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 2022  gennaio 23 Domenica calendario

La rete dei gasdotti


ROMA – Un matrimonio spesso problematico, ma allo stesso tempo necessario. Per non restare al buio o al freddo d’inverno, l’Europa – per ora ha bisogno ancora del gas russo. Lo dicono i numeri: negli ultimi anni il colosso di stato Gazprom è tornato a coprire oltre il 40% del fabbisogno complessivo di gas consumato degli stati membri della Ue, per riscaldamento o per la produzione di energia elettrica. È di gran lunga il primo fornitore, visto che i giacimenti norvegesi del Mare del Nord – al secondo posto della classifica – soddisfano oramai non più del 17% dei consumi totali.
Allo stesso tempo il Cremlino ha tutta la convenienza a tenersi stretti i rapporti commerciali con i vicini occidentali, visto che l’Europa è il suo maggior cliente. E ha bisogno di tenerlo agganciato con contratti il più possibile di lungo periodo. Del resto, con molto realismo, le principali economie europee da tempo sono scese a patti con il Cremlino per poter accedere alla enormi riserve di gas siberiano, consapevoli che l’Europa non è un continente ricco di materie prime. Per quanto riguarda i fossili può vantare solo i giacimenti del Mare del Nord e di alcune aree dell’Adriatico.
Così l’italiana Eni è stata tra i primi a stringere accordi con la Russia fin dagli anni ’60 in piena Guerra Fredda, instaurando un rapporto che dura fino a oggi. Di questo i russi sono sempre stati riconoscenti, perché come ricordano gli addetti ai lavori, Gazprom nemmeno nei momenti più difficili con l’Occidente è mai venuta meno ai suoi impegni. In altre parole: il gas è sempre arrivato puntuale al confine italiano.
Ancora più clamoroso è il caso della Germania che alla fine degli anni Novanta ha varato assieme alla Russia il progetto Nord Stream, un doppio gasdotto che porterà fino a 55 miliardi di metri cubi di gas sotto il Baltico, dalla Russia direttamente in territorio tedesco. La Germania si è così assicurata le forniture che le consentiranno l’uscita dal carbone per la produzione di energia e la possibilità di diventare a sua volta il fornitore dei Paesi dell’ex blocco comunista, in questo ponendosi in concorrenza con l’Italia, che per la sua posizione geografica è al centro dei collegamenti con i Paesi produttori del Nord Africa e dell’Asia.
Ma i matrimoni si possono anche sciogliere. Anche sotto la pressione degli Stati Uniti, l’Europa ha iniziato già da qualche anno una politica per differenziare le forniture. Lo ha fatto a cominciare dalla precedente crisi tra Russia e Ucraina, quella degli anni tra il 2007 e il 2009. Nel 2007, in pieno inverno, una parte dei paesi Ue rischiò di restare al freddo per tre giorni, quando la Russia minacciò di chiudere i rubinetti del gas perché il governo di Kiev era rimasto parecchio indietro con i pagamenti delle forniture. Minacce poi rientrate con un nuovo accordo sulla rateizzazione del debito. Due anni dopo, invece, si arrivò effettivamente allo stop delle consegne, provocando una crisi politica, ma soprattutto di prezzi.
Da qui la decisione, da parte della Russia, di accelerare il progetto Nord Stream, per saltare il passaggio del gas dall’Ucraina e arrivare più velocemente nel territorio Ue, ma senza pagare onerosi diritti di transito. In contemporanea, Bruxelles ha cominciato a mettere le fondamenta di una politica energetica comune, con l’obiettivo di una minore dipendenza dalla Russia.
L’Italia può essere un modello. Con il rigassificatore di Rovigo (realizzato con il fondamentale contributo del gruppo americano Exxon-Mobil) si è assicurata il gas in arrivo dal Qatar e con il Tap ha aggiunto 10 miliardi di metri cubi all’anno dall’Azerbaijan (che potrebbero diventare 20). Non solo: l’Italia vanta anche una rete di stoccaggi (depositi ricavati per lo più da giacimenti esausti) che ha eguali in Europa solo in Francia: di fatto, una riserva strategica che fa da calmiere ai prezzi e si può usare in caso di emergenze.
Anche per questo, nel corso dell’ultimo anno, il prezzo del gas in Italia sul mercato “spot”, quello che si forma giorno per giorno, si è allineato a quello del Nord Europa, chiudendo il gap competitivo fino a prima subito dalle nostre aziende. Un modello che il governo Draghi ha suggerito anche all’Europa. Assieme ad acquisti comuni, sfruttando il più possibile il mercato del gas spedito via nave. Al 2050, quando anche il gas farà spazio alle rinnovabili, la dipendenza dalla Russia sarà un problema non più rilevante.
Ma la strada della transizione è ancora lunga e gli inverni arrivano puntuali.