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 2022  gennaio 23 Domenica calendario

In morte di Thich Nhat Hanh

Amava ripetere, proprio come un mantra, che il punto di equilibrio per la felicità non può essere un dominio personale. «Dobbiamo trovare una pace interiore che ci dia la possibilità di diventare tutt’uno con coloro che soffrono, il che significa fare qualcosa per aiutare i nostri fratelli e le nostre sorelle, cioè noi stessi». Il monaco della mindfulness, Thich Nhat Hanh, praticamente una leggenda vivente, se ne è andato come ha vissuto per 95 anni, in totale armonia con il mondo circostante, lasciando in eredità la sua filosofia zen che ha conquistato centinaia di milioni di persone.
«Il nostro sole, sta nel nostro cuore». Secondo Nhat Hanh il buddismo significa essere svegli, consapevoli di ciò che accade nel proprio corpo, nei sentimenti, nella mente e nel mondo. «Se sei sveglio, non puoi fare altro che agire compassionevolmente per alleviare la sofferenza che vedi intorno a te». 
Il venerato monaco che ha contribuito a diffondere il buddismo in Occidente ha chiuso gli occhi nella mezzanotte di sabato scorso, nella sua pagoda Tu Hieu a Hue, in Vietnam. L’annuncio è stato dato su Twitter dalla Comunità Internazionale Plum Village: «Invitiamo la nostra amata famiglia spirituale a prendersi un momento per tornare al respiro consapevole, tenendo Thay nei nostri cuori».
Carismatico, profondo, pieno di passione. Era nato in Vietnam nel 1926, a 16 anni aveva abbracciato la vita monastica e nel 1961 era stato mandato negli Stati Uniti a studiare. Lì ha anche insegnato religione comparata a Princeton e alla Columbia. In quegli anni entrava nel vivo la guerra in Vietnam, sempre più sanguinosa. Un passaggio che per lui fu motivo di elaborazione spirituale. «Il buddismo deve essere impegnato nel mondo. Se non è impegnato, non è buddismo». La sua opposizione non violenta ha trovato un forte sostegno in Martin Luther King. Fu un incontro notevole per entrambi. Nhat Hanh diceva che King era un illuminato per i suoi tentativi di promuovere la giustizia sociale. Nel 1967 il leader nero lo candidò al Nobel spiegando che non conosceva personalmente nessuno di più degno a ricevere il premio. «Le sue idee di pace, se fossero applicate, costruirebbero un monumento all’ecumenismo, alla fratellanza mondiale».Il fatto che Martin Luther King avesse rivelato pubblicamente la candidatura costituì un problema. Per Stoccolma era in violazione al protocollo e quell’anno, tra mille polemiche, il premio non venne assegnato.
Nel frattempo il monaco continuava a predicare la riconciliazione tra il Sud sostenuto dagli Usa e il Vietnam del Nord comunista, giustificando i monaci che si immolavano per fermare il sangue. Di lì a poco fu inserito nella lista nera della Cia. Anni dopo, partecipando ad un talk show con Oprah Winfrey il maestro zen ebbe modo di fare chiarezza su quelle posizioni. A suo parere immolarsi per una causa come la guerra in Vietnam non era equiparabile ad un suicidio. «In una situazione difficile come il Vietnam, a volte dovevamo bruciarci vivi per far sentire la nostra voce: si tratta di un atto di compassione, un atto d’amore e non di disperazione. Gesù Cristo è morto con lo stesso spirito».
Sia il Vietnam del Nord che quello del Sud gli impedirono di tornare da un ciclo di conferenze in Francia, Paese nel quale ha poi vissuto in esilio fino al 2005. 
Per resistere alle tempeste della vita e realizzare la felicità, Nhat Hanh consigliava il «ritorno al respiro», persino mentre si fanno le faccende di routine, come spazzare o lavare i piatti. Nel 2014 un ictus gli ha tolto la parola. Ha trascorso i suoi ultimi anni nel monastero in cui era stato ordinato quasi 80 anni prima. I monaci hanno scritto che la sua è stata una fine tranquilla e semplice, come la sua vita straordinaria, in linea con la capacità di trarre gioia dagli aspetti più umili della vita. «Niente fango, niente loto». Il Dalai Lama lo piange con dolore. «Per me era un amico, un fratello spirituale».