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 2010  febbraio 23 Martedì calendario

STAI AL TUO POSTO

Ci interessava far nascere un corto circuito fra arte contemporanea e design per questo abbiamo pensato all’oggetto sedia»: a parlare è Danilo Eccher, direttore della Gam di Torino e curatore della mostra «Keep Your Seat. Stai al tuo posto»,(ma letteralmente anche «tieni la tua sedia») che propone una singolare «sfida», fra sedie ideate da designer e architetti (ci sono tra le altre star Frank Gehry e Gae Aulenti) e sedie declinate secondo la loro sensibilità da artisti contemporanei, dal giapponese Chen Zen alla colombiana Doris Salcedo. Ma mai come in questo caso si fa presto a dire che si tratta di una mostra sulle sedie (a pensarla così non riuscirebbe a liberarsi di una certa aura di banalità e anche di noia) in realtà si tratta di una mostra sull’assenza del corpo umano: attraverso un oggetto banale come la sedia parla di solitudine e riesce ad essere anche emozionante e poetica.
Si parte nella prima sala con una sedia «respingente» di Marisa Merz, accanto ad essa la At, ossia la sedia costruita con le iniziali del suo nome da Armando Testa, nel 1990. C’è «Grano», la sedia in plexiglas (si riempie di chicchi di mais), di metà Anni 70 del designer Alessandro Mendini e il «Mobile contenitore con sedia», quasi un confessionale, di Martino Gamper. La sedia è anche ricordo o memoria, almeno di questo parla «Right of return», l’installazione realizzata proprio per questa mostra con sedie recuperata nei mercatini di Torino da Marc André Robinson: sembra una giostra o un grande anello e campeggia nella seconda sala accanto alle Thonet, memorie ottocentesche ora integre ora spezzate come nell’opera dei Vedova Mazzei. Ma qui ci sono anche le «Poltrone» in legno disegnate da Felice Casorati. Un altro genio torinese, Carlo Mollino, è il protagonista della terza sala: abbiamo alcune sue sedie fra cui Arabesca, del 1949, e soprattutto il film in 35 mm, Four Thousand Seven Hundred and Twenty Five, un sensuale atto d’amore verso Arabesca, realizzato nel 2007 dal giovane artista inglese Simon Starling: la macchina da presa avvolge e scruta, si insinua e si allontana dalla sedia quasi fosse una persona umana. E proprio alle sedie «antropomorfe» è invece dedicata la sala successiva, dove la star è il divano «Corpse», dell’Atelier Van Lieschut. Qui le sagome umane in pelle nera dello schienale sono un presentimento di morte, mentre alla vita fa pensare l’accogliente e rossa «Mamma/donna» Anni 60 di Gaetano Pesce. Accanto a loro i quattro troni in legno massiccio di Adolf Vallazza, ottantenne artista trentino e la sedia che sembra quasi un reperto archeologico maya di Carlo Bugatti.
La materialità dell’oggetto sui cui ci sediamo è il tema della sala successiva, si va dalla chasse-longue di cartone di Frank Gehry del 1987 a quelle di pezzetti di legno dei designer brasiliani Fernando e Humberto Campana (la «Favela Chair» del 2003). L’estremo della materialità, con la sua pesantezza è il cemento armato: in questo è immersa la struggente sedia di Doris Salcedo, creata per la personale al museo di Rivoli, di due anni fa. Il viaggio prosegue con la sala di Chen Zen, dove la sedia non è che un pretesto: ora è un supporto per casette costruite di candele, ora per una vasca da bagno di un bimbo sempre in cera, ora ha due altoparlanti che sono tamburi tibetani, ora diventa essa stessa uno strumento musicale.
All’insegna dell’instabilità e dell’ambiguità, la sala con il tavolino a ruote di Gae Aulenti o la «Proust» di Mendini. Qui abbiamo la sedia rovesciata con videoproiezione di Ousler e anche il divano ricamato dell’egiziana Ghada Amer, ma dietro ha una parete in cui la tappezzeria rossa e verde nasconde l’inquietante ripetizione della parola terrorismo. All’insegna dell’eleganza le ultime due sale: in una solo la sedia che sembra volare e si chiama «Farfalla», del giapponese Sori Yanagi, nell’altra «Eroi», le sedie che hanno gambe gracili come quelle delle gru, e creano una sorta di foresta, di Giuseppe Gallo.
Il corto circuito tra arte e design è sottolineato dal percorso simile a uno schema elettrico (studio Simonetti) che costella le sale. E si esce dando ragione alle premesse di Eccher: «Il dialogo fra arte e design è un continuo rimando tra emozioni storiche e sorprese contemporanee». I confini possono a volte anche confondersi, ma il dialogo è fecondo purché, tra arte e design, come recita il titolo, ciascuno «stia al suo posto».
Rocco Moliterni