la Repubblica, 23 gennaio 2022
Intervista a Irama
La rivincita, come la vendetta, è un piatto da servire freddo. Dodici mesi dopo la quarantena preventiva che nel 2021 l’ha tenuto lontano dall’Ariston per tutta la settimana, Irama torna al Festival. Il brano del rapper di Carrara vincitore ad Amici nel 2018 si intitola Ovunque sarai, l’ha prodotto Giulio Nenna in collaborazione con Shablo & Faraone. Sarà una delle tracce del nuovo album di Irama, Il giorno in cui ho smesso di pensare, in uscita il 25 febbraio. Per la serata dei duetti e delle cover, il 4 febbraio, Irama ha invitato sul palco Gianluca Grignani per cantare La mia storia tra le dita.
Come si sentì a guardare il Festival in tv e a vedere ogni sera passare il video della sua prova generale?
«Un po’ come avere un avatar. L’immagine delle prove, poi, non era il massimo, è spiacevole che resti solo quella a rappresentarti, visto tutto il lavoro che c’è dietro. Sono comunque contento che La genesi del tuo colore abbia avuto successo, non me l’aspettavo. Quest’anno ho inviato il brano sperando di colmare quella mancanza».
La sua canzone arrivò quinta, forse il live l’avrebbe aiutata.
«Sono fatalista, evidentemente le cose dovevano andare così. Non so dire se cantandola ogni sera avrebbe ottenuto di più, certo è stata svantaggiata. La classifica reale e le vendite sono andate però molto bene».
"Ovunque sarai” parla della mancanza di una figura reale o idealizzata?
«In questi giorni ho letto molte analisi sulla mia canzone, anche belle, ma mi è dispiaciuto che alcuni la definiscano una canzone d’amore.
Non l’hanno capita. C’è differenza tra sentire e ascoltare. Se senti Papaoutai di Stromae, artista che amo molto, capisci subito che si tratta di una canzone dance, poi ascolti il testo e lì ti rendi conto che parla della mancanza del padre. Ovunque sarai l’ho composta per una persona che non c’è più, in Salento, in un periodo molto complicato per me. Spero che alle persone arrivi nel modo puro in cui l’ho pensata e scritta».
Un pezzo orchestrale, etereo: suona in modo diverso rispetto ai suoi ultimi successi orientati verso il reggaeton.
«Nei miei album ho sempre sperimentato tanto, ho cantato generi diversi e avuto in classifica brani distanti come suono, tra mondi latini, soul e pop. Non a caso mi piacciono gli artisti eclettici come Childish Gambino, o Freddie Mercury. L’arte non può avere un limite o un bacino di utenza, altrimenti sarebbe marketing. Stavolta ho voluto fare una canzone diversa, anche il disco che la conterrà sarà vario, il primo in cui collaboro con altri artisti».
Ha sempre detto che il suo punto di riferimento sono i cantautori.
«Scrivo le mie canzoni, da quel punto di vista mi sento anch’io un cantautore. Ma non sono legato a uno stile, loro sono i maestri, ci hanno lasciato un’eredità, meritano rispetto. I miei preferiti sono De André e Guccini, che ho avuto l’onore di avere in un intro recitato su Cyrano, uno dei suoi pezzi più famosi, nella serata delle cover. È stata la sua benedizione».
Ha rivelato che per incontrare Guccini ha fatto la fila a un suo instore.
«Una fila lunga, credo due ore. Ero già abbastanza famoso e avevo fatto i miei, di instore, sapevo cosa volesse dire stare sia da una parte che dall’altra. Mi feci firmare il disco L’isola non trovata : fu buffo perché non riusciva a capire il mio nome per la dedica, Irama è un nome complicato».
Ha lasciato la scuola per la musica, tornando indietro lo rifarebbe?
«Il primo contratto l’ho firmato a 18 anni, lasciai la scuola mentre facevo il primo Sanremo, con i primi due singoli avevo già ottenuto il primo Disco d’oro. Stare dietro a greco e latino non era semplice, facevo l’ultimo anno al Classico, frequentare le lezioni era un problema. Provai a iscrivermi a una serale ma era difficile. Però sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre trasmesso cultura, spingendomi a studiare. Diciamo che, per ora, la gratificazione l’ho avuta nel campo che amo di più».
Con “Amici” il successo si moltiplicò, agli instore c’erano file enormi.
«A Roma una volta girava per tre volte intorno al palazzo. Il primo lo feci a Napoli, quasi non ci credevo: lì capisci cosa pensa la gente, non sono solo i follower o gli streaming».
Una frase nel suo pezzo “Stanotte” scatenò una polemica sui social.
«Lo ricordo molto bene: la frase era “fare a pugni con quel trans”. Raccontavo un episodio che mi era successo quand’ero ragazzino. Luxuria al congresso delle famiglie mi trattò come un omofobo per quello, ma c’è una differenza sostanziale tra dire “menare i trans” e “fare a pugni con quella persona trans”. Oggi credo ci sia un perbenismo esagerato. Trovo giustissima la difesa delle minoranze, il fatto di aiutare chi è in difficoltà e cercare di integrare il più possibile le persone nella società. La gente comunque capì e la polemica cadde subito nel vuoto».