Corriere della Sera, 13 agosto 2022
Che cos’è la fatwa
La fatwa emessa dall’ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie nel 1989 vale ancora oggi, 33 anni dopo?
«C’è stato un momento di apertura e moderazione in cui le autorità iraniane volevano sospenderla, ma c’erano divisioni tra gli ayatollah e alla fine ha prevalso l’ala più conservatrice – considera il politologo francese Dominique Moïsi, alle prese con la stesura del secondo volume della sua Geopolitica delle emozioni, atteso per la prossima estate —. Nel 1998 il governo iraniano dichiarò che non avrebbe mai appoggiato un tentativo di assassinio verso Rushdie, ma la fatwa non venne comunque ritirata. Per gli islamisti radicali la fatwa vale per sempre, a meno che non venga ritirata dall’autorità religiosa che l’ha emessa. In questo caso quindi solo Khomeini avrebbe potuto abrogarla. Con la sua morte nel 1989, l’editto è stato reso immutabile. Ancora nel 2019 la stessa guida suprema, l’ayatollah Khamenei ha definito “irrevocabile” il verdetto di Khomeini perché si basa su “versi divini”».
Del resto nel 2015 l’Iran ha boicottato la fiera di Francoforte perché gli organizzatori avevano invitato Rushdie, definito «una persona odiata nel mondo islamico». E nel 2016 una nuova ricompensa era stata messa a disposizione per chiunque lo uccidesse.
A cosa ha pensato quando ha appreso dell’attacco all’autore dei Versetti satanici?
«Non sappiamo ancora molto dell’aggressore, quindi la cautela è d’obbligo. La mia impressione è che non si tratti comunque del gesto isolato di un folle, per “bucare” le misure di sicurezza a New York ci vuole un professionista».
Se fosse l’esecuzione di una condanna a morte, perché 33 anni dopo, perché ora?
Risposta a Biden
«L’attacco è forse una risposta alle parole di Biden su Al Zawahiri “Giustizia è fatta”»
«Potrebbe essere la risposta degli islamisti alle parole pronunciate da Biden dopo l’uccisione del numero uno di al Qaeda, al Zawahiri. Il presidente Usa ha scandito “giustizia è fatta, era uno dei responsabili dell’11 Settembre, ha seminato una scia di sangue americano”. Potrebbe avere una portata simbolica questo attacco, per lanciare il messaggio che “anche noi possiamo aspettare molto tempo ma prima o poi giustizia è fatta”. Non è certo l’unica ipotesi».
A che cosa sta pensando?
«Ai recenti attacchi israeliani contro gli islamisti della Jihad islamica, storica alleata di Teheran. Ma anche all’iraniano accusato negli Usa del complotto per uccidere l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Potrebbe essere che l’Iran vuole mandare un segnale forte in pieno negoziato sul nucleare, ripreso dopo una lunga fase di stallo».
Chi può trarre vantaggi da questo attacco?
«A un anno dalla salita al potere a Teheran del presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi, la situazione economica è catastrofica per effetto soprattutto della pesante politica sanzionatoria inaugurata da Washington nel 2018 dopo l’abbandono dell’accordo sul nucleare; le opposizioni sono più forti, e per quanto insidiato da più parti il regime si può giocare la carta dell’estremismo per mostrare invece che riesce a essere efficace».