Simonetta Fiori, la Repubblica 10/3/2014, 10 marzo 2014
RACCONTARE LA GRANDE GUERRA – [NON DOBBIAMO VERGOGNARCI DI AVER VINTO]
[Mario Isnenghi]
Per molte generazioni di lettori italiani Mario Isnenghi è la Grande guerra. Il suo celebre Il Mito è uno dei pochi saggi di storia contemporanea che resiste al passare del tempo. Oltre quarant’anni fu accolto come un libro strano, un ibrido storico- letterario, oltre che ideologicamente sovversivo. «Ero considerato accademicamente un bisessuale», racconta lo studioso nel suo studio di Padova. «Con un doppio peccato originale. Agli occhi dei letterati riducevo la scrittura letteraria a testimonianza. E agli occhi degli storici usavo come fonti documentali diari, romanzi e articoli di giornale. Il massimo dell’impopolarità». Della grave colpa l’avrebbero liberato Paul Fussell ed Eric J. Leed, e «quella che mi era stata addebitata come una defaillance per un irredimibile provincialismo italiano divenne improvvisamente una straordinaria scoperta metodologica. Legittimata solo perché scritta in inglese». Ora Il mito della Grande guerra è di nuovo in libreria con una introduzione che — come spesso capita nei libri dello storico veneziano — è un terreno disseminato di mine. Pronte a esplodere contro larga parte della storiografia «grandeguerresca». E contro la memoria pubblica coltivata in Italia anche in occasione di questo centenario.
Professor Isnenghi, cosa ci apprestiamo a celebrare?
«Celebrare? La parola è assolutamente da evitare. Chiunque oggi le direbbe: non c’è nulla da festeggiare. Lo stesso accadde per l’Unità d’Italia, tra leghisti e municipalisti, neoborbonici e clerico intransigenti. Ma allora si oppose la variopinta falange degli unitari. Mentre per il centenario della guerra prevale una sorta di pensiero unico».
Qual è questo senso comune?
«Intanto un’affermazione preliminare di carattere generale: ogni guerra è un male in sé. Questo è il punto di vista dei pacifisti, condiviso dai più. Poi interviene una considerazione specifica sulla Grande guerra, che appare ormai un ferrovecchio della storia, distante nel tempo, lontano negli scopi e nei moventi. E se non bastasse, s’aggiunge una ragione attualissima legata alla cittadinanza europea: appare incongruo oggi celebrare la rottura, l’essersi sparati addosso tra popoli tra cui bisogna una fraterna cittadinanza. Assolutamente fuori luogo».
E non è forse vero?
«Ma certo che lo è. Questo va bene sul piano della politica della memoria o dell’educazione civica. Ma non va bene sul piano della storiografia. Sa qual è la frase più ripetuta anche in ambito storico? Il non senso di quella guerra. L’assurdo di quella catastrofe, vana e sanguinosa apocalissi. Questo è il portato della storiografia francese, planato senza trovare resistenze sulle nostre ricerche storiche».
A chi si riferisce?
«Cominciarono Annette Becker e Sthephane Audoin-Rouzeau con il memoriale di Peronne, costruito vicino ai luoghi della battaglia della Somme. Una sorta di museo della sanguinosa guerra di posizione, di fronte al quale era naturale calcare il pedale dell’orrore. Intendiamoci, un’angolatura radicalmente innovativa».
E allora perché oggi la contesta?
«Perché è diventata l’unica chiave interpretativa della guerra. E ha finito per contagiare anche la nostra storiografia. Ora non voglio polemizzare con Antonio Gibelli o Giovanna Procacci che hanno scritto libri importanti. O con Bruna Bianchi e altre studiose delle donne sensibili al tema della non violenza. Più in generale dico: va benissimo dedicarsi alle vittime, alle vedove, agli orfani, ai mutilati, ai malati psichiatrici, ai disertori. Ma la maggioranza degli italiani non diserta, non diventa pazza e non si ammutina. E va a fare la guerra, anche senza volerlo. Perché? Questa è la domanda su cui mi arrabatto da qualche decennio».
Ma non è stato lei a scrivere
I vinti di Caporetto, attribuendo alla diserzione un valore di ribellione politica?
«Ma certo. Sono stato a lungo considerato un sovversivo della storiografia, collezionista di ammutinamenti, proteste e di ogni possibile dissenso sociale. Proprio per questo non mi pare di avere molto da imparare su quel terreno. Ma non trovo giusto sovrapporre le nostre gerarchie di valore a quelle di uomini e donne di cent’anni fa. È vero che anche io presi sul serio quel che dicevano Cadorna e Mussolini sui ribelli di Caporetto. Sono andato a vedere se c’era stata la rivoluzione. Se l’avessi trovata, ne sarei stato contento. Ma non l’ho trovata, così mi sono messo a studiare come si arriva a Vittorio Veneto, dove e come termina la guerra. Bisogna farsene una ragione e pronunciare quella parola indicibile: vittoria».
È diventato patriottico?
«È passato mezzo secolo da allora. E non sono io che sono cambiato: è il mondo che è girato. E il mio spirito di contraddizione oggi si esercita così: essere statalista è il massimo della perfidia anticonformista. Ed essere unitari contro il municipalismo è il massimo del pensiero controcorrente. Ma posso fare un passo ulteriore? ».
Prego.
«A me pare che per diversi miei colleghi, tra la fine del Novecento e oggi, il “tutti a casa” di Caporetto — che si poteva leggere come una stanchezza diffusa dei fanti — sia diventato un valore in sé. Per me non è mai stato un valore in sé. La mia generazione l’aveva incontrato l’8 settembre del 1943, e non era un bel paesaggio civile. Allora perché dobbiamo ragionare diversamente passando dalla seconda alla prima guerra?».
Lei lamenta il rischio di celebrazioni fortemente localistiche, tanto da aver coniato la formula di «storiografia a chilometro zero ».
«È solo l’ultimo paragrafo di un processo in atto da anni. Soprattutto nel Nord-Est, ossia nei luoghi in cui la guerra fu combattuta, esiste una foltissima bibliografia legata al campanile: a ognuno la sua valle, il suo reggimento, il suo forte, la sua battaglia. È una bibliografia che si autoalimenta, fatta da piccoli editori che possono contare su un continuo nuovo flusso di studiosi profondamente radicati sul territorio. Non ho nulla contro la microstoria, tutt’altro: serve a rendere più leggibile la grande storia. Buona parte di questi studi, però, tende a chiudersi nel microcosmo».
Con quali rischi?
«Che questa diventi l’ottica prevalente dell’anniversario: ossia l’angolatura del piccolo è bello, piccolo è nostro, molto in sintonia con gli amministratori di quei luoghi. E ancora una volta mi ritroverò in rotta di collisione non perché non mi piacciano gli atteggiamenti comunitari, ma perché si tratta di una comunità chiusa in se stessa e autocentrata. Così quella che ricorderemo sarà una guerra non solo destoricizzata per le ragioni che abbiamo detto prima, ma anche depoliticizzata o almeno appannata nella sua dimensione statuale».
Perché dice questo?
«Molti amministratori municipalisti — leghisti o variamente localisti — non vogliono avere a che fare con le ragioni dello Stato italiano, né di allora né di oggi. E così sarà ricordata una guerra di contrada, con i nostri nomi, le nostre umane sofferenze, le nostre virtù civiche. Tenga anche conto che il grosso dei finanziamenti arriverà non dallo Stato italiano ma dalle Regioni, specie quelle a statuto speciale. Questo aiuterà a pensare la guerra in termini decentrati e periferici. E i luoghi della memoria diverranno la meta di gite, più o meno come si va a Santiago di Compostela. Un tempo si chiamavano pellegrinaggi, oggi si chiama turismo consapevole».
Lei ora ripropone il suo Mito senza cambiarne una virgola.
«Controcorrente all’epoca in cui uscì, nel 1970. E controcorrente oggi. Non c’entra niente con l’attuale senso comune sull’“assurdo della guerra”, semmai indaga motivazioni e valori attribuiti al conflitto, le virtù e non solo l’orrore dei combattimenti, in altre parole il vissuto loro, non il nostro. Parla dei miti, senza volere demitizzarli. E se posso dire una cosa da cittadino, rinunciando per un momento alla veste di storico: era meglio non farla la guerra? D’accordo. Ma se proprio si deve fare, è meglio vincerla che perdere. Senza dovercene poi vergognare ».