Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  dicembre 04 Martedì calendario

Intervista al direttore d’orchestra Michele Mariotti, il migliore under 40

Tra i direttori italiani under 40, Michele Mariotti è il numero uno. Lui, con la modestia che lo contraddistingue, si schermisce: «Non dirigo per essere il migliore, ma per migliorarmi». Eppure la sua carriera lo dimostra: 39 anni, pesarese di nascita (è figlio di Gianfranco, fondatore del Rossini Opera Festival), sino a fine anno guida del Teatro Comunale di Bologna, ha già lavorato a New York, Salisburgo, Parigi, Liegi. E anche alla Scala: dopo Il barbiere di Siviglia, I due Foscari di Verdi e Orphée et Eurydice di Gluck nella versione francese, torna dal 18 giugno prossimo con I Masnadieri, opera giovanile del compositore di Busseto ispirata al dramma di Schiller, che manca a Milano dal 1978. La regia è di David McVicar, gli interpreti Michele Pertusi, Fabio Sartori, Massimo Cavalletti, Lisette Oropesa.
Maestro Mariotti, lei ha già affrontato opere del primo Verdi. Chailly sta lavorando sulla trilogia “Giovanna d’Arco-Attila-Macbeth”. Pensa che si possa parlare di una renaissance degli “anni di galera”?
«Me lo auguro. Confronto sempre Rossini con Verdi. Il primo è una bussola impazzita, spariglia. La produzione di Verdi, invece, è in continua evoluzione. Ma il primo Verdi non va considerato alla luce dei capolavori successivi: non dobbiamo pensare a quello che manca, ma al valore in sé. Il compositore era già pienamente calato nella propria realtà. Per questo bisogna affrontarlo senza vergogna, pensando a quanto lavoro di sperimentazione c’è dietro. Attila anticipa Macbeth, I due Foscari sono l’anticamera di Simon Boccanegra ».
E “I Masnadieri”?
«L’elemento più interessante è che la famiglia tratteggiata è molto attuale, le situazioni potrebbero accadere oggi. Relazioni mosse da passioni torbide, lati oscuri e fame di potere, due fratelli, Carlo e Francesco, che si odiano, un padre ingannato. Sotto sotto ogni gruppo familiare ha le sue disfunzionalità. E poi mi affascinano i personaggi che soffrono, e qui c’è tanto dolore. Un sentimento che conosco bene, avendo perso la mamma da giovane».
Cosa c’è di rilevante dal punto di vista musicale?
«Di un’opera mi interessano il colore e il suono, più che i tempi, che sono soggettivi. E qui il colore è scuro, gotico, malato. L’unico personaggio positivo è Amalia, innamorata di Carlo ma desiderata anche da Francesco. La sua è una parte difficile: ci vuole una vocalità belcantistica, fragile, ma al contempo l’intelaiatura è fortissima, ha un’ossatura solida. È una donna che dimostra una forza decisionale grandissima, nel finale chiede consapevolmente di essere uccisa. E non dimentichiamo il ruolo del coro: non commenta soltanto, partecipa all’azione».
E gli uomini?
«Sono dei deboli, come molti di coloro che oggi si trovano invischiati nella criminalità. Carlo che si unisce al gruppo dei masnadieri, ribelli e violenti, perché tradito dalle menzogne del fratello, mi fa tornare alla mente le dichiarazioni di De André quando fu rapito in Sardegna: “Non ce l’ho con loro, sono delle vittime”».
Usa la bacchetta che le ha regalato Claudio Abbado?
«No, la conservo in modo semplice, senza troppa retorica».
Dal 2019 non avrà più una direzione stabile. Le mancherà?
«Sì, è un ruolo che mi piace molto, a patto che lo si concepisca all’antica. Il direttore musicale deve essere molto presente per dare un’identità all’orchestra. Spero che prima o poi mi ricapiti un’occasione».