Libero, 17 dicembre 2015
Tags : Anno 1901. Personaggi maschili. Italia. Letteratura
Storia di una nota foto di Dino Campana che in realtà è un falso
Chiamiamolo iconoclasta. Non è una novità: quello che tutti pensano essere il ritratto fotografico più celebre di Dino Campana, ripreso quindicenne al Liceo Torricelli di Faenza, non è il ritratto di Campana. Quel fanciullo dal viso ardito è in realtà Filippo Tramonti, che da grande sarà Cancelliere di Tribunale. L’opera di disvelamento, ormai vecchia di anni (era il 2006), va ascritta a Stefano Drei, professore proprio al Torricelli e funambolico esploratore di archivi, ma l’abitudine all’ignoranza (parlo per me, almeno) è dura a morire: poche edizioni illustri delle poesie del geniale Campana hanno rettificato, sostituendo il ritratto, figuriamoci i giornali. Di fatto, l’identità di Campana diventa ancor più sfuggente: lo studioso ha setacciato e trovato una fotografia del poeta in un vecchio album di fotografie appartenenti alla famiglia dell’avvocato Giacomo Mazzotti, risale al 1912, tuttavia «non è più grande di un francobollo» (Gabriel Cacho Millet).
Ma Stefano Drei è uno che non si accontenta. In Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali (Carta Bianca, pp. 128, euro 15), introdotto dal “campanologo” Gabriel Cacho Millet, Drei raduna dieci anni di lavoro svolto per risolvere alcuni nodi dell’esistenza di Campana, il poeta più sfuggente e più citato del nostro Novecento lirico.
Partiamo dal titolo. Perché Canti Orfici?
«Di certo è stata una scelta dell’ultimo momento o quasi. Sappiamo dal manoscritto ritrovato negli anni Settanta che la raccolta di poesie doveva intitolarsi Il più lungo giorno, anche se quello è ancora, davvero, un work in progress».
Perciò...
«Io mi occupo di puri documenti, non faccio l’esegeta. E nei taccuini preparatori Campana dice di scrivere dal celebre Caffè Orfeo di Faenza, la cittadina a cui dedica le pagine più note dei Canti».
Lo vuol far passare per un poeta da bar?
«Non ho detto questo. Mi limito a fare delle considerazioni testimoniate da documenti. Poi, è chiaro, c’è tutta la simbologia correlata a Orfeo, il poeta sbranato dalle Baccanti, che Campana, poeta coltissimo, di certo non ignora».
Lei è riuscito perfino a identificare Ofelia, «la mia ostessa» dei Canti, «pallida», dalle «lunghe ciglia» e dal viso «classico e insieme avventuroso». Chi è questa femmina fatale?
«Ofelia Cimatti di Faenza. Sono in contatto con i suoi eredi, i quali mi hanno confermato la memoria di una “giovane tanto bella che fu cantata da un famoso poeta”».
Nel suo repertorio ci sono anche episodi curiosi...
«Si sa, ad esempio, che nella primavera del 1901 il poeta laureato Giosuè Carducci, già senatore, ricevette un diploma per onorare i quaranta anni di insegnamento universitario. Tra gli studenti del Liceo Torricelli che andarono a consegnare l’alloro al poeta nella casa della contessa Silvia Pasolini Zanella probabilmente c’era anche l’inquieto Dino. Il quale, questo è certo perché vi risaliamo grazie alle memorie del fratello Manlio, incrociò il Carducci, in quella o in altre circostanze, in quel medesimo salotto».
Ci dia un giudizio critico sull’opera di Campana.
«Le dico questo: tutti i poeti italiani del Novecento hanno dovuto fare i conti con Campana. L’irruenza del suo linguaggio, la sua violenza, non hanno pari».
Ma chi leggeva Campana?
«Guardi, Campana era tutt’altro che un “selvaggio”, era un autore molto colto, che costella di citazioni la sua opera lirica. Amava Carducci, ma leggeva anche Rimbaud e Baudelaire. Cita Dante e Leopardi, ma i suoi Canti sono influenzati pure dalle arti figurative, da Piero della Francesca a Michelangelo».
E tra gli stretti contemporanei?
«Legge D’Annunzio, per quanto dica di detestarlo. E gli invia i Canti Orfici, con dedica. Ho fondati sospetti critici che D’Annunzio abbia subito, nel suo stile, questa lettura. Anche Giovanni Verga riceve copia del libro: risponde laconicamente “Complimenti”».
Campana cita al principio del suo capolavoro l’Omero americano, il poeta Walt Whitman, tra l’altro in inglese.
«Ma lo legge in italiano. Di recente ho recuperato la traduzione italiana di Whitman che Campana aveva letto. Sono convinto che l’influsso di questa traduzione abbia agito con forza nei Canti Orfici».