la Repubblica, 23 gennaio 2022
Le schede burla
ROMA L’ultima volta, con Giancarlo Magalli, fu una delusione. Su Twitter pareva che dovesse diventare lui il prossimo presidente della Repubblica. Fece pure un flash mob al Colle. Poi, nel segreto dell’urna, venne fuori l’amara realtà: due voti. Gli stessi di Ezio Greggio. Meno di quelli che presero Claudio Sabelli Fioretti (otto) e Francesco Guccini (quattro). Una preferenza la ottenne Il Capitano, Francesco Totti, che però non aveva l’età, e Sofia Loren.
Domani, al primo scrutinio torneranno, potete giurarci, i voti burla: quelli dei grandi elettori cazzeggioni che si fanno beffa della solennità del rito quirinalizio. Nel 2013 Rocco Siffredi portò a casa bei suffragi. E pure Giovanni Trapattoni. Sabelli Fioretti, venne gratificato di sostegno anche in quell’occasione e rilasciò una dichiarazione all’Ansa: «Se Pd e Pdl non si mettono d’accordo la mia candidatura prende quota», disse il popolare conduttore di
Un giorno
da pecora.
L’altro giorno, ospite della medesima trasmissione, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che fece lo spoglio per il Quirinale per ben due volte nella stessa legislatura, ha detto che la cosa più difficile è quando «qualcuno vuole fare lo spiritoso e scrive nomi improbabili. Molti scrissero sulla scheda “bianca”, e c’era una cagnolina di nome Bianca, di una mia collaboratrice, che ogni volta che io dicevo “bianca”, riferendomi alle schede, drizzava le orecchie...». Nel 2015 ebbe un quarto d’ora di celebrità Mauro Morelli. «Ma chi c… è?» scappò detto ad Enrico Mentana durante la sua maratona. Morelli con i suoi nove voti divenne una tendenza. Ci si interrogò sulla sua identità. Era il capogruppo di Sel alla quinta municipalità del Comune di Napoli. Giurò di non saperne nulla.
Questa storia dei voti burla è indicativa dello spirito del tempo. Una volta non si usava proprio. Nella Prima Repubblica i parlamentari erano persone intrise di ideologia, di scuole di partito, di studi severi, una generazione che in molti casi si era forgiata nelle durezze della guerra di Liberazione. Nel 1978, quando si votò sedici volte, prese dieci voti anche Paolo Rossi. No, non era il grande centravanti della Nazionale. Era un suo omonimo. Il presidente della Consulta, di fede socialdemocratica. Venne intervistato. Per il resto uscirono solo politici, salvo quattro voti per Eleonora Moro, la vedova dello statista appena ucciso.
Qualcosa già cambiò nel 1992. Erano arrivati i leghisti, stava per morire un mondo. Un voto andò all’onorevole Trombetta, la macchietta di Totò. Si seppe pure l’autore: Maurizio Gasparri, che lo rivendicò. Durante le sedici votazioni ebbero qualche gradimento i coniugi Occhetto, il segretario del Pds Achille, e la moglie Aureliana Alberici. Fece notizia, ma erano comunque due parlamentari. In quell’elezione i grandi elettori urlarono sei volte «ladro» e il presidente Scalfaro fece due richiami in aula contro l’uso dei telefonini. Fine del colore.