Corriere della Sera, 13 agosto 2022
La morte di Garella
Rintracciarlo non era più così semplice, però c’eravamo riusciti in vista di Verona-Napoli, attraverso la moglie Laura che aveva pensato a oggi come giorno ideale per l’intervista. Le cose però sono precipitate, Claudio Garella è rientrato dal mare perché faceva fatica a respirare ed è stato ricoverato in codice rosso per l’occlusione delle coronarie: le complicazioni dell’intervento chirurgico nella notte fra giovedì e venerdì sono state fatali. Il cuore a 67 anni l’ha tradito, ora resta la memoria di un grande portiere e di un uomo buono. Il ricordo di quella maglia, quasi sempre rossa per scaramanzia. Di quella zazzera di capelli che non piaceva a mamma Piera. Di quell’assenza di stile, che però era diventata un marchio. Di quelle parate con i piedi, che tutti i ragazzini imitavano, ma anche con il sedere o in rovesciata, tutto pur di non prendere gol: la sua preferita, sul milanista Hateley a San Siro nel 1985 l’ha fatta però con la mano, con un volo perfetto. E poi quegli scudetti mitici, conquistati per la prima volta nella loro storia da Verona e Napoli contro tutto e contro tutti, con una sottile differenza che lui stesso, lucidissimo e schietto, aveva colto bene: «Senza di me il Verona non avrebbe vinto il campionato, mentre il Napoli di Maradona, con un altro al posto mio, avrebbe vinto lo stesso». Certo per Claudio Garella niente è mai stato semplice, quando dicevano che era «orrendo a vedersi», un «portiere da hockey», «un clown», quando era diventato «Paperella» per i disastri con la Lazio di Vinicio. Aveva ricominciato dalla serie B, tre anni con la Samp e uno con il Verona, poi promosso nel 1982: temprato al punto giusto grazie anche alla sua capacità di sdrammatizzare, in Veneto ecco la definitiva trasformazione in «Garellik», ribattezzato così per la sua passione per Diabolik, anche se lui era un supereroe improbabile, ma efficacissimo, come la definizione dell’avvocato Agnelli che lui portava in giro a mo’ di medaglia: «Garella lei è il miglior portiere del mondo, senza mani». Cresciuto in una famiglia della periferia di Torino di stretta osservanza granata (e con il Toro Garella ha debuttato in A nel 1972), Claudio era diventato alto e imponente, sempre in lotta con la bilancia. In allenamento si ficcava dentro le mutande la gommapiuma strappata dal materassone dell’atletica, per attutire i colpi: perché la favola del gigante buono e sgraziato, che diventa due volte il re del campionato, era frutto di una personalità debordante, ma anche di un enorme lavoro extra. Tra i segreti della sua stabilità e del suo successo dopo tante difficoltà (e anche dopo l’addio turbolento di Napoli, dove fu a capo della fronda a Bianchi), c’era soprattutto Laura, conosciuta in piscina a San Mauro: lei gli chiese se poteva aggiustarle la bici, lui non fu capace, ma a 19 anni erano sposati. E Laura, assieme alle figlie Claudia e Chantal, è ancora lì, senza più quello che una volta chiamavano Orso, quando volevano essere buoni, per la sue movenze e perché era introverso e sensibile. Un vecchio campione che soffriva per la poca memoria del calcio, ma che è stato felice: «Così felice che quasi mi vergogno», come disse una volta.