Il Messaggero, 23 gennaio 2022
L’assassinio di Guido Rossa, il 24 gennaio 1979
Il 24 gennaio 1979 un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse, formato da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi uccise Guido Rossa, metalmeccanico e autorevole esponente della Fiom-Cgil di Genova, con quattro colpi di pistola. Tre di questi erano indirizzati alle gambe, il che fece supporre che il progetto originario prevedesse la sola gambizzazione. Ma il quarto fu mortale, e fu sparato da Dura, il più esaltato degli aggressori, perché, disse poi, le spie devono morire. In effetti Rossa, nella prospettiva dei terroristi, era una spia: aveva denunciato un fiancheggiatore, Andrea Berardi, mentre distribuiva in fabbrica volantini a favore delle Br. Per lo Stato, e per tutti noi, Rossa fece quello che ogni buon cittadino doveva fare: testimoniò al processo, e Berardi fu condannato a una pena lieve. Quella inflitta a lui fu invece capitale.
GLI ATTENTATI
Le Br avevano esordito agli inizi degli anni 70, prima con volantinaggi, poi con sequestri, e infine con attentati contro i servi dello Stato: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti, avvocati, dirigenti industriali. Il culmine fu raggiunto, nel marzo del 78 con la strage di via Fani, l’eliminazione della scorta dell’onorevole Moro, e il sequestro di quest’ultimo. I terroristi avevano chiesto uno scambio di prigionieri e lo Stato, dopo qualche esitazione, aveva rifiutato. Ne seguì l’omicidio dello statista democristiano e una furiosa reazione delle Br con una catena di attentati che mascherava in realtà la loro crisi politica: non avendo più alcun interlocutore, il loro progetto rivoluzionario, già utopistico per ogni persona sensata, era ora manifestamente irrealizzabile.
LA FERMEZZA
Fu in questo clima di impotenza esasperata e disperata che maturò il progetto di uccidere Guido Rossa. Il fatto che avesse denunciato un militante, diventando così complice dello Stato delle multinazionali, era aggravato dal suo ruolo di comunista e dirigente sindacale, il che lo faceva apparire non solo come un nemico ma, peggio, un traditore. Quanto al Pci, che già aveva dimostrato la sua fermezza opponendosi alla trattativa durante il sequestro Moro, dichiarò alle Br una lotta senza quartiere. Forse nutriva anche un complesso di colpa, per due ragioni: la prima, che la matrice ideologica era la stessa, tanto che una marxista pura come Rossana Rossanda aveva definito i brigatisti appartenenti al suo album di famiglia. E la seconda che in buona o mala fede il Pci aveva preso un abbaglio colossale, perché per anni aveva bollato questi irriducibili comunisti come sedicenti tali, ma in realtà reazionari provocatori, inseriti nella cosiddetta strategia della tensione.
Sta di fatto che, vuoi per redenzione penitenziale vuoi per sincero convincimento etico e politico, il Pci si impegnò a fondo nella lotta contro le Br e le altre formazioni – Prima Linea, Gap, Pac, ecc. – che nel frattempo avevano debuttato con imprese altrettanto cruente. L’atteggiamento inflessibile del più forte e organizzato partito di sinistra contribuì in modo determinante alla crisi politica dei brigatisti, cui seguì, con logica inevitabile, quella militare. Il primo a capirlo fu uno dei fondatori del movimento: Patrizio Peci, sotto l’abile gestione del Generale Dalla Chiesa, iniziò a collaborare nel massimo segreto e come prova di affidabilità indicò il luogo in cui si riuniva la colonna genovese, quella che aveva assassinato Rossa. I carabinieri fecero irruzione e i quattro terroristi, che si difesero armi alla mano, furono uccisi. Tra loro c’era anche Riccardo Dura, dimostratosi fino all’ultimo un irriducibile rivoluzionario.
LE CONGRATULAZIONI
L’altro protagonista, Vincenzo Guagliardo, emigrò in Veneto, dove fondò assieme a Nadia Ponti la colonna Annamaria Ludman, intitolata alla memoria della titolare della casa genovese di via Fracchia dove la giovane era caduta durante il conflitto a fuoco. La colonna veneta avrebbe poco dopo ucciso il dirigente della Montedison Sergio Gori, il commissario Alfredo Albanese, e alla fine, dopo un lungo sequestro, l’ingegner Giuseppe Taliercio. Ma ormai era arrivata la fine. Quando nel dicembre del 1981 la stessa colonna rapì a Verona il generale Dozier, alcune di queste collaborazioni consentirono la brillante operazione che condusse poche settimane più tardi alla liberazione dell’ostaggio, fra il tripudio del Paese e le congratulazioni del presidente Reagan. Gran parte dei terroristi, vistisi sconfitti non solo nel progetto politico ma anche sul campo operativo, iniziarono una collaborazione totale, e nel giro di due mesi l’intera impalcatura crollò. Vi furono, negli anni successivi, isolati e dolorosi colpi di coda, ma la parentesi di fatto era stata chiusa.
LE IPOTESI
Anche gli assassini di Moro furono individuati, catturati, processati e condannati. Non vi furono leggi speciali: fu seguita la procedura ordinaria con le garanzie costituzionali che hanno onorato quella nostra pagina giudiziaria, e costituiscono – benché sia odioso parlare di sé stessi – anche l’orgoglio di chi scrive. Dai numerosi dibattimenti non emersero novità particolari: le Br avevano agito in modo autonomo, senza etero direzioni o coinvolgimenti di misteriosi servizi segreti. Una soluzione che sembrava troppo semplice a quella parte dell’opinione pubblica assuefatta alla dietrologia, e che originò le ipotesi più strampalate sui grandi vecchi mandanti delle stragi. Questa forsennata ricerca di un colpevole insospettabile in realtà mascherava l’incapacità di riconoscere ai terroristi le qualità che allo Stato erano mancate: la lucidità dei propositi, la cura della progettazione e l’abilità esecutiva. La spettacolare impresa di via Fani dimostrava che l’efficienza militare delle Br era infinitamente maggiore rispetto alla nostra impreparazione, e che di fronte alla domanda chi ci fosse dietro era sufficiente rispondere che c’erano solo loro, infinitamente più brave nell’attaccarci di quanto fossimo noi per difenderci.
L’IDEOLOGIA
A distanza di quarant’anni, che a seconda della prospettiva possono sembrare un soffio o un millennio, la conclusione è assai più semplice di quanto non si voglia ammettere. Il brigatismo fu il frutto di un’ideologia rivoluzionaria, sorta sul mito della Resistenza tradita e alimentata da una visone apocalittica del cosiddetto sfruttamento del proletariato. Fu gestito da uomini e donne animate da un lucido fanatismo, disposti a uccidere e a morire per una causa in cui credevano con una dedizione totale. Fu un errore considerarlo prima un fascismo mascherato, e poi un prodotto di sanguinarie belve umane, definizione enfatica e riduttiva che non considera la complessità dell’infatuazione ideologica e dell’adesione acritica a un vangelo rivoluzionario. Come tutte le rivoluzioni, anche questa alla fine fallì, dimostrando la saggia definizione di Rivarol, che esse sono le prefazioni sanguinarie di libri mai scritti. E il sangue di Guido Rossa, solido comunista leale alla Repubblica, fu, paradossalmente, il più rosso di tutti.