Sebastiano Vernazza, Sport Week 18/1/2014, 18 gennaio 2014
IL CALCIO ATTACCAPANNI DELLE RELIGIONI
Regola 4 del gioco del caldo, decisione numero uno Ifab (l’International Board, l’organo della Fifa che ha il potere di modificare il regolamento): “L’equipaggiamento di base obbligatorio non deve contenere alcuna espressione politica, religiosa o personale. (...) La squadra di un calciatore il cui equipaggiamento di base obbligatorio contenga scritte o slogan politici, religiosi o personali sarà sanzionata dall’organizzatore della competizione o dalla Fifa”. In Israele, durante le partite, alcuni giocatori hanno indossato la kippah, copricapo a forma di zuccotto portato dagli ebrei in segno di rispetto verso Dio. La federcalcio israeliana si è opposta, ma si è tirata addosso gli strali di un’ampia fetta del Paese. Il ministro Uri Orbach ha dichiarato: «Il regolamento è stupido». Così la federazione ha ceduto, ha concesso l’uso della kippah, perlomeno nelle serie minori. Per contro l’associazione arbitri d’Israele ha tenuto duro: «Le partite del nostro campionato si disputano secondo le norme Fifa. La kippah non è nella lista degli indumenti consentiti». In una gara di Champions del 2010-2011, Itay Schechter dell’Hapoel Tel Aviv venne ammonito: per festeggiare un gol si mise in testa il sacro cappellino. Nell’estate del 2012 l’Ifab autorizzò le calciatrici islamiche a mettere il velo, una volta appurato che non ci fosse alcuna controindicazione per l’incolumità. La kippah, ci sembra logico, avrà diritto allo stesso trattamento e a quel punto la frittata sarà servita, il calcio diventerà l’attaccapanni di ogni religione.