Corriere della Sera, 13 agosto 2022
Il nuovo capitalismo di Tremonti
Una domanda: mentre l’età della «globalizzazione» termina dentro un mondo sempre meno unito e pacifico, può restare ferma la sua architettura politica, una architettura mai prima vista nella storia, con il mercato sopra e gli Stati sotto, con l’economia sopra e i popoli sotto? Può essere ragionevole pensare che non si possa seguitare con un modello politico basato sulla fede nel mercato «sicut deus», demonizzando in blocco e senza tregua le ragioni dei popoli e le loro crescenti paure? Forse nel mondo, e tanto per la sinistra quanto per la destra, è arrivato il momento per una riflessione sulla natura della democrazia e sulla sua secolare funzione per: «Il governo di popolo, dal popolo, per il popolo» (Gettysburg, 1863). Forse è arrivato il tempo per una riflessione su quelle che, prima della globalizzazione sono state le basi della democrazia, basi iscritte in un quadrilatero che andava dalla Carta Atlantica a Bretton Woods, dal Manifesto di Ventotene fino all’ancora attualissimo «discorso di commiato» detto nel 1961 dal presidente Eisenhower. Come segue:
a) «Essi rispettano il diritto di tutti i popoli a scegliere la forma di governo da cui intendono essere retti». Così nel terzo punto della Carta Atlantica (Roosevelt e Churchill, agosto 1941).
Questo è stato nei successivi decenni il principio base della democrazia: non un esportabile prodotto preconfezionato, ma un seme che cresce nel sentimento dei popoli.
Qualcosa di diverso dall’offerta globalista che non può essere più prospettata nel vacuum degli stili di vita che sono stati tipici di società ormai in crisi, società che rischiano la decomposizione nella loro avversa demografia e dunque nella crisi del loro Welfare State.
b) Nel 1944 a Bretton Woods il mondo, ancora in bilico tra guerra e pace, si unì comunque sull’idea di sviluppare la pace a venire basandola su di un comune standard economico, il cosiddetto «Gold exchange standard».
Oggi può e anzi deve essere il tempo per un nuovo standard, per un «Global legal standard», come ipotizzato già nel 2009 nella sede del G7 e nella forma di un nuovo ius cosmopoliticum che era allora e che è ancora sempre più necessario perché se il mondo non è più globale sarà comunque inter-nazionale.
Un’ipotesi, quella di introdurre un «Global legal standard» che, basato sul passaggio dal free al fair trade, non solo giusti i prezzi ma anche i processi di produzione, non solo ridurrebbe le patologie e gli eccessi del vecchio e rapace capitalismo take-away, ma potrebbe anche costituire la base naturale per lo sviluppo delle nuove necessarie regole ambientali.
c) «Costruire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali». (Manifesto di Ventotene, 1941).
Si noti che già nel 2003 il programma per il semestre italiano di presidenza dell’Ue conteneva l’ipotesi di emettere Eurobond per finanziare le infrastrutture europee e la difesa europea. Questa ipotesi fu respinta. In specie, parlando della difesa, si disse da parte inglese che questo sarebbe stato il principio di un non desiderato «nation-building»”. Appunto!
Oggi sono quelle ispirate dall’Ucraina e dalla sua guerra le idee insieme ancestrali e rivoluzionarie che ci servono per una «nuova Europa» con una sua politica estera e con un suo esercito. Non è che la democrazia sostituisce la patria, ma è piuttosto l’idea della patria che fonda la democrazia.
d) Nel 1961, nel suo memorabile discorso di commiato, il presidente Eisenhower avvertì contro il rischio per la democrazia dello strapotere del «Military-Industrial Complex».
Oggi lo stesso dovrebbe essere detto e fatto con l’Antitrust contro lo strapotere dei «Giganti della rete», i nuovi soggetti egemoni padroni del complesso tecnico-informatico spinti a esercitare su tutti noi e sugli Stati stessi, funzioni sovrane sostitutive.
È in questo quadrilatero che è stato e può ancora essere sviluppato l’arsenale della democrazia.
Stare su questa linea e attingere a questo straordinario archivio di memorie, di valori e di prassi politiche, capire come si faceva politica una volta – appena trenta anni fa – ci permetterà di mettere l’ordine al posto del disordine, di mettere la fiducia al posto della sfiducia, di mettere la ragione al posto del caos.