Specchio, 23 gennaio 2022
La proteina che allunga la vita
Oggi, un individuo di 65 anni ha il 50 per cento di probabilità di arrivare a 85. Lo conferma Joseph Coughlin, fondatore dell’AgeLab al Massachusetts Institute of Technology. Ma l’importante, naturalmente, sta nell’aumentare non tanto gli anni di vita, quanto quelli da vivere pienamente e in buona salute. Come, ce lo spiega David Della Morte Canosci, professore associato di Medicina interna all’Università di Tor Vergata a Roma e associato di Neurologia all’Università di Miami.
Comiciamo dai fondamentali, professore. Per esempio, dalla prevenzione. Oggi ci vengono prescritti esami che i nostri genitori e i nostri nonni neanche si sognavano di fare. È per questo che cresce il numero dei centenari?
«La prevenzione delle malattie croniche è il nostro obiettivo principale, perché è quello che ci permette di vivere a lungo in pieno benessere e perché abbatte costi spaventosi per i bilanci statali. Vero: l’approccio agli esami di routine, sia ematochimici sia strumentali, in questi anni è cambiato moltissimo. Abbiamo mezzi diagnostici molto più accurati. Però viviamo in un mondo molto diverso da quello dei nostri nonni: più inquinato, più stressante, in cui si seguono abitudini alimentari spesso sbagliate. Questi fattori di rischio inficiano i progressi nella diagnostica. Ma, tutto sommato, i fattori si compensano e la vita media si allunga».
La parola magica per chi va alla ricerca dell’eterna giovinezza oggi sembra essere "sirtuina". Ci spiega?
«Sono le proteine su cui ho basato la mia ricerca scientifica, in collaborazione con David Sinclair di Harvard. Una volta attivate, queste molecole sono in grado di allungare la vita media in tutti gli animali testati. Ci siamo arrivati partendo dalla constatazione che l’unico, autentico elisir di lunga vita è l’attività fisica abbinata alla restrizione calorica. Abbiamo scoperto che questi due meccanismi così importanti sono innescati proprio dalle sette sirtuine. In particolare dalla numero 1, che quando è attivata, entra nel dna, lo spacchetta e sintetizza le proteine buone, quelle antinfiammatorie e antiossidanti, e non quelle cattive ».
Dunque le sirtuine sono già dentro di noi. Non dobbiamo mangiarle, ma possiamo, per così dire, farle carburare. Come?
«Intanto con l’attività fisica. E poi con certi alimenti, per esempio con i polifenoli, lo stilbene, la politadina, il resveratrolo, contenuti nei frutti rossi, in alcune verdure, in alcuni tipi di vino rosso. Il segreto è programmare un’integrazione ad hoc: seguire una dieta bilanciata e a una certa età, quando questi meccanismi si affievoliscono, assumere integratori specifici per compensarne il calo».
Prevenzione, restrizione calorica, attività fisica, integrazione. Mi risulta poi che lei collabori con esperti di medicina ayurvedica.
«Sono un accademico abbastanza tradizionale, però credo nel concetto di benessere totale della persona, nell’ allineamento completo fra cervello e resto del corpo. Oggi sappiamo che alcune patologie intestinali, per esempio le malattie infiammatorie croniche, sono dovute a disfunzioni organiche della parte neurologica. Il paziente va sempre considerato a 360 gradi, ma la nostra medicina tecnologica spesso si focalizza su un solo organo. In questo senso, gli insegnamenti millenari della medicina orientale possono darci una visione d’insieme. E le due scuole, combinate, possono portare a risultati impressionanti».
Terza, quarta età e Covid. Molti senior pieni di energia hanno subito, negli ultimi due anni, un trauma spaventoso, perché si sentivano invincibili e poi è arrivato un cigno nero che li ha scagliati nella categoria dei fragili.
«Il mio di Tor Vergata è stato un reparto Covid, e quindi conosco bene l’argomento. L’invecchiamento tendenzialmente prende due strade, secondo la predisposizione genetica e secondo la vita che decidiamo di fare. Abbiamo un invecchiamento "di fragilità", e il Covid ha colpito proprio questi soggetti, purtroppo portandone via la maggior parte. Però ha fatto capire anche agli invecchiati "di successo", a quelli che avevano applicato una strategia di investimento su sé stessi, che siamo tutti figli di un mondo vulnerabile. Pensi alle manifestazioni del post-Covid, agli enfisemi molto gravi che riscontriamo in anziani che, prima, stavano benissimo. Pensi ai danni psicologici ancora non calcolati. Ci sentiamo più deboli, in attesa di qualcosa di imprevedibile che, oggi, sappiamo essere possibile. Ma abbiamo anche più voglia di prevenzione. E siamo più propensi ad allargare quell’approccio olistico di cui parlavamo, applicandolo alle vicende generali del pianeta».
E comunque, in un secolo, abbiamo conquistato trent’anni in più di aspettativa di vita.
«Nella ricerca sull’invecchiamento e in particolare nel campo della medicina rigenerativa sono stati fatti passi enormi. Oggi sappiamo molto di più sui meccanismi di rigenerazione del tessuto umano e su come rimetterli in moto. È la strada per la fontana della giovinezza, quella di Ponce De León».
Ma come la mettiamo con le nuove generazioni, lasciate al palo da una schiera di boomer sempre più pimpanti?
«Dovrebbero allargare la visuale e riflettere su come una porzione della longevità sia data da una componente genetica: la lunghezza dei telomeri, cioè di certi segmenti del dna. Vivendo una vita sana, trasmettiamo un imprinting genetico a chi verrà dopo di noi. Il gene della longevità, insomma, diventa patrimonio ereditario».
E i problemi che si creano per il welfare, il sistema pensionistico e l’assistenza?
«Il vero guaio del welfare è la prevenzione delle sindromi croniche: sono quelle a pesare sui bilanci statali, migliaia di miliardi spesi per la cura delle malattie degenerative, oncologiche, cardiovascolari e metaboliche. È quello il nemico da combattere, non l’allungamento della vita».