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 1871  febbraio 13 calendario

• La Camera, dopo viva discussione alla quale partecipano Crispi, Lanza, Bonfadini, Sella ed altri, e dopo un memorabile, vigoroso e stringente discorso del ministro Visconti-Venosta, approva l’articolo 7 senza l’aggiunta relativa all’ingerenza della magistratura giudiziaria

• La Camera, dopo viva discussione alla quale partecipano Crispi, Lanza, Bonfadini, Sella ed altri, e dopo un memorabile, vigoroso e stringente discorso del ministro Visconti-Venosta, approva l’articolo 7 senza l’aggiunta relativa all’ingerenza della magistratura giudiziaria. Visconti-Venosta dice fra l’altro queste parole: «Noi non possiamo accettare né la proposta della Commissione, né gli emendamenti testé svolti, perché non sono conformi al concetto generale della legge. Questa legge è destinata a provvedere temporaneamente a una situazione politica; essa non è e non può essere l’ultima parola della soluzione della Questione Romana. L’on. Crispi ha teste dimostrato che gli impegni del Governo non sono tali da compromettere il Parlamento; ringrazio l’on. Crispi di questa dimostrazione che esprime il pensiero del Governo. Siamo andati a Roma in nome del diritto nazionale, e sta bene, ma ci siamo andati anche in mezzo a circostanze eccezionali, e dobbiamo ora provvedére, per un sentimento di responsabilità che ci è a tutti comune, e indipendentemente dal concorso del Pontefice, ad assicurare la libertà del Pontefice e della Chiesa. Non bastavano assicurazioni generiche, bisognava determinare i modi. Ecco perché abbiamo presentato questa proposta. Essa non può essere un contratto, poiché il Pontefice non l’accetta; non può essere l’ultima parola della Questione Romana. Noi dobbiamo ora provvedere a una soluzione politica, il cui termine non può essere assegnato, e tutti dobbiamo essere guidati più assai da un concetto politico che da un concetto giuridico. Scopo della presente legge è determinare la situazione giuridica del Pontefice in un modo che a tutti appaia evidentemente chiaro; per questo l’assimilazione delle prerogative, per questo il criterio delle immunità. Forse che con questo noi abbiamo dato o riconosciuto il diritto di asilo? No certo. E’ vero che noi abbiamo accordato al Papa eguali franchigie come ai ministri stranieri, ma come non si dice mai che ci riserviamo il diritto di entrare a forza nei palazzi di un ambasciatore, così nessuno pensa che uno Stato possa subire che il palazzo di questo ambasciatore divenga un rifugio ai malfattori contro la legge. Ed infatti se un ministro desse nella sua residenza refugio ad un reo, sì solleverebbero incidenti diplomatici più o meno gravi, i quali tosto o tardi avrebbero per effetto il trionfo della giustizia. Ciò non può farsi, si dice, col Papa: e fino a un certo punto è vero. «Ma suppongasi che il Pontefice convertisse il Vaticano in un’accolta di malfattori: allora la coscienza del mondo civile ci offrirebbe agevole modo e mezzo sicuro per reprimere gli inconvenienti di tale abuso. Se prendiamo per punto di partenza che il Pontefice possa fare del Vaticano un covo di armati, allora sarebbe inutile fare una legge di garanzie al Pontefice, bisognerebbe fare una legge di ostilità, una legge di precauzioni contro il Pontefice, e meglio sarebbe non fare nessuna legge. Ma allora bisognerebbe completare il programma e dire non solo: «Roma Capitale d’Italia» ma anche «il Pontefice fuori d’Italia». Se il Pontefice andasse in un altro paese, quel paese lo accoglierebbe con molto rispetto, lo tratterebbe come un Sovrano estero, e certo nessun governo lo accoglierebbe, salutandolo come ricettatore di malviventi. Per ora non si può provvedere a tutti gli inconvenienti; l’esperienza additerà le modalità, e noi avremo acquistato una gran forza morale. Chiedo alla Camera se nelle condizioni in cui entra ora l’Europa sia il caso di avvalorare tutti gli argomenti dei nostri avversarli. Il ministero non intende esercitare nessuna pressione sul Parlamento; non ci crediamo necessari, non crediamo che una questione di gabinetto possa menomare la vostra libertà. La miglior prova di deferenza che possiamo dare al Parlamento è di mostrargli che siamo penetrati dal sentimento della nostra responsabilità».