EMILIANO GUANELLA, La Stampa 24/8/2010, pagina 12, 24 agosto 2010
Miracolo in Cile Sono ancora vivi i minatori sepolti - Miracolo e speranza nel profondo Nord del Cile, dove trentatré minatori sono sopravvissuti con viveri e liquidi contati per 18 giorni a quasi settecento metri di profondità
Miracolo in Cile Sono ancora vivi i minatori sepolti - Miracolo e speranza nel profondo Nord del Cile, dove trentatré minatori sono sopravvissuti con viveri e liquidi contati per 18 giorni a quasi settecento metri di profondità. Nelle tende allestite alla Miniera San Jose, nei pressi di Copiapo, città a settecento chilometri dalla capitale Santiago, è iniziato un lungo conto alla rovescia che durerà non meno di tre mesi, il tempo necessario per poter scavare nelle viscere della montagna un canale alternativo per poterli portare in salvo. I minatori sono bloccati dallo scorso cinque agosto, quando uno smottamento interno ha spezzato la via di discesa delle ruspe nel giacimento di oro e rame, uno dei tanti della zona. I lavoratori sono riusciti a proteggersi nel rifugio d’emergenza ma finora non si era riusciti a stabilire un contatto con loro. In nove punti si è cercato fino a ieri di perforare la roccia per arrivare nei pressi del rifugio. Alla fine una sonda ce l’ha fatta, i minatori hanno scritto un messaggio e l’hanno legato con un filo alla sua estremità. Poche parole, pennarello rosso su un bigliettino che lo stesso presidente cileno Sebastian Piñera ha mostrato davanti alle telecamere: «Siamo vivi, tutti e 33, nel rifugio». Una seconda sonda dotata di una capsula video ha registrato le prime immagini; quattro minatori, a torso nudo, salutando verso la piccola telecamera. E una lettera scritta alla famiglia da Mario Gomez, 61 anni, uno dei veterani del gruppo. «Grazie a Dio resistiamo. L’impresa ha commesso molti errori in questa miniera però adesso la cosa importante è resistere. Dobbiamo uscire vivi, ce la faremo». La storia di Gomez è emblematica. Sua moglie ha spiegato che ha iniziato a lavorare nelle miniere a 12 anni, che era già stato a San Jose e che non voleva tornarci perché la considerava poco sicura. Le necessità economiche l’hanno obbligato ad accettare l’impiego di autista del trenino interno che porta il materiale scavato in superficie. I tecnici che lavorano nella zona hanno già preparato ottanta capsule di fibra plastica, alte un metro e settanta centimetri e dal diametro di undici centimetri. Piccoli «missili» dalla punta affilata, che vengono fatti scendere nel canale che arriva fino al rifugio trasportando bottigliette d’acqua, barrette di proteine, medicinali, piccole bombole d’ossigeno e anche dei video dei famigliari raccolti in mini riproduttori digitali. Messaggi di appoggio importantissimi per sollevar l’animo nei prossimi mesi: se tutto va bene, potranno uscire vivi entro Natale. Nei prossimi giorni si capirà anche se sarà possibile installare una linea di telefono nel condotto per permettere una comunicazione diretta con i minatori sottoterra. Assieme all’allegria generale, a Santiago e in altre città del paese la gente è scesa in strada a festeggiare, infuriano anche le polemiche per la scarsa sicurezza nelle miniere. L’attività mineraria e in particolar modo l’industria del rame fattura 20 miliardi di dollari all’anno, con condizioni fiscali estremamente vantaggiose (17% di tasse contro il 30% di altri paesi) ma con pochi investimenti nella prevenzione degli incidenti. Il sindaco di Caldera, la città dove si trova la miniera, ha denunciato i proprietari per tentato omicidio ricordando che ci sono stati in passato diversi incidenti: uno mortale, nel 2007. Ma il gruppo cileno San Esteban, che controlla il sito, nega qualsivoglia responsabilità e annuncia di poter essere costretta a dichiarare bancarotta. Così i 33 minatori, una volta liberi, probabilmente non potranno riscuotere lo stipendio nè vedersi rimborsare le medicine delle quali potranno avere eventualmente bisogno. «La nostra è una piccola compagnia e l’unico giacimento che stavamo sfruttando è quello dove è avvenuto l’incidente», ha detto Alejandro Bohn, uno dei proprietari. «L’assicurazione medica copre ben poco e perciò sarà difficile pagarli perchè i lavori sono paralizzati. Tutto dipenderà da ciò che riusciremo ad ottenere dalle autorità». Due settimane fa anche il vescovo di Copiapo aveva mosso le sue critiche contro l’attività mineraria: «I proprietari guadagnano fortune sulla pelle dei lavoratori. Lo Stato deve fare qualcosa». Il presidente Piñera ha annunciato la creazione di una commissione per la sicurezza del lavoro: se i controlli saranno efficaci diverse piccole miniere dovranno chiudere o cambiare i metodi di perforazione per evitare tragedie.