Filippo Facci, Libero 3/4/2014, 3 aprile 2014
CANDIDATI DECISI DAL MORALISMO A TARGHE ALTERNE
Con tutta l’antipatia che si può avere per Claudio Scajola - parecchia, nel caso di chi scrive - c’è da dire che le ragioni per cui sarà escluso dalle Europee paiono buffonesche: legittime ma buffonesche, tanto da far comprendere come lo status giuridico di un candidato in Italia non conti assolutamente nulla, a destra come a sinistra. La discrezionalità nel compilare le liste resta massima com’è sempre stata: l’unica differenza è che da qualche tempo primeggia un moralismo, ufficialmente legato alle inchieste della magistratura, ma sostanzialmente ancorato alla reazione (differenziata) che la stampa dedica a esse. Per Scajola, Forza Italia poteva dire: ci sta sulla balle, è vecchio, è ingombrante, qualsiasi cosa; invece Giovanni Toti ha detto: «Nonostante l’assoluzione, la vicenda della casa al Colosseo ha pesato troppo». Con il che si ufficializza che neanche le sentenze contano più nulla, conta semmai ciò che giornalisti e opinionisti pensano di queste sentenze. Confesso: sono andato a leggermi quella che ha assolto Scajola (vorrei sapere quanti colleghi hanno fatto altrettanto) e da pagina 32 a 39 è spiegato piuttosto bene che il famoso appartamento al Colosseo non valeva assolutamente il famoso milione e 700 mila euro: Scajola, dunque, pagò un prezzo che aveva ragione di ritenere congruo. Ma questo non conta nulla. Non conta l’opinione di un magistrato e figurarsi la mia. Scajola appartiene a un elenco di politici sui quali i giornalisti - mi ci metto in mezzo anch’io - non sono disponibili a resipiscenze.
NICHI INDENNE
Prendete invece Nichi Vendola, che è governatore della Puglia e capo di un partito. La sua telefonata intercettata e pubblicata, quella in cui ride di un giornalista che aveva fatto una domanda sull’Ilva e sui tumori, avrebbe annientato chiunque: puf, scomparsa, e se vai su Wikipedia - dove vengono contati i peli del sedere di mezza classe politica italiana - neppure se ne parla. Peraltro si tratta dello stesso uomo - Vendola - che il 6 marzo è stato rinviato a giudizio per concussione aggravata in quanto avrebbe fatto pressioni perché fosse chiuso un occhio sul rilevamento dei veleni dell’Ilva: ma niente, come se fosse successo a un altro, eccolo lì che sdottoreggia sulla lista Tsipras.
Ci sono stati momenti, in Italia, in cui ti candidavano anche se buttavi le bombe per strada; e altri momenti in cui non ti candidavano se risultavi anche solo multato per divieto di sosta. Ora, anno 2014, siamo alla discrezionalità pura, alle simpatie o antipatie, ai sondaggi dell’ultim’ora: le inchieste influenzano, ma non determinano. Sarà giusto così.
VETI E DISCRIMINI
Sta di fatto che un veto assoluto sugli inquisiti o sui rinviati a giudizio, anche alle scorse elezioni politiche, non l’ha mantenuto praticamente nessuno (con l’eccezione, forse, di Fratelli d’Italia e di Fare per fermare il declino) e c’è stato il massimo discrimine tra un inquisito e l’altro, tra un «impresentabile» e l’altro. Nell’ex popolo della Libertà c’è stato il casus belli di Nicola Cosentino: escluso perché indagato (e ai tempi neppure processato) mentre in lista restava il suo l’amico e collega Luigi Cesaro, pure lui indagato per i suoi presunti rapporti con i casalesi. Nel Pd, pure, nessuno obiettava sulla cronista Rosaria Capacchione - rinviata a giudizio per calunnia, prosciolta dopo l’elezione - che evidentemente alla libera stampa non interessava. Il comitato dei garanti del Pd, sempre per le elezioni 2013, fece fuori il candidato Antonino Papania per un abuso d’ufficio (2mesie 20 giorni) e così pure Vladimiro Crisafulli, solo rinviato a giudizio per lo stesso reato, mentre il campano Nicola Caputo - fatto fuori anche lui - figurava solo indagato per rimborsi falsi. In compenso rimanevano candidati Nicodemo Oliverio (imputato per bancarotta fraudolenta) e Francantonio Genovese (indagato per abuso d’ufficio) e Andrea Rigoni (condannato e prescritto per costruzioni fuori norma) e ancora Giovanni Lolli (a processo per favoreggiamento, poi prescritto).
ONESTI E NO
E poi c’è il Pdl. Laddove ora si eccepisce su Scajola, benché prosciolto, si candidava tranquillamente l’ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto (chiesti sei anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito e peculato) e nessun problema per l’indagato Roberto Formigoni. Uno come Denis Verdini, indagato per la P4 e per truffa, addirittura le liste le compilava. Un neo «montiano» come Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, uno perennemente inguaiato, è stato dapprima condannato a 3 anni e 3 mesi (tangenti) ma poi la prescrizione ha risolto tutto; invece Enzo Carra, condannato per una falsa testimonianza nel lontano 1993 (16 mesi, in base a una norma poi abrogata) dalle liste rimase fuori.
Proseguiamo? No. Il concetto è chiaro: oggi le candidature vanno come vanno, talvolta si delega ai sondaggi dell’ultimo minuto sulla base della volubile reputazione di un inquisito rispetto a un altro. Le liste, a turno, rischiano di compilarle i giornalisti o i magistrati con le loro inchieste o campagne percussorie: il che andrebbe anche bene, se davvero giornalisti e magistrati fossero la crema del Paese: anziché essere - come sono - italiani come gli altri, a tutti gli effetti, a tutti i difetti.