Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 08/11/2010, 8 novembre 2010
LA SORTE DI SAKINEH LE REAZIONI DELL’ OCCIDENTE
Può spiegarmi il motivo per cui l’ opinione pubblica mondiale si indigna, si mobilita con cortei, dibattiti, scioperi della fame se l’ Iran ha deciso di applicare la propria legge nei confronti di una donna iraniana che ha aiutato l’ amante a uccidere il marito, mentre non dice nulla e rimane del tutto indifferente davanti alle continue esecuzioni, l’ ultima qualche mese fa, che avvengono nelle carceri degli Usa? Carlo Desgro carlodesgro@yahoo.it Caro Desgro, H o ricevuto altre lettere che sollevano lo stesso problema. Potrei risponderle che esistono gruppi e associazioni per cui ogni condanna a morte suscita sdegno e riprovazione. Ma sarebbe una risposta insufficiente. Quando Teresa Lewis è stata giustiziata con una iniezione letale in un carcere della Virginia il 23 settembre di quest’ anno, molti giornali hanno dato evidenza all’ avvenimento, ma nessun sindaco, che io sappia, ha appeso il suo ritratto sulla facciata del palazzo comunale prima della esecuzione. Eppure i due casi - Sakineh Mohammadi Ashtiani e Teresa Lewis - presentano qualche somiglianza. In ambedue le vicende la donna è stata accusata di avere pianificato l’ assassinio del marito; e negli Stati Uniti, in particolare, i giudici hanno ritenuto che la donna dovesse venire punita con un rigore maggiore di quello riservato agli esecutori dell’ assassinio, condannati all’ ergastolo. È giusto chiedersi quindi perché agli occhi della opinione pubblica occidentale il caso di Sakineh sia più grave di quello di Teresa. Vi sono almeno due ragioni, al tempo stesso culturali e politiche. In primo luogo, se il processo viene celebrato in una democrazia occidentale, il pubblico è generalmente convinto che sarà equo e corretto. Poco importa che i tribunali degli Stati Uniti abbiano in materia di pena capitale il grilletto facile e un lungo record di errori giudiziari. L’ America è una grande potenza democratica, faro di progresso e quindi di giustizia. Se il tribunale che giudica e condanna appartiene invece al «terzo mondo», esiste in Occidente una diffusa presunzione d’ ingiustizia. La seconda ragione va ricercata nella generale percezione dell’ Iran degli ayatollah. Il Paese ha un regime teocratico ed è governato con sistemi tirannici e polizieschi. Ha un presidente della Repubblica, Mahmud Ahmadinejad, che nega lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e ritiene che Israele debba essere eliminato dalla carta geografica. Ha una politica nucleare che ha violato alcuni degli obblighi previsti dal Trattato di non proliferazione. Tutto vero. Ma se qualcuno osserva che il regime nega di volere costruire l’ arma atomica e ha quanto meno il diritto di arricchire il proprio uranio, l’ opinione corrente è convinta che le sue dichiarazioni siano infarcite di bugie. Se altri ricordano che il suo aggressivo nazionalismo ha lunghe radici in una certa arroganza anglo-americana (il colpo di Stato del 1953, manovrato e teleguidato da Londra e da Washington), l’ argomento appare irrilevante. Se altri ancora ricordano che gli Stati Uniti, quando la Repubblica islamica fu aggredita dall’ Iraq, sostennero Saddam Hussein e apparvero a Teheran come alleati e complici dell’ aggressore, queste considerazioni vengono scartate come pretestuose. E se qualcuno infine osa affermare che Israele sta scaricando sull’ Iran le difficoltà interne che condizionano la sua politica palestinese, la tesi viene considerata antisemita. Non è tutto. Per coloro che considerano l’ Islam una minaccia, l’ Iran è diventato il quartiere generale di questa insidia globale e, secondo l’ affermazione usata dal presidente Reagan per l’ Unione Sovietica, un «impero del male». Questo clima ha prodotto la massa critica di una opinione pubblica «colpevolista» per cui la vicenda di Sakineh è soltanto l’ ennesima prova della perfidia iraniana.
Sergio Romano