Pozzo e Moscatelli, La Stampa 11/3/2010, pagina 21, 11 marzo 2010
SUBBUTEO (2
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Davide contro Golia. Da una parte una piccola azienda italiana, a conduzione familiare, sette dipendenti e dall’altra il colosso americano Hasbro, numero due del mondo, 4,07 miliardi di dollari il fatturato 2009. In mezzo c’è il Subbuteo, il calcio da tavolo che negli Anni Sessanta faceva giocare 10 milioni di appassionati in 50 Paesi.
La «guerra» è quella del mercato. Nel 2005 i diritti di registrazione del vecchio Subbuteo sono scaduti e la Edilio Parodi Snc, sede a Manesseno di Sant’Olcese, nell’entroterra di Genova, ha lanciato una nuova versione del «calcio in miniatura», che ha chiamato «Zeugo» (in dialetto genovese, gioco). Versione che aveva ideato fin dagli Anni Novanta, ma soltanto a livello di hobby, e sulla quale oggi ha focalizzato il suo business. Sfidando sullo stesso terreno, i negozi di giocattoli, il colosso americano, che con il marchio originale (di sua proprietà) qualche anno fa aveva riproposto un nuovo Subbuteo con giocatori bidimensionali. Senza dimenticare il «vecchio», quello dei calciatori tridimensionali, ricomparso nel 2009 con una collana edita dalla Fabbri su licenza Hasbro e distribuita nelle edicole.
Un passo indietro. Storia vuole che una prima forma del calcio da tavolo sia stata ideata dai marinai inglesi che, non potendo giocare a football sulle navi, fabbricarono, con il piombo, delle sagome di giocatori in miniatura: era la fine dell’Ottocento. La English Football Association commercializzò l’idea, ma il vero gioco prende forma nel 1929, sempre in Gran Bretagna, con il «New Footy» creato da W.L. Keeling, che poi venderà nel 1965 alla Subbuteo Sports Game, che nel frattempo conquistata il mercato col Subbuteo che conosciamo.
La data di nascita dell’«originale» è il 9 agosto 1946, quando Peder Adolph, un impiegato del Kent con la passione per l’ornitologia brevetta una versione perfezionata del «New Footy», ideata nel garage di casa. E che battezza, dopo aver tentato col più generico «The Hobby», col nome scientifico del falco lodaiolo: (falco) Subbuteo. Nasce, così, la Subbuteo Sports Game, e la leggenda del «calcio in punta di dita». Avrà successo, tanto che nel 1968 il gruppo J. Waddington, sedi a Leeds e Londra, proprietaria del Monopoli, acquisisce il marchio e lo diffonde. Il Subbuteo sfonda anche in Italia, dove tocca l’apice negli Anni Settanta e Ottanta. Poi, comincia il declino. Intanto la Subbuteo Sports Games Ltd passa nel 1996 al colosso americano Hasbro.
E la Edilio Parodi? «Siamo stati sin dal 1971 importatori del Subbuteo in Italia. Mio padre Alfredo ha contribuito al suo successo, proponendo squadre, accessori» racconta Arturo Parodi, titolare della Snc genovese col fratello Giovan Battista. «Ma nel ”97 la Hasbro interrompe il rapporto con tutti i distributori. Così, ci siamo trovati all’improvviso senza lavoro». Seguono cause legali, ma nulla da fare. Finché nel 2000 il gigante Usa annuncia lo stop alla produzione del Subbuteo, surclassato nei sogni dei bambini delle nuove generazioni dai videogiochi.
I Parodi ottengono ancora dalla Hasbro di produrre il Subbuteo in Italia dal 2002 al 2003, poi gli americani li fanno fuori definitivamente. E allora, parte la controffensiva: «Zeugo». « una versione migliorata, di qualità. I giocatori dipinti a mano, la pallina che gira meglio, le porte più robuste». La confezione costa 50 euro, 10 una squadre: a catalogo ce sono già 200, comprese le Nazionali dei Mondiali del Sudafrica. «I papà fanno da traino, poi i bambini si appassionano». E la concorrenza dei videogiochi? «Il giocattolo tradizionale è manualità, socialità. Ai miei figli di videogame non ne ho mai comprato uno».
Il garage
Peter Adolph, ornitologo dilettante e impiegato inglese, brevetta il Subbueto nel ”46 e avvia la produzione l’anno dopo in un piccolo garage nel Kent.
Il nome
Adolph lo vuole chiamare The Hobby, ma il termine è ritenuto troppo generico. Allora fa ricorso alla sua antica passione ornitologica: si ricorda del falco lodaiolo («hobby hawk» in inglese) e ne utilizza il nome scientifico in latino: falco subbuteo
La plastica
All’inizio le figurine sono di cartone. Nel 1960, diventano tutte di plastica, in 3D e scala. Il Subbuteo era venduto in 50 paesi, le squadre disponibili erano 216, dipinte a mano. Nel 2000 la Hasbro annuncia la fine della produzione. Dopo varie vicende, lo scorso anno, il marchio Subbuteo è ricomparso ufficialmente in Italia.
Fabio Pozzo
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INTERVISTA A GIAN MARCO TOGNAZZI
«Quanto mi piace? Nel 1999 ero in Malaysia per le riprese di ”Teste di cocco” e mi sono fatto spedire la scatola dall’Italia. Ero in crisi d’astinenza e ho organizzato un torneo con il resto della troupe». Chiedere a Gian Marco Tognazzi del calcio da tavolo è come ricordargli il suo primo amore: non smetterebbe mai di parlarne.
La sua prima partita?
«Ricordo la prima scatola incartata sotto l’albero di Natale, sarà stato il 1970 o il 1971. Ci passavo ore e ore nella nostra casa di Velletri, con il mio amico Sergio e, quando arrivava dalla Norvegia, anche con mio fratello Thomas. Mio padre Ugo era molto stupito dalle mie capacità balistiche, ma era anche preoccupato perché mi vedeva monotematico. Un paio di volte abbiamo anche provato a giocare l’uno contro l’altro, ma al secondo tiro che non gli riusciva pestava i piedi e se ne andava».
Quale rito professa: squadra in formazione o giocatori disposti in schiera?
«Un classico 4-4-2. Non ho mai amato i cultori della tecnica: un conto è rispettare il regolamento e non far strisciare il dito, un altro dimenticarsi che il Subbuteo è soprattutto fantasia e immaginazione. Da ragazzino giocavo sempre con il Milan, maglia rossonera oppure bianca di riserva, e dipingevo i giocatori uno per uno».
Il match della vita?
«Una sfida contro il campione italiano in carica al forum di Assago, per un’esibizione. Avrei dovuto perdere quattordici a zero, invece l’ho battuto tre a due, con un gol al volo su calcio d’angolo. Una cosa irripetibile».
Com’è finito il suo progetto di girare un cortometraggio sul Subbuteo?
«Purtroppo male. Andai a Genova per proporlo ai produttori italiani, ma alla fine non se ne fece nulla. Un peccato: poteva essere una bella opportunità per rilanciare un gioco senza tempo».
E perché questo tono malinconico?
«Perché sono rimasti pochi giocatori. Colpa dell’elettronica, ma anche della mia generazione che non è stata in grado di tramandare questa passione. La mia sola giustificazione è che ho una figlia femmina».
Francesco Moscatelli