Specchio, 23 gennaio 2022
Retroscena del Padrino
Diciamolo senza giri di parole: Il Padrino è uno dei massimi capolavori della storia del cinema, ma non si può dire lo stesso del romanzo da cui è stato tratto. Il romanzo di Mario Puzo è di scarsa qualità letteraria, ma ha due pregi essenziali per la riuscita di un grande adattamento cinematografico: un plot straordinario e dei personaggi indimenticabili. Un divertente libro intitolato Leave the Gun, Take the Cannoli, a firma di Mark Seal, racconta i retroscena della scrittura del romanzo e la lavorazione del film partendo dalla biografia di Puzo, del quale viene raccontata l’infanzia povera nel quartiere malfamato di Hell’s Kitchen, i tentativi frustrati di affermarsi come autore di qualità, i debiti con gli usurai e una serie di aneddoti che riverberano spesso in maniera inaspettata nelle pagine del romanzo.
Forse il più sorprendente è la rivelazione che il personaggio di Don Vito Corleone è stato ispirato dalla madre Maria, la quale allevò da sola lo scrittore e i suoi sei fratelli dopo che il padre era stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico per una grave forma di schizofrenia. È da lei che Puzo ha trovato ispirazione per il modo in cui il boss parlava con frase stentoree e un tono bassissimo, tipico di chi è consapevole di possedere il potere. Molte battute memorabili sono farina del sacco della carismatica signora Puzo, come «è un’offesa alla mia intelligenza», per non parlare di «gli ho fatto un’offerta che non può rifiutare» e «siamo due facce della stessa ipocrisia». Nasce invece da un’improvvisazione «Lascia la pistola, prendi i cannoli», che dà il titolo al libro.
In una delle scene più memorabili del Padrino, inesistente nel romanzo, Don Vito, prossimo alla morte, confida amaramente al figlio che sognava che sarebbe diventato un uomo rispettabile, e Coppola è che, a differenza di Puzo, riesce nel miracolo di farci vedere sempre gli uomini prima ancora dei fuorilegge. È un approccio etico, persino religioso, nel quale distingue le persone dalle azioni che compiono, che rimangono gravissime e inaccettabili. Assume quindi una suggestione struggente il modo in cui Coppola racconta il suo film: la storia di un re che aveva tre figli, il primo, Fredo, ha la sua bontà, il secondo, Sonny, la sua forza, e il terzo, Michael, la sua intelligenza.
Mi ha sempre colpito che non citi anche la figlia Connie, ma in questa storia criminale le donne stanno sempre un passo indietro, anche quando sono protagoniste di momenti indimenticabili, come la moglie di Don Vito che canta nel giorno del matrimonio della figlia. Il libro parla di una lite leggendaria tra Puzo e Frank Sinatra, inferocito per il suo ritratto in filigrana, e racconta che dopo un giorno di riprese il produttore Al Ruddy trovò la macchina crivellata di colpi.
Tra l’infinità di aneddoti, godibilissimi per gli appassionati della saga, ci sono quelli relativi al cast: fu Coppola a imporre Al Pacino contro il parere della produzione, che era arrivata a proporre Robert Redford o Ryan O’Neal. Ma forse la rivelazione più divertente è quella relativa al personaggio di Kay Adams, la moglie di Michael. Nel periodo delle ricerche, lo scrittore chiese dei consigli a Nicholas Pileggi, autore di Goodfellas, il quale organizzò una cena invitando il cugino Gay Talese, che stava preparando il suo magnifico saggio sulla mafia Onora il Padre. Pileggi era convinto che nessuno meglio di lui avrebbe consigliato l’amico scrittore, ma Puzo rimase colpito soprattutto dalla moglie di Talese, Nan, editrice di successo. Diventò lei il modello per Kay Adams, la moglie wasp dell’italo-americano che all’inizio della storia dice di non avere nulla a che fare con le attività della famiglia, e poi arriva a far uccidere persino il fratello per tener saldo il proprio potere criminale.