Specchio, 23 gennaio 2022
In Salento l’avocado sostituisce gli oliveti
È talmente piccolo che, a occhio nudo, è impossibile notarlo. Color cuoio chiaro, s’insinua soprattutto nelle strutture legnose causando la morte dell’albero e un nuovo allarme per gli agricoltori pugliesi alle prese da nove anni con la Xylella, il batterio che ha già ucciso almeno dieci milioni di olivi nel Salento. Si chiama Neofusicoccum mediterraneum e secondo uno studio internazionale appena pubblicato è un fungo talmente aggressivo che potrebbe essere tra le cause del veloce disseccamento degli oliveti.
«Un’eventualità che non possiamo escludere - spiega il batteriologo e ricercatore Marco Scortichini - anche perché, in fase avanzata, è difficile distinguere i sintomi causati dal fungo e dalla Xylella». Di recente, evidenze che possono essere ricondotte al fungo sono state rilevate in alcuni oliveti. Mentre un pezzo di Puglia rurale, quello che l’ha resa celebre in tutto il mondo e meta turistica lussureggiante, si sta trasfigurando verso un rischio di desertificazione.
Riavvolgendo i fili di una storia lunga quasi un decennio, la Xylella è approdata in Italia dall’America Latina con piante tropicali e si è diffusa attraverso la sputacchina, un insetto che la preleva dagli olivi infetti e la trasmette a quelli sani. Gli alberi infettati non sono stati analizzati singolarmente. Gli effetti del disseccamento erano attribuiti automaticamente alla malattia. Adesso toccherà valutare l’incidenza del nuovo fungo.
La rassegnazione
Nelle campagne la conta degli ulivi secchi procede con cadenza quotidiana. Lungo le strade provinciali, tronchi inanimati e alberi ingrigiti sembrano ripiegarsi su sé stessi nel vento umido di scirocco. A nove anni dalla segnalazione del primo focolaio a Gallipoli, è come in un incendio che travolge e devasta decine di migliaia di ettari tra le province di Lecce, Brindisi, Taranto e, ora, nel lembo meridionale di quella di Bari.
La rabbia si è trasformata in rassegnazione: molti olivicoltori sono senza reddito da anni e nella filiera dell’extravergine si sono persi 5mila posti di lavoro. Coldiretti stima perdite per 3,5 miliardi di euro. La Regione sforna bandi per il reimpianto (alberi nuovi al posto di quelli rimossi) e il sovrainnesto (sull’olivo non ancora infettato ma a rischio s’inserisce una pianta sana di diversa varietà). La speranza ha oggi il colore brillante di queste cultivar: varietà diverse di olivi, resistenti alla Xylella, per fermarne l’avanzata.
«Un giorno ero in macchina con un collega - racconta Matteo Congedi - in giro tra le zone infette alla ricerca disperata di qualcosa di verde. Trovammo delle piante di Leccino, una di queste varietà. Inspiegabilmente non erano secche». Matteo, 38 anni, con il gemello Ettore guida l’azienda di Ugento ereditata dalla bisnonna. Uno laureato in economia, l’altro in scienze politiche, «appena entrati in azienda ci siamo ritrovati nel dramma della Xylella».
Nel loro frantoio la produzione è crollata da 40mila quintali di olive l’anno a 5mila. «Eppure ci riteniamo privilegiati», dicono. Hanno retto approvvigionandosi da altre zone della Puglia, vendendo in 18 Paesi e puntando sulle energie rinnovabili: il nocciolino dell’oliva viene riutilizzato come combustibile per il riscaldamento di impianti e uffici. Ciò ha consentito a Matteo ed Ettore di vivere il dolore degli espianti, terminati un mese fa, guardando oltre. «Avevamo 2.500 piante secolari e adesso abbiamo nuove cultivar, le varietà che rappresentano la luce in fondo al tunnel».
Le divisioni
Antonio Mastria, proprietario di 15 ettari nelle campagne leccesi, conta i giorni: «Sono in attesa del via libera per espiantare, reimpiantare e, soprattutto, ricevere gli aiuti promessi». Tutte le mattine il suo sguardo sconfortato si posa sugli alberi malati: «Viene voglia di mollare». Poi, da padre di famiglia prossimo ai 60 anni, «penso agli olivi ancora sani e così si va avanti». Decenni fa, con involontaria preveggenza, scelse di piantare proprio il Leccino, seguendo l’esempio dei suoi avi. Ora quegli alberi resistenti alla Xylella «ci fanno sopravvivere».
Chi lavora la terra è abituato alle calamità naturali, «ma con questo nemico siamo impotenti» ammette Antonio. Prima aveva due dipendenti e, nel periodo di raccolta, sette operai. Oggi sono dimezzati. «Facciamo sacrifici e ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni». Si riferisce ai ritardi del piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia finanziato con 300 milioni.
Non tutti gli olivicoltori condividono il ricorso a espianti e reinnesti. Per altri l’unica strada è la convivenza con il batterio e la cura delle piante malate. Donato Minosi, proprietario di 900 piante a Uggiano la Chiesa, vicino Otranto, all’abbattimento non ha mai creduto. E ha sempre rispedito al mittente la domanda per gli espianti al grido «i miei alberi non si toccano».
Un tempo erano disseccati, ora sono verdi. Donato è ottimista e a 70 anni continua a comprare olivi: «La gente li sta svendendo ed è un disastro. Hanno portato avanti una politica dell’abbandono, questo è il problema vero». L’ultimo acquisto pochi mesi fa: 50 alberi. «Anni fa il vecchio proprietario mi aveva chiesto 20mila euro. Adesso me li ha ceduti a un terzo perché il valore è crollato».
Le cure
Donato non è l’unico. Oltre un migliaio di ettari di olivi infettati è stato trattato con il protocollo di cura di Marco Scortichini, ricercatore del Crea-Ofa di Roma, un ente costola del ministero delle politiche agricole. Alla base del metodo c’è un prodotto da pochi euro e a basso impatto ambientale, che contiene zinco e rame. E poi rimozione delle erbe infestanti e potature regolari. «Ci vuole costanza», ripete l’ideatore agli olivicoltori. La sperimentazione, durata tre anni, è terminata nel 2018, ma le opinioni a proposito restano controverse. Ora viene utilizzato solo da una piccola parte dei proprietari.
L’Unione Europea sostiene gli abbattimenti per evitare che il dilagare dell’infezione. Escavatori e motoseghe affondano nel paesaggio spettrale dove i tronchi diventeranno legna da ardere o biomassa per le centrali termiche. Nelle aree infette sono i singoli proprietari a decidere se utilizzare varietà resistenti come Leccino o Favolosa o piantare vigneti, ciliegi, mandorli. Persino avocado, da quando il ministero ha rimosso il divieto di sostituire l’oliveto con altre colture.
Gianluigi Cesari prova a essere positivo. Perito agrario esperto di agricoltura sostenibile, ha seguito l’emergenza dall’inizio e ha fatto parte della task force regionale: «Nei prossimi decenni vedremo progetti di riforestazione e più biodiversità».
Il suo ragionamento parte da lontano: «L’agricoltura non è statica e il Salento in passato non era terra olivicola». La produzione venne sollecitata soltanto nel ‘700 da Carlo di Borbone, per la necessità di olio lampante per l’illuminazione. «Probabilmente, l’olivo non si è mai trovato del tutto a suo agio in questo habitat - spiega Cesari -. Inoltre, nei secoli, ha dimostrato di essere particolarmente sensibile ai patogeni». E il fungo potrebbe essere la nuova minaccia da fronteggiare.