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 2022  gennaio 23 Domenica calendario

Intervista a Lucio Caracciolo

Dice Lucio Caracciolo che l’Italia è battuta da una “tempesta di eventi” che non ha più la capacità di interpretare: «Nel Mediterraneo, che è diventato sempre più Medioceano, siamo all’incrocio dei movimenti Nord-Sud, quindi anche dei fenomeni migratori, e delle competizioni Est-Ovest tra Cina, Russia, Stati Uniti». Dobbiamo riconquistare la consapevolezza di essere «rientrati nella Storia», «assumere un punto di vista e capire dove vogliamo andare» pena l’uscita dal novero dei Paesi che contano, spiega il direttore di Limes che sull’urgenza di formare una classe dirigente in grado di perseguire l’interesse nazionale ha fondato la Scuola di Geopolitica di Limes.
Il primo anno si è concluso e vi accingete a inaugurare il secondo: il suo bilancio?
«Molto superiore alle aspettative, abbiamo avuto più di 1.000 domande di iscrizione.
A chi parla la scuola di Limes ?
Ai giovani laureati ma anche a dirigenti di imprese, manager attivi nelle istituzioni statali, persone già formate ma che hanno interesse ad avere una visione del mondo a partire dai nostri interessi nazionali».
Imparare a leggere il mondo è un esercizio di estrema complessità, quali strumenti occorrono?
«La storia, la cartografia, l’informatica, ma soprattutto un approccio concreto alla geopolitica che significa capire i punti di vista degli attori in gioco, la loro visione del mondo, ascoltare voci molto diverse e qualche volta avverse. Per farlo c’è bisogno di una conoscenza profonda della storia, della cultura, anche dell’antropologia dei soggetti geopolitici».
L’Italia, dice, è attraversata da venti in tempesta: quali sono le tensioni geopolitiche che avranno un impatto maggiore sul nostro Paese?
«Sono cambiate molte cose, per esempio sulla sponda sud: confiniamo con la Turchia e la Russia che si sono installate al di là dello stretto di Sicilia rispettivamente in Tripolitania e Cirenaica, non era mai successo prima. La Turchia è formalmente un Paese alleato ma con ambizioni imperiali e con una tonalità islamica particolare; la Russia è considerata dal nostro principale alleato – gli Stati Uniti – il nemico numero uno bis insieme alla Cina, e tutto questo si svolge alla nostra frontiera in una notevole indifferenza della comunicazione oltreché delle strutture di governo».
C’è anche un “fronte” europeo.
«È l’altro tema centrale: il negoziato non decisivo, ma vitale, che affronteremo quest’anno sulla riforma del Patto di stabilità e crescita. Se non sapremo consolidare le politiche monetarie e fiscali di tipo espansivo che si sono rese indispensabili grazie all’emergenza virale rischiamo di essere espulsi dal novero dei Paesi Ue che contano».
Si sono aperte anche nuove opportunità di relazione politica, per esempio con la Francia?
«Il trattato firmato con la Francia è un’occasione da non perdere sia per i rapporti con una potenza che in Europa è determinate, insieme alla Germania, sia perché è una sfida per la nostra amministrazione. La Francia ha una visione quasi religiosa dello Stato, ha delle scuole per la formazione della classe dirigente pubblica e privata di primo livello, se non cominciamo a correggere quello che Cassese chiama uno “Stato ad amministrazione disaggregata”, un arcipelago ingovernabile senza una catena di comando e senza continuità, non andiamo da nessuna parte».
Di quali riforme avremmo bisogno?
«Innanzitutto della consapevolezza che stiamo rientrando nella Storia.
Dopo la Guerra fredda abbiamo vissuto sull’idea di una protezione strategica assicurata dagli Stati Uniti: il crescente disimpegno americano dall’area euromediterranea impone all’Italia di assumersi delle responsabilità e decidere che cosa vuole. E certamente la mancanza di scuole di alta formazione dell’amministrazione è un deficit da superare».
Qual è il libro “geopolitico” che l’ha intrigata di più quest’anno?
«Rileggo spesso gli atlanti geografici, purtroppo sempre più rari nell’editoria. Un libro che ho trovato particolarmente interessante è l’ Innominabile attuale di Roberto Calasso: spiega come la nostra società sia diventata autoreferenziale e non abbia più riferimento fuori da se stessa, fondamentale per capire questa fase».