La Stampa, 23 gennaio 2022
Le prigioni di Kandahar
Fazal Mohammed vive nel distretto di Zhari, lungo la strada che da Laskargah arriva a Kandahar, con la moglie e i suoi cinque figli. La casa è umile, sono di fango e paglia le mura delle stanze così come le scale che conducono alle strutture dove Fazal tiene i frutti del suo raccolto.
Quando un razzo ha colpito la stalla in cui teneva il bestiame, uccidendo tutte le mucche che aveva, Fazal che non aveva soldi per ricomprarle, né risparmi per mandare avanti la famiglia, ha cominciato a coltivare papaveri d’oppio. Più economico, più sicuro.
Da quando i taleban controllano la città è tornato a riposare. Non ci sono più attentati lungo la strada, e può spostarsi fino a Kandahar anche quando cala il sole, i suoi figli giocano nel terreno senza il timore di essere uccisi da un razzo e poi non deve più pagare i soldati ai check point. La tariffa mensile che i contadini e i pastori dovevano ai soldati dell’esercito regolare, fino allo scorso agosto, era di 400 afgani al mese, a cui si aggiungeva un quarto del raccolto, a ogni raccolto.
Nessuno dei figli di Fazal frequenta la scuola ora, né la frequentava prima. Il prima, qui, nei villaggi del sud dell’Afghanistan, è un concetto appeso alle categorie della cronaca, che non sono quelle della storia. La storia, qui, ha chiuso il cerchio, riconsegnando ai taleban la loro capitale spirituale, la città simbolo in cui il Mullah Omar ha dato vita al gruppo nel 1994, capitale che non hanno mai lasciato, costantemente in contatto con i leader esiliati della shura di Quetta, in Pakistan.
Gli effetti della guerra Fazal li ha sul muro di casa distrutto dall’RPG e li trattiene nella memoria. Hanno le sembianze di soldati statunitensi che fanno irruzione nel villaggio, spostano le donne e i bambini su un lato della strada e gli uomini dall’altro, con i polsi legati, soldati che bloccano i villaggi per tutta la notte, in cerca di informazioni, nascondigli, sospetti collaboratori, e poi vanno via, caricando sui veicoli militari una manciata di uomini. Fazal non è stato mai portato via ma, dice, ricorda il pianto dei figli e l’umiliazione delle donne, esposte allo sguardo di sconosciuti. Per questo oggi, quando vede la bandiera talebana in strada, non è solo sollevato, è felice.
Non è complicità, la sua, non è (solo) sostegno al gruppo. È soprattutto il desiderio di sicurezza ad animarlo. Anche la strada che conduce a Kandahar, la National Highway 1, porta i segni della guerra, sull’asfalto ci sono ancora le voragini causate dalle esplosioni degli ordigni che i taleban piazzavano per colpire i mezzi della coalizione e dell’esercito regolare afgano.
Una strada pensata per unire cinque province, Kabul, Wardak, Ghazni, Zabul e Kandahar e costata agli americani 300 milioni di dollari che si è trasformata nel tempo in quella che gli afgani chiamano «la strada della morte». Oggi, sui resti degli attentati che l’hanno segnata e che hanno ucciso oltre ai soldati, centinaia di cittadini afghani, sventolano le bandiere dell’Emirato Islamico.
All’entrata della città, circondata da torri di guardia e da un anello di barriere di cemento sormontate da filo spinato, c’è la prigione di Sarposa. Fino ad agosto i 1000 detenuti erano quasi tutti taleban, oggi la prigione ospita quasi solo consumatori di droga.
La prigione di Sarposa segue e spiega la storia del movimento, nel 2008, due attentatori suicidi taleban si fecero saltare in aria davanti al cancello uccidendo 15 guardie. Furono 1200 i detenuti evasi, quasi tutti combattenti e comandanti taleban.
Dopo l’attentato il complesso fu fortificato e illuminato, protetto da tre check point e cancelli, per impedire un’altra fuga di massa. Invano. Tre anni dopo, nel 2011, 500 uomini fuggirono attraverso un tunnel di 300 metri che collegava l’ala dei prigionieri politici, cioè i taleban, alla strada principale, cioè «la strada della morte» Kabul-Kandahar. Un’operazione pianificata per mesi e impossibile senza la complicità delle forze di sicurezza della prigione. Dopo la colossale evasione, Zabiullah Mujahid, che era già allora portavoce del movimento disse: «Avevamo il supporto di professionisti qualificati per scavare il tunnel, avevamo soprattutto il supporto della nostra gente». Gli «amici», spiegò, facendo riferimento ai soldati dell’esercito afghano informati e conniventi, avevano fornito non solo copertura per mesi ma anche le copie delle chiavi delle celle da cui i taleban detenuti erano usciti cinque alla volta per evitare il rumore. Alla fine del tunnel, disse Mujahid, c’era un gruppo di attentatori suicidi pronti a farsi saltare in aria se qualcosa fosse andato storto.
Dopo l’attacco del 2011 la prigione rimase quasi svuotata, gli evasi ripresero le armi e ricominciarono a combattere contro le forze della Nato.
Lo scorso agosto, quando i taleban hanno ripreso la loro capitale spirituale, la prigione di Sarposa è stato il primo edificio a essere conquistato. Hanno sostituito la bandiera afghana con quella del gruppo e liberato i prigionieri, cioè i loro combattenti. Nell’offensiva di agosto che li ha portati alla guida del Paese, hanno seguito la stessa modalità ovunque: prima assediare i distretti, i villaggi e le città, e una volta dentro liberare per primi i membri del gruppo, persone esperte che avrebbero rafforzato i ranghi dei combattimenti successivi. Una classica strategia operativa jihadista: prendere di mira le prigioni per liberare i leader dalla detenzione ma anche alimentare la propaganda contro gli avversari, rigenerare la forza armata, e comunicare ai taleban detenuti, spesso membri di alto valore, che i taleban combattenti non li avevano lasciati soli.
Operazioni, dunque, a basso costo e massima ricompensa. Ecco perché la storia del gruppo, la sua longevità e la sua forza, si scrive anche sulla storia delle prigioni. Dagli assalti alla sola prigione di Sarposa, a Kandahar, in 5 anni tra il 2008 e il 2015, furono liberati 2000 combattenti, tra loro le figure di spicco che hanno tenuto saldo il consenso e pianificato la battaglia.
Oggi all’entrata di Sarposa c’è una scritta che recita: «Non accettiamo la dipendenza dalle droghe, qui dentro sarai curato e un giorno potrai essere di nuovo utile alla società».
All’interno ci sono 600 detenuti per dipendenza dalle droghe, e qualche decina di criminali comuni. I detenuti politici di allora, i taleban, non ci sono più, perché sono al comando della città.
A dirigere la prigione il molavi Mansour, avvolto dal suo patu grigio, il capo coperto dal turbante bianco, mentre cammina nello spiazzale i detenuti gli baciano le mani e lui non li frena, ha lo sguardo ruvido e aggressivo di chi si muove tra le celle perché ne ha familiarità. Non quella del capo, ma quella del detenuto.
Mansour è stato detenuto nella prigione della base statunitense di Bagram per cinque anni. Secondo Human Rights Watch, a Bagram prigionieri erano incatenati, tenuti intenzionalmente svegli per lunghi periodi di tempo, bagnati ripetutamente con acqua gelida d’inverno, presi a calci e pugni per convincerli a parlare. Nelle celle di Bagram sono stati reclusi, per anni, anche duecento bambini. Ecco perché quando il molavi Mansour dice «so cosa significhi essere un prigioniero» le sue parole lasciano nell’aria la scia del desiderio di vendetta.
La terra intorno Kandahar, i chilometri che conducono alle case di fango e paglia, sono la prova che qui sia la geografia a fare la storia. Villaggi inconquistabili, e per questo inconquistati, dalla Pax Americana, dove i combattenti sono fuggiti, tornando alla vita rurale, aspettando il tempo giusto per regolare i conti e vincere la guerra, mentre intorno franava il progetto della costruzione delle istituzioni afghane che si trasformavano in un’élite avida, in un pozzo senza fondo di denaro alla mercé dei signori della guerra, delle loro ruberie e dei guadagni degli appaltatori internazionali.
«Il Paese ha resistito, i nemici sono fuggiti dal Paese, e finalmente abbiamo ottenuto la nostra indipendenza», Ahmed Saed è il responsabile del dipartimento Cultura e Informazione istituito dai taleban a Kandahar, ha una bandiera talebana attaccata al muro con quattro pezzi di scotch, un mappamondo sulla scrivania e i libri, ordinati, sugli scaffali, un block notes su cui scrive a mano le autorizzazioni richieste. Tutto restituisce l’immagine di modestia e onestà che il gruppo vuole trasmettere, quella su cui ha costruito il consenso, come quello di Fazel Mohammed, il pastore diventato coltivatore d’oppio «oggi la nostra gente vive al sicuro, questa è la cosa più importante, se lo ricordino quelli che per anni hanno invocato i diritti, facendo incursione di notte nelle nostre case, e uccidendo la nostra gente. Quelli che dicono di aver portato denaro di cui la nostra gente non ha beneficiato».
Le donne, lungo le strade di Kandahar non ci sono, dice la cronaca. Non c’erano neanche prima, dice la storia. E lo conferma Saed: questa è l’applicazione della legge islamica, è così che abbiamo governato, è così che continueremo a farlo, in nome di Allah e sostenuti dalla gente.
Osserva il mappamondo sulla scrivania, scrive a mano il foglio che consente agli stranieri di lavorare e fare domande. E ne concede una, l’ultima.
Cos’è, Saed, la democrazia?
Sorride, poi dice: Guantanamo. —