboli (la fiamma di FdI arde ancora ma il prossimo anno potrebbe non esserci più perché il rinnovamento giorgesco marcia a passo di carica) e c’è tempo fino a domani. Chi è quell’uomo con gli occhiali da sole che vorrebbe somigliare a Briatore ma invece di stare al Twiga o da Crazy Pizza di Via Veneto, oltretutto non tanto lontano da qui, è in fila per far stampare il logo del suo partito sulla scheda del voto? Si tratta di un tale Gabriele Nappi, leader del Partito del Naturalismo (c’è un gatto nel simbolo) e si racconta così: «Siamo a favore della scienza, il naturalismo si studia a scuola e i giovani devono essere valorizzati seguendo la scienza. Noi siamo a favore dei rigassificatori». Rigassificatori forever, proprio come la pensano quelli di Azione e di Italia viva uniti nella lotta (anche quella contro il sonno). Si sono precipitati pure loro all’ufficio elettorale piazzandosi sesti nella corsa, e battendo Calderoli emissario della Lega per Salvini premier (ma la premier non la farà la Meloni?) che è arrivato nono. E mostra l’olimpica tranquillità di chi a queste competizioni è abituato da decenni. «Domenica ci sarà lo stop alla consegna dei simboli, poi i verdetti sull’ammissibilità e l’estrazione per decidere la posizione sulla scheda elettorale», spiega il Dottor Sottile della Lega. Ma allora perché affrettarsi e fare la nottataccia? Perché così si guadagna tempo e anche visibilità.
Subito dopo ferragosto il Viminale darà i suoi verdetti: simboli ammessi, respinti, rimandati con richiesta di correzione e con l’obbligo di escludere sigle e immagini che possano trarre in inganno l’elettore tanto da indurlo a scegliere un simbolo volendo invece mettere la croce su un altro.
SPERANZE E CANZONI
Più lesto di Mastella è stato il Pli. Ma esiste ancora dopo Malagodi (e Altissimo)? Certo che sì. Quelli del Partito Liberale, guidati da Stefano De Luca, sono arrivati primi davanti al Viminale, tallonati da movimento degli italiani all’estero, il Maie, e dalla lista del Sacro Romano Impero (ma Carlo Magno non è candidato). Lo sono invece oltre a Cesa quelli del listone unico di Noi Moderati, e spiccano nel logo i nomi di Toti, Brugnaro e Lupi, un terzetto o un triangolo a cui uno dei militanti di sinistra in fila per lasciare il logo del suo partito dedica scherzosamente, facendola sentire agli altri col telefonino, la celebre canzone di Renato Zero: «Il triangolo no, non lo avevo considerato».
Non è andato personalmente Di Maio nell’ufficio del Viminale a lasciare la documentazione (sennò Grillo l’avrebbe sfottuto di nuovo: Giggino a cartelletta) ma ecco il contrassegno di Impegno civico; quello di Sinistra italiana e Verdi Europei; e quello M5S in cui - da partito ormai iper-personalizzato: l’uno vale uno non vale più) Conte voleva stampare in bella mostra il proprio cognome ma Grillo glielo ha impedito. Più fortunato Paragone il cui simbolo è «Italexit con Paragone» e il cui programma viene spiegato così dal leader maximo: «Siamo il partito di chi vuole liberare il nostro Paese dalla gabbia della Ue».
Le immagini curiose si sprecano in questa saga dell’Italia minuta in cui ognuno ha il suo partitino che gode all’idea di figurare accanto o contro il simbolo di Forza Italia, con tanto di dicitura «Berlusconi presidente», ovviamente) e degli altri big. C’è una ghigliottina nell’emblema di Rivoluzione Sanitaria, la lista di Adriano Panzironi (il sedicente medico capellone delle miracolose diete in tivvù, convinto che «va decapitata la dirigenza sanitaria italiana») mentre la I di Vita, la lista della deputata ex grillina Sara Cunial, è la forma stilizzata di un corpo femminile le cui gambe sono a forma di radici e le braccia a forma di rami di un albero. Nella lista Free compare invece un uomo stilizzato che sferra un calcio a una testa di Pinocchio, mentre i Poeti d’Azione hanno messo nel logo una spada e una penna.
Gli obbrobri iconografici dei piccoli e la semplicità poco fantasiosa dei grandi. Ed è già tutti contro tutti nell’Italia delle tante liste che partono e delle poche - serve superare la soglia del 3 per cento - che arriveranno in Parlamento. Intanto, secondo le regole, i contrassegni delle liste vengono consegnati a mano. Il che dà un simpatico profumo di antico a queste elezioni, fondamentali per il Paese e un po’ da Strapaese.