Daniela Roveda, Il Sole 24 Ore 19/11/2010, 19 novembre 2010
LA 500? COME UN ABITO DI ARMANI
«Vendere la Cinquecento? Non ci penso neanche. Chiunque abbia un minimo di buon senso direbbe no alla Fiat». «La Cinquecento? È una gran bella macchina, e non vedo l’ora di iniziare a venderla». Due concessionari, due punti di vista diametralmente opposti: John Gray, proprietario della concessionaria Orange Coast Chrysler Jeep Dodge a Costa Mesa in California, è uno dei 130 rivenditori americani che hanno colto con entusiasmo l’opportunità di rilanciare in America le macchine Fiat dopo 27 anni di assenza. Ken Morgulis, direttore generale della Buerge Chrysler Jeep di Los Angeles, è invece uno di quelli che ha rifiutato categoricamente di farlo. «La Fiat ci ha chiesto di costruire una showroom separata, e di assumere un personale separato, il tutto per vendere un solo modello. Bisogna essere pazzi» dice. Le richieste della Fiat sono state considerate onerose da molti concessionari Chrysler, costretti a effettuare un investimento non indifferente per soddisfare i requisiti imposti dalla casa del lingotto. L’intento della Fiat negli Stati Uniti è quello di differenziare le sue auto dalla massa di utilitarie americane e straniere, e creare un’aura di esclusività, di eleganza all’italiana e di sofisticazione per le sue vetture, tutte personalizzate. Pur a un prezzo di listino di soli 15.000 dollari, le Cinquecento sono destinate in gran parte a un pubblico benestante, che potrà disegnare la propria macchina scegliendo tra 14 diversi colori, due tipi di interni e una lunga lista di accessori e opzioni.
Il primo grosso ostacolo da superare, dicono molti concessionari americani, sarà quello della reputazione, rimasta impressa nella memoria delle vecchie generazioni che ricordano ancora la vecchia battuta di "Fix It Again Tony" (aggiustala di nuovo, Tony), le cui quattro iniziali compongono la parola Fiat. L’altro ostacolo è quello della scarsa familiarità del pubblico americano con il marchio torinese; ieri alla concessionaria Chrysler di Glendale, in California, è stato necessario parlare con tre diversi rappresentanti prima di trovarne uno che fosse a conoscenza dell’arrivo della 500 sul mercato Usa, o sapesse dire se la concessionaria avrebbe venduto le macchine italiane il prossimo anno. Il settore delle macchine piccole inizia inoltre ad essere affollato in America, e il segmento di quelle minuscole in declino (le vendite di Smart sono calate del 61% quest’anno e quelle della Mini dell’1,6%).
«Io sono certo che la Cinquecento avrà un grande successo, sono molto ottimista» dice John Gray di Costa Mesa, una concessionaria che vende un migliaio di auto all’anno. Gray aveva a disposizione una showroom vuota e quindi ha potuto soddisfare le regole Fiat senza un grosso investimento, mentre la concessionaria Buerge di Los Angeles non aveva proprio lo spazio o i soldi per costruirne una nuova. «Francamente eravano sicuri che la Fiat avrebbe insistito per averci, vendiamo macchine Chrysler dal 1915, siamo in una posizione geografica ideale, vicina a Beverly Hills, a Santa Monica, a Pacific Palisades, insomma alle zone residenziali più agiate di Los Angeles, vendiamo 1000 vetture all’anno – sostiene con una certa amarezza Ken Morgulis –. Invece che lavorare con noi, ho la sensazione che la Fiat stia lavorando contro di noi».
Gray, la cui concessionaria è in una zona quasi altrettanto agiata tra Los Angeles e San Diego, crede invece fino in fondo alla strategia della casa italiana. Forse i cinquantenni e i sessantenni si ricordano dei problemi della Fiat negli anni 70, dice, ma i giovani vedono nella Cinquecento (anzi chinkwa-chentoe, la pronuncia suggerita dalla stampa americana per evitare la storpiatura "sinchesinto") uno status symbol a prezzi abbordabili. «Questa è una macchina che regalerei sia a mia madre che a mio figlio – conclude –. Per uno studente unversitario sarebbe come arrivare a lezione con un vestito di Armani».