La Stampa, 23 gennaio 2022
90 anni de La Settimana Enigmistica
La Settimana Enigmistica compie novant’anni. Nacque in una data palindroma, 23/1/32, qualcosa vorrà pur dire almeno quanto a enigmi. Ed è un osso cordialmente duro: non solo per i suoi lettori e felici solutori di cruciverba, rebus, indovinelli, ma anche per chi, poniamo, sia animato da curiosità sulla storia e sui retroscena di una rivista così importante e atipica nel panorama della carta stampata, una rivista conservatrice al punto da non cambiare quasi nulla nella sua veste grafica e nel suo linguaggio da quando Giorgio Sisini, ingegnere sassarese con frequentazioni austriache, la ideò sulla falsariga di un foglio allora già popolare a Vienna, Das Rätsel (ovvero, L’indovinello). Poco è cambiato da allora. Non l’editore, che oggi è Francesco Baggi Sisini, nipote del fondatore. Né la foto in copertina, inserita nel cruciverba, di un attore o di un’attrice – i generi si alternano implacabilmente –, da sempre in un sobrio bianco e nero che fa quasi tenerezza, mentre all’interno il colore, in lievi tinte pastello, fa capolino con discrezione.
"Il settimanale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”, come recita lo slogan più celebre è un pezzo significativo, forse un po’ enigmatico ma di un enigma risolvibile, non metafisico, della storia d’Italia nel suo secolo cruciale. È il segno della permanenza, dell’enigmistica come parte della vita in famiglia. Cambiano le generazioni, non il legame tra pubblico e testata. E, naturalmente, non cambia il muro di riserbo elevato da proprietari e redattori (all’indirizzo milanese non è nemmeno riportata sulla pulsantiera, dicono, il nome della rivista): il che alimenta e ha alimentato non poche leggende.
Fatto è, ci dice il condirettore Alessandro Bartezzaghi, «che noi preferiamo parlare col prodotto». E tuttavia dischiude per una volta quella porta misteriosa, scherzando sul loro marketing alla rovescia: «Visto che trattiamo l’enigma, ne abbiamo un po’ assunto l’abito. Così abbiamo pensato di essere vagamente misteriosi anche noi».
Una tradizione antica…
«All’inizio diciamo pure che era un prodotto di nicchia, un po’ snobbato dal mondo della cultura e dell’editoria. Non se ne parlava proprio, anche se nel giro di pochi mesi decuplicò la tiratura. Il vero successo comincia dopo la guerra».
Trainato da un gioco in particolare, quel cruciverba che era stato inventato in America all’inizio del secolo e sembra non conoscere crisi, nemmeno nel mondo di Internet.
«Il cruciverba è di gran lunga il preferito dai lettori enigmisti, all’80 per cento. E intorno a esso oggi sono in corso i due, diciamo così, grandi dibattiti: penna o matita, Internet oppure no».
Il primo sembrerebbe più antico.
«Lo è. Il vero virtuoso della parole incrociate va di penna, impedendosi ripensamenti. A matita si può correggere. Poi c’è la Rete, dove pullulano siti che offrono risposte a infinite definizioni, anche alle nostre, il che è un abuso. Ma il vocabolario di Internet è sterminato, la tentazione di ricorrervi quasi irresistibile. Del resto la società è cambiata: un tempo il gioco era un momento in cui ci si fermava, ora il ritmo nevrotico induce a cercare scorciatoie. Detto questo, la Rete ci danneggia perché ha diradato le edicole, che sono il nostro mezzo per arrivare ai lettori. Non ci lamentiamo, ma certo non sono più gli anni d’oro, quando si vendeva più d’un milione di copie. Abbiamo comunque una versione della rivista per tablet; è molto utile per esempio per chi si trovi all’estero».
Esiste un identikit dell’appassionato di enigmistica?
«Non direi, noi siamo sempre stati molto trasversali, con seguito in tutti i ceti sociali, dai più istruiti ai meno colti. Questo ha significato cercare, nelle definizioni, sempre la forma più neutra, al di là delle posizioni politico-culturali. Ricordando qui che negli Anni 70 una nostra definizione della parola “sciopero” destò le ire di Fortebraccio, il popolare e acuminatissimo corsivista dell’Unità, che ci accusò nella sua rubrica di essere schiavi del capitalismo, o qualcosa del genere. I miei colleghi di allora ci restarono molto male».
Però è rimasta un’eccezione, si direbbe, considerata la pletora di ammiratori. Giovanni Gentile, il filosofo, era noto per la fretta con cui correva alla stazione di Firenze per avere in anticipo il nuovo numero.
«E non solo lui. L’ho detto, siamo trasversali. Ogni tanto si rievoca quella volta in cui in redazione telefonò Mina per chiedere informazioni su un rebus che non riusciva a risolvere. Si presentò come “Mazzini”, ma il telefonista la riconobbe, fra l’eccitazione generale. E la famiglia Draghi: ricorda l’intervista con l’edicolante, che ci elencò fra i giornali acquistati dalla moglie del premier?»
Da Gentile a Draghi, un bel viaggio in Italia.
«E in tutti i campi. Di recente l’ex pugile Maurizio Stecca, oro olimpico, ricoverato per Covid, appena si è ripreso ha chiesto alla moglie occhiali e Settimana. Ci ha fatto piacere. Potrei andare avanti citando Paolo Conte o Guccini, Nina Zilli e ancora Giorgio Gaber, o Vittorio Gassman che cercava di curare le sue depressioni col nostro giornale. Una volta ho fatto un gioco con alcune parole dedicate a Antonio Manzini, una specie di omaggio implicito, visto che nelle avventure del suo commissario Schiavone ci siamo, bene o male, quasi sempre. Per ringraziarlo. Penso abbia apprezzato».
Ma non c’è mai qualcuno che se la prende con voi, un hater?
«Sono casi rari. Semmai arrivano proteste quando sfioriamo magari involontariamente argomenti politici. Non sono graditi. Poi c’è il mio amico Dan Peterson, allenatore di pallacanestro e commentatore sportivo, che nonostante il suo italiano molto americano cerca di risolvere i giochi. Quando non ci riesce mi scrive: “Ti spacco la faccia"».
Questi testimonial spontanei dicono molto sulla penetrazione della rivista nel costume nazionale. Quale sarà mai il segreto, per non dire l’enigma?
«Secondo me è la nostra regola di lavoro: rompicapi sì, ma mai troppo elitari. La fortezza deve essere espugnabile. Non ci devono essere giochi impossibili, perché dobbiamo parlare a tutti, svagare e rilassare. E poi c’è uno stile, qualcosa di sotterraneo che i lettori riconoscono. Quando è scomparso mio papà, abbiamo anche deciso che il gioco difficilissimo non sarebbe stato più appannaggio di una sola firma. Non per appiattire, ma per differenziare».
Suo padre Piero (1933–1989) è stato la grande icona, il creatore del cruciverba a schema libero che da lui ha preso nome, il re dell’enigmistica italiana.
«Ma era così discreto che non se ne rendeva conto. “Io – diceva – sono un impiegato"». —