Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  gennaio 23 Domenica calendario

Biografia di Alessandro Haber raccontata da lui stesso

L’impareggiabile “puttana dell’Adelina” compie quarant’anni. Da quarant’anni il suo vedovo (“Che bel vedovo”) viene fermato dai cultori di Amici miei atto II: “Mi recitano l’intera scena a memoria, con le battute perfette, i tempi giusti, i cambi di tono”. Le dispiace? “No, anzi, ma è incredibile, perché parliamo di un’unica posa e di molto tempo fa”.
Sono due minuti e quarantatré secondi di essenza della commedia all’italiana, “dove c’è ferocia, ironia, violenza, infantilismo, goliardia”. C’è tutto. E soprattutto c’è Alessandro Haber “vedovo” abbordato, tra la tomba e le lacrime, da Adolfo Celi, il Sassaroli, mentre finge di essere l’amante della povera Adelina. E solo per uno scherzo.
Haber ci pensa e ride. Ride e parla alla Haber, con la voce roca, vissuta, impastata, le vocali accartocciate alle consonanti, il tono a volte molto alto, in altre seduttivo e complice, nonostante sia su un letto d’ospedale per una recente operazione alla schiena (“Sto bene, tra poco esco e sono pronto per il prossimo spettacolo teatrale”).
Come è arrivato a quel ruolo?
Partiamo dal primo provino con Monicelli: era il 1972 e tentavo di entrare nel cast di Vogliamo i colonnelli; (sorride) negli anni successivi Mario ha sempre negato quella circostanza comune, troppo permalosetto: quella mia performance l’aveva presa come un affronto, una sfida…
Cosa aveva combinato?
Credevo e credo di essere stato geniale: alla fine i suoi assistenti mi sorridevano e capivano che quel ragazzo di 24 anni si era inerpicato in una trovata impensabile.
Va bene, ma cosa?
Il provino consisteva nel prendere una cornetta in mano e improvvisare una telefonata; (cambia tono) rispetto alle telefonate improvvisate, già allora mi reputavo il numero uno, in grado di passare dal pianto al riso, dal comico al drammatico, dal patetico all’incazzato, gioia, dolore; (pausa) e invece quel giorno portai la mano all’orecchio, attesi qualche secondo, poi guardai Monicelli e con i tempi giusti dissi: “È occupato”. E me ne andai con la speranza che qualcuno mi fermasse per offrirmi la parte.
Invece…
Niente; dieci anni dopo portai a teatro Segreteria telefonica, Monicelli venne, alla fine andammo a cena e nacque un’amicizia; (pausa) diventare amico di uno come Mario è stata una fortuna incredibile, una meraviglia, un po’ come è successo con Nanni Loy…
L’amicizia non è secondaria.
Nel nostro mondo è facile reputarsi amici, tutti ci credono, ma quasi sempre i rapporti durano il tempo di un set: sono rari quelli che sopravvivono al post-ciak; sono poche le persone che uno può chiamare alle tre di notte se ha un problema.
Oggi, chi?
Giovanni Veronesi, Pietro Valsecchi, Alessandro Capitani, Nicola Guaglianone, Rodolfo Laganà, Giuliana De Sio; (pausa) aggiungo Massimo Ghini e Antonio Catania.

Amici miei
.
Davanti avevo quattro mostri di attori, non uno.
Eppure.
Monicelli girava lasciando una certa libertà: ti metteva sulla scena, dentro l’inquadratura, ti dava i parametri e poi stava anche al tuo estro; in realtà la mia parte è quasi solo con Adolfo Celi, per uno degli scherzi più atroci mai immaginati; (pausa) secondo Tognazzi il secondo capitolo era il meno forte dei tre, il più acquoso, ma amava la scena dell’Adelina.
Quindi è quasi del tutto improvvisata…
Più o meno sì.
Lei 35enne insieme a quei quattro mostri.
Un po’ emozionato, però non mi sentivo meno di loro, non ero suggestionato.
Tognazzi per lei…
Pupi Avati mi ha paragonato a lui.
Sì, sul Fatto…
(Ride) E allora che cacchio vuole?
Ugo Tognazzi.
Era incontenibile, una primadonna assoluta, un uomo affetto da un egocentrismo sano portato all’eccesso. Uno generoso. Disponibile. Uno che non si risparmiava.
Gastone Moschin.
È il primo attore che ho bloccato (Haber è celeberrimo per i suoi placcaggi di colleghi e registi. Spesso si è appostato per ottenere una parte); eravamo a Verona, credo di avergli detto: “Diventerò come lei” e dentro di me pensavo “forse pure meglio”.
Molto timido.
Ho una forma di pudore, non di timidezza; comunque Moschin era il più silenzioso del gruppo, riflessivo, un filosofo, ma quando parlava dimostrava un’intelligenza particolare.
Renzo Montagnani.
Sentiva di essere un po’ meno degli altri: era un attore fantastico, ma recitò in film di basso livello per guadagnare e mantenere un figlio con problemi seri, e questo lo ha sminuito come professionista; (abbassa la voce) dentro provava una certa invidia per i colleghi un po’ sopra di lui.
Adolfo Celi.
Il più fuori di tutti, un avventuriero; sotto certi aspetti era il più coraggioso, incuriosito da altri mondi e realtà, ma come attore era quello con meno sfaccettature, meno colori dentro i suoi personaggi. Meno eclettico.
Insomma, la sua è stata giusto una posa.
Sono arrivato la sera, il giorno dopo abbiamo girato e me ne sono andato; (sorride) con Moschin avevo in comune il camerino.
Cioè?
Di solito gli attori piazzano nel camerino una tovaglietta, un amuleto, una fotografia, lo specchio e altre cavolate. Le attrici pure peggio. Io un cazzo, a volte neanche una saponetta.
Una bottiglia di vino?
Nella vita privata ho fatto di tutto e di più, ma sul lavoro no, mi ubriaco di palco… (pausa. Un rumore di accendino. Poi le sue parole diventano più difficili da comprendere) Ho acceso una sigaretta…
Fuma in ospedale?
Io sì.
In ospedale?
Apro la finestra, pago e non mi devono rompere il cazzo!
È Haber…
Lo so, ho un carattere non facile, però non ho mai tradito nessuno, nessun atto malvagio o di vendetta.
Piuttosto…
Divorato dalla passione: all’inizio suscitavo timore, magari venivo preceduto dalla frase “oh, arriva Haber”, poi mi hanno accettato.
Nella sua biografia, scritta con Mirko Capozzoli, sostiene che voleva essere selvaggio come Brando. 
Che meraviglia. Durante le riprese di Sotto il segno dello scorpione, Lucia Bosè mi parlò di lui. Erano anni che cercavo qualcuno che l’avesse conosciuto e lei fu la prima. Mi raccontò di averlo incontrato a Roma nella villa di Visconti. Una mattina Lucia entrò in salotto per la colazione e trovò Brando seduto per terra, appoggiato allo schienale del divano. Era vestito in blue jeans con una t-shirt bianca aderente. Era bello da togliere il fiato. Lui restò in silenzio ma le lanciò subito un’occhiata carica di mistero, sensualità ed erotismo. Poi a tavola Brando domandò ad alta voce se la ragazza fosse ancora vergine. L’emozione fu così tanta che le cadde la forchetta di mano e forse, mi disse, ebbe un orgasmo.

Parla spesso di donne, sesso e tradimenti.
Non mi sono risparmiato.
Giusto alla De Sio è stato fedele…
Innamorato appena l’ho vista. Poi l’ho corteggiata per un anno, ma niente; per un anno alle feste la prendevo da parte e le dicevo di amarla; le telefonavo ma si negava. Poi ci fu un’esplosione. Dopo una serata con altri, salii a casa sua e scopammo come folli; (pausa) anzi, facemmo l’amore. Era il 25 marzo 1976.
Pure la data.
Per oltre un anno non l’ho mai tradita; (pausa) passato quel periodo, un giorno la raggiungo a Torino: girava un film. La trovo nella hall: “Ciao Giuliana, finalmente. Come stai? Ti amo”. Dopo qualche secondo di silenzio, lei: “Ti devo dire una cosa: ti ho tradito”. “Come mi hai tradito?”. “Solo qualche bacio”. Dal giorno successivo cominciai a non essere più fedele e ripresi a fumare.
(Bussano, entra un’infermiera, la voce di Haber torna normale e inizia un dialogo in stile “Amici miei”.
“Chi è? Mi dica, cosa vuole farmi!”
“Un’iniezione”
“Va bene. Dove?”
“La inserisco nella flebo”
(tono seduttivo) “Ma è anche suora? (Non attende la risposta e continua) Lei è la più simpatica, la più umana, ha un bel modo di fare. Ha degli occhi che parlano. Si tolga la mascherina, mi mostri tutto il viso. (Tono ancor più seduttivo) È anche bella. È indiana?”
“Del Kerela, India”
“Non sono tutte uguali le persone, io me ne accorgo. Lei ha passione. Ma è davvero suora?”
“Sì..”.
“Va bene, arrivederci”)
Haber…
Che ho fatto?
Quante donne ha avuto?
(Ride) Lasciamo perdere.
Nel libro racconta di una grave cilecca.
È stata colpa della cocaina, l’avevo presa di mattina.
Negli anni Ottanta era così comune?
Sniffare? In quel decennio era difficile trovare qualcuno che non ne facesse uso.
Lei pure sul palco.
(Urla) No! Una volta sola ed è stata una cazzata; (cambia tono) Venne un amico in camerino. “Vuoi fare un tiro?” “Ho smesso e comunque mai durante il lavoro”. E invece me ne lasciò un po’. Mancava un’ora al sipario. La coca era lì…
E non ha resistito.
In principio non sentii niente, stavo benissimo. Ma, appena misi piede in scena, mi accorsi che avevo la bocca ingessata. Dovevo dire “buongiorno…” ma niente, non riuscivo a emettere nulla. Così mi attaccai alla brocca dell’acqua posizionata sul tavolo di scena.
(Bussano ancora, è la cena. “Non mangio!”. Ci ripensa. “Cosa c’è?”. Ci ripensa ancora. “Ha già portato qualcosa mia sorella”).
Sempre nel libro ricorda un pomeriggio al cinema con Moretti.
Per vedere La cicala di Alberto Lattuada con Virna Lisi e Renato Salvatori, dopo il dissequestro per un nudo integrale tra Clio Goldsmith e Barbara De Rossi.
Non proprio un film alla Moretti…
Nanni voleva scoprire perché un film come quello incassasse così tanto: pure quel pomeriggio la sala era piena (sorride). Nonostante la censura il film mostrava in diverse scene qualche culo e un po’ di tette; a metà della visione Nanni urlò: “Basta con la figa, abbiate il coraggio di mostrare anche un po’ di cazzo”. Piano piano la gente iniziò a ridere. Fu geniale. (Pausa).
Tutto bene?
Mi sa che dobbiamo salutarci. (Silenzio reale, per la prima volta) Mi raccomando, specifichi che sto bene, perché fra tre giorni esco e voglio tornare subito in teatro, anche con una stampella, non importa. Ma io voglio il teatro.